Il Capitano Mario (XXX)

di
Maria Frasson

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C’era la guerra e non finiva mai


La situazione si faceva ogni giorno peggiore: mancava tutto e mancavano specialmente le comunicazioni. Le linee ferroviarie erano spesso interrotte, come i ponti e le strade: la buona volontà di soldati e civili cercava di ripristinare la viabilità, ma con scarso successo. Restava qualche autocarro, sopra tutto militare e funzionava quando poteva qualche autocorriera. Io mi trovavo su una di queste un giorno in cui tornavo a Scaldasole da Pavia. Improvvisa frenata del conducente, tutti fuori a nascondersi sotto una grande pianta fronzuta che la Divina Provvidenza aveva piantata proprio lì, a lato della strada, come un grande ombrello per proteggerci. Era passato su di noi, a volo rasente, un aereo, col suo rumore infernale. Non ci vide e il batticuore cessò. Evitammo il pericolo che l’autoveicolo venisse mitragliato e incendiato con il suo carico umano, come era avvenuto pochi giorni prima tra Milano e Pavia. Lo stesso capitò a Mario, che era appena partito da Scaldasole con un automezzo militare mentre portava all’ospedale con urgenza una donna: fu mitragliato ma riuscì a fuggire. Io, che in quel momento ero in chiesa, avevo sentito con indicibile spavento, la scarica di mitragliatrice dell’aereo, che tuttavia si stava allontanando senza essere riuscito a colpire l’obiettivo. Si viveva pericolosamente perché questi episodi erano frequenti dovunque, anche in aperta campagna.
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Il Capitano Mario (XXIX)

di
Maria Frasson

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Audaces fortuna iuvat


che non è sempre vero.

Mario comunque camminava sul filo di un rasoio. I suoi ricoverati non erano molti e generalmente non gravi. Se qualcuno era tale, veniva trasferito nei vari reparti del Policlinico debitamente attrezzati. Alcuni degenti erano partigiani scampati alla cattura, per i quali il medico vietava visite inopportune, altri erano per lo più innocui militi dell’Esercito Repubblichino di Salò, fra i quali tuttavia si annidavano delle spie, o accertate o probabili, secondo il sempre attivo servizio informazioni OI 40. Mario era per tutti il medico che cura il malato.

Al momento del ricovero, venivano tutti invitati a togliersi la divisa e a deporre le armi, con la promessa che sarebbero state loro restituite al momento del congedo. Nell’attesa invece venivano dirottate in uno sgabuzzino segreto nei vasti sotterranei del Policlinico, oppure nelle cantine della nostra parrocchia di S. Francesco. Il vice-parroco era un animoso giovane affiliato alle organizzazioni segrete: Mario lo aveva voluto come cappellano militare per il suo ospedale; l’anziano parroco era al corrente di tutto e consentiva in silenzio. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXVIII)

di
Maria Frasson

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Era sempre più difficile vivere…


Quantunque al castello la vita trascorresse relativamente tranquilla, tuttavia in quell’estate 1944 le comunicazioni divenivano sempre più precarie specialmente per me che dovevo recarmi spesso a Pavia. In città avevo lasciato, come facevamo in molti, l’indispensabile per dormire e per cucinare: l’appartamento era quasi vuoto. Avevo traslocato nel cascinale di un’amica i mobili migliori e i libri temendo la distruzione della casa, situata, come già dissi, all’ultimo piano fra due caserme. Mario tornava a casa dall’ospedale soltanto quando c’ero io, che dovetti trattenermi più del solito a Pavia per gli esami di riparazione al primi di settembre.

Fu proprio allora che subimmo il bombardamento più terrificante. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXVII)

di
Maria Frasson

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Mario, quando veniva, incontrava a volte delle donne che aveva conosciuto e curato nella Clinica ostetrico-ginecologica. Gli chiedevano, con umili scuse, qualche consiglio o qualche prescrizione e noi, in cambio, eravamo sempre rifornite dai loro omaggi provenienti dal pollaio o dall’orto, molto apprezzati in quei tempi di carestia.

Mi ero messa in testa di allevare anch’io dei polli, con grande gioia delle bambine che trovavano divertenti i pulcini. Ma fu un disastro: quando cominciavano a crescere, ed erano pollastri, a un certo momento non mangiavano più, facevano uno strano balletto e cadevano stecchiti. Era che si era diffusa in paese un’epidemia e scarseggiavano anche le medicine per i polli. Chiusa l’esperienza di allevatrice di pollame, andavo con le bambine a cercarne nei casolari isolati dei dintorni, dove erano immuni da ogni malattia e raggiungevo spesso un mulino accanto ad una roggia, circondato da un bosco che rendeva il paesaggio molto pittoresco. Sembrava un’antica stampa della campagna nordica: qualche volta è la natura che imita il dipinto. Là comperavo anche la farina e facevo il pane bianco e devo ammettere che come fornarina superavo con successo l’allevatrice di polli.
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Il Capitano Mario (XXVI)

di
Maria Frasson

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Scaldasole


Trovammo un rifugio insperato e benedetto, che migliore non poteva essere, a Scaldasole. Nel cuore della Lomellina e delle sue ricche, fertili campagne, Scaldasole è un piccolo paese che porta con sé, nel suo stesso nome, non soltanto il calore del sole, ma anche quello umano dei suoi abitanti. Restaurato e rimodernato, oggi il castello che lo domina è museo archeologico di chiara fama, frequentato e ammirato; allora non era così. I suoi numerosissimi vasti locali erano adibiti quasi esclusivamente all’agricoltura, magazzini specialmente di vari prodotti della campagna, assai copiosi nella vasta tenuta da cui era circondato. Era imponente a vedersi, con i suoi torrioni, su cui dormivano e russavano i gufi, e il suo vasto arco d’ingresso a cui si accedeva da un ponte sopra un fossato perimetrale in cui c’era soltanto erba e che immetteva in un enorme, rustico cortile. C’era, di fianco, la residenza padronale, chiusa da un portone che, se bussavi, si apriva a tutti e ti portava in un vasto giardino ben tenuto e in un’abitazione molto signorile. Sul retro del castello c’erano le case degli affittuari della tenuta e quelle dei braccianti, le numerose stalle, gli orti. I proprietari, i nobili signori Strada, erano amabilissimi: diventammo subito molto amici. Ci assegnarono un appartamento, che non era proprio una reggia, quantunque vi si arrivasse, dall’interno del castello, su per un grande, imponente scalone, e non vollero assolutamente che ne pagassimo l’affitto, scusandosi perché l’alloggio era alquanto scalcinato e, secondo loro, troppo modesto per noi. La proprietaria poi, la cara signora Esterina, scovava quasi ogni giorno qualche mobile da portarmi: un grande tavolo rotondo con le sedie, un divano abbastanza confortevole, una poltrona “per la mamma”. La moglie del medico condotto di Sannazzaro, che ci aveva presentato, aveva provveduto a completare del necessario la non lussuosa dimora, che a me, in quel frangente, pareva proprio principesca. Lo spessore delle mura ne custodiva il caldo d’inverno e il fresco d’estate, ed era veramente il sentirsi in una reggia l’atmosfera in cui fioriva la generosità semplice e buona.
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Il Capitano Mario (XXV)

di
Maria Frasson

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Da Mantova mi venne un’altra notizia tristissima.


Don Eugenio Leoni, un prete umile, timido e semplice, un uomo di grande valore, insigne come grecista e cultore di musica, che aveva una venerazione per mio zio santo e veniva spesso da noi perché abitava dirimpetto a casa nostra presso l’antica chiesa della Madonna delle Vittorie, era stato arrestato perché aveva nascosto in chiesa due partigiani ricercati. I Tedeschi l’avevano poi condotto, a furia di bastonate lungo tutto il non breve tragitto, fino all’Ara dei Martiri di Belfiore, fuori città, dove giunse stremato, e morì prima ancora che alzassero il capestro per impiccarlo.
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Il Capitano Mario (XXIV)

di
Maria Frasson

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ASSE MILANO-GENOVA E OLTRE


Noi avevamo notizie di quanto stava accadendo tra il Piemonte e la Lombardia occidentale, specialmente in una zona compresa tra Milano e Genova; avevamo i più frequenti contatti con l’Oltrepò, dove erano disseminati i nuclei armati partigiani più vicini a noi, purtroppo però vicini anche a certi castelli sull’Appennino: dominio delle SS che vi rinchiudevano i prigionieri per sottoporli alle più atroci torture. L’inverno si prolungava, terribile: alcuni gruppi furono annientati, altri si erano trasferiti al di là della linea gotica per unirsi ai combattenti regolari e agli alleati per fare la guerra ai Tedeschi; la stessa zona libera di Varzi fu abbandonata, poi però ripresa, con molto sacrificio. Difficile per noi avere notizie di quanto accadeva nella parte orientale dell’alta Italia, per esempio nell’Ampezzano, nel Friuli e nella Carnia, dove pure ferveva la lotta. Oppure le avevamo in ritardo.
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Il Capitano Mario (XXIII)

di
Maria Frasson

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La Checca


Primo maggio: festa dei lavoratori. Ma era stata abolita nel ventennio e guai a parlarne: peggio, se un fascista avesse visto una bandiera rossa si sarebbe infuriato come un toro nell’arena.

Ed ecco cosa ti inventa quel fantasioso scanzonato di Franco, detto la Checca. Eravamo, sempre nella primavera del ‘44, alla vigilia del I maggio. Riesce a farsi rinchiudere, insieme con la fidanzata, l’Ornella Dentici (la sorella di Jacopo, ucciso più tardi dai nazifascisti, colei che poi divenne la moglie di Franco) nel cortile dell’Università, quell’enorme palazzo neoclassico che è di fronte alla Questura, ricco di loggiati, finestre e balconi. I due sono letteralmente imbottiti di bandiere rosse e, conseguentemente incappottati, entrano nell’Università inavvertiti fra il via-vai degli studenti, vi si nascondono e lavorano tutta la notte con pile, chiodi martelli e altri arnesi, per poi dileguarsi di primo mattino, all’apertura dei portoni, lasciando quello che è il palazzo più centrale della città rivestito tutto di rosso. Stupore dei Pavesi che si chiamano l’un l’altro: “Venite a vedere”, sfilano lungo il Corso (detto Stra noeva), divertiti e compiaciuti, con gli occhi ridenti, furbescamente fissi verso l’alto su tutto quel rosso, davanti ai poliziotti in camicia nera radunati nella piazzetta antistante, con le facce tirate, livide di un’ira contenuta e impotente. Chi era stato? Non lo si seppe mai.
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Il Capitano Mario (XXII)

di
Maria Frasson

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Cronache famigliari


Avvicinandosi l’autunno del 1943, si pensò di fare rientrare in città le bambine con mia madre: ce lo suggeriva l’opportunità della stagione e il conseguente diradarsi, sia pur temporaneo, dei bombardamenti, che a Pavia avevamo fino allora potuto evitare. “A Pavia i vegnan no” diceva la gente: troppo presto per credervi. Confidavamo sopra tutto nella nebbia, la fitta nebbia padana che io non avevo mai tanto amata, né tanto desiderata come allora. Lo stesso dicasi della pioggia: quelle uggiose giornate autunnali che nemmero per un’ora lasciavano intravvedere un raggio di sole, erano salutate così (in rito ebraico): “Ti ringraziamo, Signore, che ci hai mandato la pioggia”.
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