Vivalascuola. Insegnare al principe di Danimarca

Auguri! “Che siamo degni della disperata speranza. Che possiamo avere il coraggio di stare da soli e l’audacia di arrischiarci a stare insieme, perché a nulla serve un dente fuori dalla bocca o un dito fuori dalla mano. Che possiamo essere disobbedienti, ogni volta che riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro comune sentire. Che possiamo essere tanto fiduciosi da continuare a credere, contro ogni evidenza, che la condizione umana vale la pena, perché siamo stati mal fatti, però non siamo finiti. Che possiamo essere capaci di continuare a camminare i cammini del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, più in là di noi, e quando ci dice addio, sta dicendo: ci vediamo. Che possiamo mantenere viva la certezza che è possibile essere concittadini e contemporanei di tutto ciò che vive animato dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, nasca da dovunque nasca e viva ovunque viva, perché non hanno frontiere né le mappe dell’anima né quelle del tempo”. (Eduardo Galeano)

Amleto in periferia ovvero l’ultima “Chance
di Marcello Benfante

Non scambiamolo, per piacere, con uno dei mille inutili libri sulla scuola che ormai infestano il mercato editoriale, questo intenso e appassionato Insegnare al principe di Danimarca (Sellerio) di Carla Melazzini. Continua a leggere

Tre post per tre libri: 3. Una casta che vive di sogni e di parole

di Ezio Tarantino

[Il primo post è qui, il secondo qui]

Il terzo libro è “Spingendo la notte più in là” , di Mario Calabresi. Come nel caso del libro di Lenci questo libro me lo sono trovato in casa (non l’ho cioè scelto e comprato appositamente) e questa è una curiosa coincidenza. Perché l’assunto del libro del figlio del commissario Luigi Calabresi, come è noto, ha molte parentele con quello di Lenci: perché sia fatta veramente giustizia occorre dare voce alle vittime. Non è ammissibile che di quella pagina, tristissima e oscura della nostra storia, a rendere testimonianza ci siano quasi esclusivamente gli sconfitti, gli assassini.
Il punto di vista della vittima è il solo modo, sembra di capire, per provare a trovare giustizia, non solo quella privata, evidentemente indispensabile, ai parenti delle vittime, per sentirsi almeno parzialmente risarciti dallo Stato per il quale il più delle volte la vittima aveva dato la vita, ma anche per ricostituire il tessuto virtuoso della solidarietà sociale, che se non è imbastito sul fondante valore della Giustizia, cioè sul riconoscimento certo dei ruoli di vittima e colpevole, non può produrre una società sana. Continua a leggere