Camus, la necessità di reagire in nome della verità. Omaggio della Francia a 50 anni dalla morte

di Paolo Petroni (Da: ansa.it )

ROMA – Il vuoto, l’abulia e l’indifferenza di Meursault, il protagonista de “Lo Straniero” di Albert Camus, ci paiono molto forti, specie se attribuiti a una persona che conduce una vita assolutamente normale. La verità è che il suo vuoto emotivo e spirituale, il suo istintivo materialismo, l’essere concentrato solo su se stesso, generano un’indifferenza che porta a una mancanza di morale che oggi possiamo spesso riconoscere attorno a noi. Il fatto poi che Meursault uccida praticamente senza ragioni, sparandogli quattro volte quando è già colpito a terra, un arabo, un diverso da lui, rende il tutto di ancor maggiore attualità. Continua a leggere

Juliette Gréco. Saint-Germain-des-Prés e altrove.

( Juliette Gréco)

Juliette Gréco. Saint-Germain-des-Prés e altrove.

di Nadia Agustoni

Nella sua autobiografia “Juliette Gréco” Rusconi 1985, i nomi degli amici si rincorrono nelle pagine (1). Poco male. In fondo come ebbe a dire a chi la rimproverava per quello che sembrava un esibire la propria e altrui celebrità, lei era consapevole di avere vissuto un’epoca rara, con persone che non a tutti è dato incontrare  e tanto meno frequentare. Da Sartre e Simone De Beauvoir, a Camus e Boris Vian, da Kosma agli attori e attrici del jet set internazionale come Errol Flynn, Ava Gardner e Marlon Brando.

Juliette Gréco o Jujube, suo nomignolo, ha però scritto di sé in modo essenziale, scoprendosi apparentemente poco, ma in verità lasciando intuire molte cose. In qualche modo il suo riserbo è legato alla fama, che l’ha accompagnata a lungo, di ragazza che precorre i tempi.

Qualche anno dopo apparirà, anche lei molto francese e molto sopra le righe, un’altra ragazza cattiva: Françoise Sagan,  con le sue intemperanze e trasgressioni che un film della regista Diane Kurys (“Sagan”, 2008) ci ha raccontato. Continua a leggere

Saviano e la «potenza vitale della scrittura», di Andrea Sartori

I. Un nuovo libro? In questi mesi è stato più volte rimarcato come il secondo libro di Roberto Saviano – La bellezza e l’inferno, Milano, Mondadori, 2009 – non sia un vero e proprio libro inedito, caratterizzato da una sua organicità testuale, da un’identità compatta e riconoscibile, ma una raccolta di interventi già apparsi altrove, quasi si volesse classificare come disdicevole l’operazione editoriale in sé, alla base della pubblicazione. Se tuttavia prendessimo sul serio il pensiero espresso da Saviano nell’introduzione – «Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra diventasse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra» – ci troveremmo condotti a riflettere su una responsabilità: quella consistente nel ricambiare il gesto di scrittura dell’autore con un’attività di lettura, di appropriazione, che non renda affatto La bellezza e l’inferno un prodotto neutrale ed inoffensivo, ovvero schiacciato, quanto al suo significato, su delle onnipresenti logiche di consumo. Saviano scrive, e con ottimi risultati, rendendosi refrattario all’incasellamento in un genere, ma egli sembra anche dirci che c’è modo e modo di leggere. L’autore, infatti, mette in conto di porci nel «pericolo di leggere», ovvero in un pericolo analogo a quello in cui egli incorre scrivendo. Qual è dunque una logica probabile, o un senso possibile, di un testo come questo, che mette a disposizione quanto è già passato nei media? Continua a leggere