Accidenti all’accidia


Mai parlare di conversione come se ne bastasse una: ce ne vogliono tante. Pensi d’essere arrivato ed ecco l’ennesimo scalino, un passaggio da varcare con coraggio. Il bello della fede è che ti nasconde sempre le pantofole. Gesù non aveva dove posare il capo, e noi marciamo in un deserto inospitale, trovando ristoro soltanto in qualche oasi, dalla quale ripartire di buon’ora.
Quando, nella nota parabola, il padrone rimprovera il servo che ha sotterrato il suo talento, gli da’ del malvagio e del pigro. Chissà perché l’accidia, dei sette peccati capitali, è la più misconosciuta, ignorata, sottovalutata nei suoi effetti. Eppure è un tarlo che rischia di spedirci, senza tante storie, là dove è pianto e stridore di denti.

Inerzia 2: un vizio antico

di Antonio Sparzani
accidia
Dopo aver conosciuto la singolare inerzia del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico inertia, formato da in – ars, cioè assenza di arte, di attività, con lo slittamento di significato verso l’idea di non-fare in generale, e quindi inattività, pigrizia, inettitudine. L’antecedente etimologico del secondo è invece greco (esiste in latino un verbo acedior, d’uso assai raro e che significa mi intristisco, divento scontroso) ed è il sostantivo, anche qui piuttosto raro, akēdìa (ἀκηδία), talvolta akēdeia (ἀκήδεια), non usato dagli scrittori attici, ma solo in testi più tardi, tipicamente medici, per indicare spossatezza, esaurimento, abbattimento dello spirito.

Certo che se però si desse un’occhiata ad esempio al recente libro del monaco eremita Gabriel Bunge, intitolato Akedia, il male oscuro (Qiqajon, 1999) Continua a leggere

Inerzia 1: come fu che il Sole s’impigrì

di Antonio Sparzani
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Scrive il domenicano lionese Guglielmo Peraldo, (citato nel capitolo dedicato all’accidia del bel libro di C. Casagrande e S. Vecchio, I sette vizi capitali, Einaudi, Torino 2000, p. 90), vissuto intorno alla metà del XIII secolo e autore di uno dei più diffusi manuali medievali di vizi e virtù, la Summa virtutum ac vitiorum, che un grande esempio di operosità è dato innanzitutto dall’universo intero: in particolare dal Sole, che ogni giorno viaggia da Oriente a Occidente, e ogni notte torna indietro, non concedendosi mai un momento di riposo né in estate né in inverno, senza peraltro aspettarsi alcuna remunerazione per il suo lavoro. Un simile esempio deve indurre – secondo Peraldo – a rendere il vizio dell’accidia sommamente esecrabile. Continua a leggere