Alfonso Nannariello.

Materie spirituali

Dal 1952 la cacciata dal paradiso è raffigurata alla

Madonna, con l’angelo impietoso, e Adamo ed Eva afflitti.

Alla Madonna la navata centrale aveva motivi laminati

in oro dai quali scendeva nel sensibile di qua l’Irrappresentabile.

Sulla stessa navata erano raffigurate alcune scene

della passione insistentemente sottolineata dalle stazioni della via crucis. Continua a leggere

A richiamo d’amore o arma di guerra

di Alfonso Nannariello

Spesso la Grande Guerra aveva messo i soldati da questa e l’altra parte dei reticolati occhio contro occhio, baionetta contro baionetta.

Appena un poco prima, quando il porpora dell’aurora allora si imbiancava, tra i soldati stanchi e ancora mezzi addormentati, si propagava una voce che faceva sobbalzare. Continua a leggere

A bacche rosse e sfondi neri

di Alfonso Nannariello

Nei giorni freddi
con la morte in braccio
brillava al collo la foto
nell’oro del suo laccio.

Più di recente, ed io me lo ricordo, sui tremori del seno alcune donne avevano laccettini d’oro o d’osso, a cuore o a medaglione. Spesso chiavacuori.
Il chiavacuore era un fermaglio al centro del petto.
Il più delle volte fermava o riduceva la scollatura di una maglia. Nella forma di un cuore trafitto o di un sole con cortissimi raggi aveva un amorino o un’immagine sacra o una foto di un figlio o del marito perduto o morto o disperso chissà dove, ma non nel loro cuore.
Da tempo, anche quelli come nicchia del marito, non erano più amuleti. Erano un ricordo vivo certamente, ma, forse, anche un appunto contro le insidie alla fedeltà, pur non più dovuta ad un defunto. Continua a leggere

D’amore e crudeltà

di Alfonso Nannariello

Da noi il sole non riscalda troppo, e non resiste tanto, come invece a Napoli. A noi lascia dentro sempre un po’ di gelo.
Da noi il Vulture vicino, pieno dell’acqua di un diluvio, non è più un vulcano che fonde la pietra in lava, come fa il Vesuvio.
Da noi non c’era un santo che faccia da funaro, che sbrogli nodi diventati lacci, che scrosti il cuore da scaglie troppo nere, che risquagli il sangue come san Gennaro. Continua a leggere

Una sola tempa(1)

di Alfonso nannariello

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Credo che ogni estetica discenda da una ricerca della forma presentita dell’Ignoto, che proceda con lo scavo nella cava delle sensazioni.

L’architettura della parte storica di Calitri è «architettura organica», così mi ha detto l’architetto Piumelli. La definizione, però, forse non va intesa nel senso dato da Frank Lloyd Wright.
Credo che «architettura organica», nel nostro caso, significhi che gli uomini che l’hanno realizzata scavando s’aprissero spazi di conoscenza, e componendo dai materiali estratti l’immagine dell’Ignoto, ammirassero se stessi.
Scavare la terra, arare campi, costruire case significava lavorare su di sé. Significava crearsi, definire gli spazi e le forme degli interni e quelli del fuori, significava darsi un’identità. Significava tenersi tra le mani, essere padroni di se stessi.
Non sembra strano allora che quella gente sentisse centro del mondo la collina su cui l’Ignoto e il proprio volto s’erano rivelati, che sentisse quella terra con cui facevano a cornate come un ventre pieno di segreti, e sempre gravido di loro.
Non sembra strano allora che quegli uomini sentissero quel tempo inciso dagli acidi del mito e sé, tirati all’acquaforte, gli unici conoscitori del mistero della vita e della morte.

1Tempa, «zolla dura di terra». Da una voce prelatina.

Il pescivendolo ambulante

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXXXIXIIXIII

Per fare a c’tràngula a ‘nzalàta1, all’origine si mettevano solo le olive nere e gli spicchi delle arance amare tagliati a metà. Si aggiungeva un po’ di sale, dell’origano e dell’olio. Qualcuno metteva anche dell’aceto, però solo un accento. Ed era tutta lì la cena della sera.
Le alici furono aggiunte molto più tardi, quando venne il pescivendolo, verso la fine degli anni ‘50 del Novecento.
Il pescivendolo credevo fosse di Manfredonia, invece veniva da Bisceglie. Il primo che arrivò fu Cosimo Gramegna. Stava in società con altri nove. Ogni venerdì, tutti e dieci in un camioncino solo, venivano da queste parti. Uno metteva il banco a Candela, un altro a Lacedonia, un altro ancora a Bisaccia, gli altri non ricordo dove mi hanno detto. So che l’ultimo, quello che arrivava più lontano, si fermava a Pescopagano. Continua a leggere

Allestimento per La cena di Emmaus

di Alfonso Nannariello

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Le pitture sono sempre piene di particolari. Anche quando sembra non ci sia niente, nel quadro c’è qualcosa. Nell’arte anche solo un’ombra è piena di bellezza.
Se qualche artista avesse visto le tavole di allora apparecchiate per la sera avrebbe potuto ritrarle. C’erano tutti gli elementi giusti per rappresentare la reale atmosfera della cena di Emmaus: il pacato silenzio, la qualità dell’arredo, qualche posata, le persone che partecipavano al pasto, una sobrietà piena d’emozione e a c’tràngula a ‘nzalàta1. Continua a leggere

Tirato a neve

di Alfonso Nannariello

III III IV VVIVIIVIII IXX

L’anno successivo la nascita di mia sorella, nel 1959, da mio padre e suo fratello furono fatti gli atti per la divisione della casa. Poi si fecero i lavori.
Da noi furono tolte le carte dei parati e i muri furono imbiancati.
Credo che il bianco allora fosse il colore di una vita concentrata sulle cose che avevano il grado dell’essenza.

Nei fusti con l’acqua, la calce viva sciogliendosi bolliva, e bollendo bollendo si spegneva. Continua a leggere

La cospirazione delle cose

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXX

Non so se mamma, per la sua paura, con mezzo limone e foglie di gelso e fico, si facesse cose per non restare incinta.
Non so con quale formula fu sciolta al parto, anche se a un altro dopo me non diede nome e neanche un corpo intero. Si fece, infatti, aiutare ra na cummàra1 ad abortire ancora.

Ma poi viene una voglia che ti piglia e si ritorce dentro ogni pensiero. Una voglia che non sai da dove viene, ma quando viene piglia.
Per mamma stesso fu un mistero la voglia che le venne di una figlia. Continua a leggere

Il catino con l’acqua dei peccati

di Alfonso Nannariello

I IIIII IVVVIVIIVIIIIX

Qualche giorno dopo aver partorito il primo figlio le nuove madri trasìenn ‘nsant. Letteralmente sarebbe entravano in santo. In pratica significava che andavano a ricucirsi l’imene della santità.
Se la data del parto non era troppo lontana lo facevano il 2 febbraio. Appena fatta un po’ di luce, andavano a messa. A purificarsi come, in quel giorno in cui cadeva la memoria, la beata vergine Maria.
Al rito le accompagnavano le suocere. Mai il marito. Continua a leggere

Il segno di uno sguardo

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIII

Non erano solo le voglie insoddisfatte della madre a difettare i figli.
Forse credendo di danneggiare l’indole di quelli che sarebbero da lui nati, quando si sposò papà smise l’unica sigaretta al giorno che fumava. Ritenendo vero che dagli occhi di una donna incita le immagini degli oggetti avessero il potere di imprimersi sui feti, per non sfigurare il nostro aspetto, cancellò la testa di lupo a capo al letto, da lui dipinta diverso tempo prima. E, per segnare sui nostri corpi la grazia dei loro volti e dentro buoni sentimenti, o solo per incrociare il loro sguardo al nostro destino, al suo posto appese l’immagine di gesso sistemata su una masonite smaltata con un tenuissimo celeste, di una madonna dalle carni rosa avvolta in un manto blu con, sul braccio addormentato, il suo bambino.

A casa fecero tutto per tempo, presero tutte le precauzioni affinché il figlio nascesse sano e, una volta nato, non fosse poi ribelle.
Incorporata l’anima al mio corpo nel corpo di mia madre, la lotta che lei fece, se darmi alla luce morto oppure vivo, mi marchiarono lo spirito al posto della pelle.

Interno coniugale

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIV VVIVII

Anche se mia madre era donna di casa, anche se era del ‘26 e papà del ‘13, un poco con lui già si conosceva. Le famiglie avevano la stessa attività e posizione, erano da qualche tempo della stessa “corporazione” di artigiani, dei muratori. Fu certo per questo che quando papà la chiese l’ottenne in moglie.
Mio padre e mia madre si scambiarono gli anelli di fidanzamento, ma non so se con qualche ufficialità, davanti alle due famiglie. Il suo papà lo conservò in un suo tiretto dell’armadio della sua camera, con un suo cappello a falde larghe e delle cravatte che usava allora. Lo teneva in una custodia che sembrava di guscio di conchiglia. Era quadrato con sopra incise le sue iniziali LN. Mamma lo teneva sempre al dito, anche dopo sposata. Lo perse facendo qualcosa in casa. Continua a leggere

Il primo desiderio

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVI

Non che le ragazze aspettassero paurose in casa la minaccia dell’invasore, di quello che sarebbe stato poi il marito.
Se s’erano forse fatte di lui l’idea di un nemico, erano pure cresciute col pensiero che sposarsi avrebbe significato per loro rimediare all’insicurezza di ogni giorno e del futuro. L’uomo che avrebbero sposato lo vedevano, perciò, come il loro personale salvatore. Continua a leggere

Come un’offerta viva

di Alfonso Nannariello

I IIIIIIVV

«Solo la morte non torna sui suoi passi». So che non è così. So che non è mai stato vero.

In quel tempo anche chi sposava, senza il filo di Arianna del divorzio, non tornava più dal suo viaggio. A meno che il coniuge non tirasse il freno, a meno che, morendo, non lo permettesse.
Il matrimonio era unico e indissolubile, senza ripensamenti. Continua a leggere

A fare tutto il giro della musica

di Alfonso Nannariello

I IIIIIIV

Anche se non fu così per loro, anche al tempo del fidanzamento dei miei, ci si conosceva durante un qualche raro ballo familiare.
In città, per poter allargare le loro conoscenze, far scorgere qualche amore e trovare marito, ogni domenica pomeriggio, le ragazze delle migliori famiglie organizzavano in casa un ballo. Da noi, invece, si ballava da mia zia solo una volta all’anno. Alla fine del corso di taglio e cucito, con la radio o il giradischi. Durante quei balli, gli sguardi si fissavano, e poco a poco ci si scambiava le prime parole, cercando di non farsi notare. Ballando ballando nasceva indichiarato qualche amore. Continua a leggere

Se prendi tre acini di sale

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti  I –  II –  III

Ognuna avrebbe potuto sposare ognuno. E, per il volere di un padre, si destinavano i suoi giorni a chi avesse voluto.

Il dolore collettivo delle due guerre del Novecento, cambiò per sempre i rapporti tra le persone e il modo di vivere. Il matrimonio iniziò a essere fatto per amore, non più per dovere.
Non deve essere stato proprio così da noi. Continua a leggere

Per fare voglia agli sposi

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti  I II

Non so se il primo piatto al pranzo dei miei furono r cannàzz.

R cannàzz sono un tipo di pasta lunga, quanto i bucatini, ma con un foro molto più largo. Una sorta di grossi maccheroni detti a Napoli maccheroni di zita.
Noi chiamiamo «zita» sia la promessa sposa, sia la ragazza il giorno che si sposa, e «zit» il corrispondente maschile. Chiamiamo «zita» anche la ragazza da marito non ancora maritata, e la zitella, la donna con la pelle che si sgrana arrugginita in ogni sua membrana.
«Zita» una volta deve essere stato un fiore così pieno di grazia che deve essere diventato il simbolo e il nome delle vergini nel corpo e dentro il cuore, un fiore talmente bello che chi sposava una così l’ostentava sulla giacca, al foro dell’occhiello.
Per la festa di nozze il primo piatto erano, perciò, i maccheroni di zita. Continua a leggere

Una spilla d’oro e di smeraldi finti

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti I


Fatta che fu la foto all’uscita dalla chiesa, il corteo nuziale andò a piedi a casa di mio padre, accompagnato dagli auguri della gente uscita sulla porta.

Arrivati a casa, mamma forse ricevette una spilla d’oro e di smeraldi finti. Nel salone e nella cucina mangiarono con i parenti stretti.

Dopo si rassettò di nuovo la parte aperta della casa. Tra un rumore di cose spostate e un poco di fracasso, si preparò il salone per il rinfresco. Si misero le sedie intorno alle pareti. Con fogli bianchi si coprirono le fornacelle dove si sarebbe messa l’orchestrina e, in un angolo della cucina, sotto le scale che andavano da zie’ Lina, si sistemò un tavolo per i liquori e i bicchierini e un altro per le paste fresche e quelle secche, e per i biscotti fatti in casa con anice e coloranti. Continua a leggere

Per farla figurare

di Alfonso Nannariello

Uno dei fratelli di mia madre, zi’ Ciccìll, voleva la bellavita. Per questo prese un altro corpo.
Quando sua sorella Cïetta sposò, lavorò a Foggia, nella tintoria del marito. Poi si mise in proprio, e la tintoria l’aprì a Calitri. Da allora fu ‘u Tintòr.
Trovato il verso alle sue aspirazioni nelle cose di qualità e di moda, costruì il suo fascino.
Vestiva con cura. Cappelli alla lobbia e abiti attillati, perfetti coi colori cittadini. Capelli sempre ben tagliati, e lucidati con la brillantina. Sotto al naso rettilineo i baffi a spazzola sembravano definitivamente sistemati. Cravatte regimental risaltavano sulle camicie bianche dalle giacche abbottonate alte. Bei fazzoletti uscivano quanto bastava, dal taschino. Continua a leggere