Agota Kristof

a cura di Barbara Pesaresi

da CHIODI – ed. Casagrande

traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla

I paesaggi più belli

I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a 

treni in fuga

le lune più belle

in questi momenti cadono nel lago

eppure ogni assoluzione viene da te sotto

le tue palpebre stanche e dalla severità

dei tuoi baci custodi della nostra pallida solitudine

ti fermi sempre rivolto verso di me

anche nei giorni caduti

nel pozzo buio del mutismo

e nei minuti depredati della luce

qui dove i fiumi erodono le rive silenti

e domani saranno invecchiate le case

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La scrittura o il vaccino della follia

Non piacerebbe forse ad Agota Kristof sapere che per due volte, leggendo i suoi libri, ho pianto. E non ho pianto davanti agli esercizi di irrobustimento del fisico, dello spirito o della crudeltà che fanno i due gemelli ne Il grande quaderno (La trilogia della città di K., Einaudi, 1998): folli esercizi di abitudine al dolore e alle percosse, per imparare a sopportarle senza piangere, folli tentativi di abitudine agli insulti, all’esercizio della crudeltà sugli altri esseri viventi. I due fratelli, dotati di un’intelligenza preoccupante, irragionevole persino, fanno paura, ma non mi fanno piangere. Continua a leggere

Un amore che ti si appiccica addosso

all’abbandono e alla verità. Sempre.

[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more

Afterglow, Genesis]

escher.jpgParecchi mesi fa – ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre – ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti – e da parecchi altri miei scritti – traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.

In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo – di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa – sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori – cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Continua a leggere