52. Azzurro

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Saulo decide di scrivere al suo amico romano, parroco di periferia.
Caro don Faber,
i personaggi della tua Maria prima o poi si fanno risentire: mi trovo a un bivio e ho bisogno dell’assistenza del pastore. Come sai, ho sempre lottato contro le scuole di scrittura, considerandole più un impaccio per la creatività che non un soccorso ai dilettanti. L’illusione di possedere gli strumenti giusti non fa che irrigidire ulteriormente, laddove si dovrebbe attingere a un filone vitale all’interno di se stessi. Continua a leggere

Treni

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Ti piacevano i treni: quando si viaggiava, non ne vedevamo quasi mai. Appena ne compariva uno, era una gara a chi se ne accorgeva prima: eccolo, guarda là! Da quando non ci sei, ne passano continuamente; soprattutto il pendolino, cui eri affezionato. Capisco all’istante che ci sei: oggi mi stavo infilando nella cappella dell’adorazione, ma recitavano il rosario. L’adorazione, per me, o è silenzio totale o non è nulla. Così devìo verso la santa casa, e ricordo che avevo dimenticato il rosario che mi ero impegnato a dire là. La vita è diventata attesa di un’epifania che riallaccia le nostre vite separate; potrei utilizzarla come prova dell’immortalità dell’anima, ma mi basta pensare tra me e me: ciao, Mario, ti aspettavo.

Quasi sempre

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Sono serbi, senegalesi, rumeni; vengono da tutto il mondo, ma la fisionomia è comune: il dolore, le privazioni, la rabbia, solcano il viso con linee omogenee, segni inferti dall’ingiustizia umana. Chiedo loro il nome, il paese d’origine, le peripezie dell’ultimo periodo; qualche notizia sui parenti, l’abitazione, se ce l’hanno: molti dormono in pineta, o all’ostello della Caritas. Li sostengo come è possibile a una parrocchia di periferia. Siamo sempre in cerca di un lavoro, ma spesso la gente è diffidente: rumeni e albanesi incutono timore, per gli africani si ha paura dell’igiene. Procediamo disperatamente, a tentoni, fiutando l’aria, informandoci nei modi più inconsueti. Anche un titolo di articolo può attirare l’attenzione, salvo accorgersi che non serve a nulla, come spesso, anzi, quasi sempre accade.

O no? (Adriano Celentano)

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Che i poeti facciano i poeti, e i cantanti i cantanti. Che ne sanno di energie rinnovabili, di sistemi di sicurezza, di ritorno all’atomo? Richiameranno anche centomila spettatori, ma gli articoli sul nucleare è meglio che se li scrivano e leggano da soli, godendosi in privato gli scenari improbabili delle loro apocalissi. Ascoltino chi ne sa qualcosa, gli scienziati, i politici, gli esperti. Che i poeti facciano i poeti, e i cantanti i cantanti. O no?