Comunque

Come amare Gesù? Un modo speciale ce l’abbiamo: amarlo nei fratelli. Possiamo fare a loro ciò che vorremmo fare a Lui. Il Vangelo di Matteo lo spiega bene. L’esame finale verterà su questo: avevo fame, avevo sete, e mi avete assistito. Rispondere ai bisogni, e prima ancora accorgersene. Per farlo, ci vuole una disciplina delle parole, dei gesti, dei pensieri. Bisogna aprirsi a Dio e dare agli altri quello che si è preso. Ringraziando comunque.

Chi vorrà salvare


L’amore ha il potere di rendere bello anche ciò che non lo è. Dio fa così: ci riveste di luce, arricchisce l’anima di beni, come ne avesse solo per donarceli. Di fronte a tanta generosità, dovrebbe essere consequenziale pensare meno a noi che a Lui: amare è dimenticarsi di sé e perdersi nell’altro.

Dalla parte del bambino


I bambini disturbano. Piangono, parlano a casaccio, sempre fuori contesto. A messa, poi, sono ingestibili: favoriti da genitori lassisti, coprono le parole del prete, a volte provvidenzialmente, a dire il vero. Fanno capricci, chiedono con insistenza, s’impuntano per niente.
Eppure hanno qualcosa d’impagabile: “fiducia senza limiti, docilità, sete di Gesù, candore e purezza, abbandono totale, sguardo limpido”, dice il Cristo alla mistica Gabrielle Bossis. Dichiara di amarli, e invita a riprendere l’anima di bambino per donargliela.
Ripenso a un principio di saggezza, così dimenticato: prima della ragione viene la libertà creativa, l’adesione personale. Ama e fa’ ciò che vuoi, diceva Agostino. In questa prospettiva, dalla parte del bambino, tutto si spiega.

Vedere o non vedere


Vogliamo vedere: è un segno del nostro materialismo incorreggibile, o del nostro ateismo. Perché Dio non si vede. Dio nessuno l’ha mai visto, dice Giovanni nel Vangelo. Cristo era visibile, allora; ma oggi neanche Lui. Come amare qualcuno che non vedo? È la sfida della vita, la cosiddetta prova. Ed è questo l’amore che Dio chiede, che predilige più di ogni altra cosa. Se c’è una vittoria che conta, è amare e non vedere: non si vede bene che col cuore, come ha scritto qualcuno.

Per amarti


Le profezie sono vere, ma non ditelo a nessuno, tanto non ci credono. Certo, un po’ fa male, ma ti ci abitui, giorno dopo giorno. Mi metto sempre più nei panni del Battista, di Geremia, di Elia, gente la cui voce ha gridato nel deserto, e spesso è risuonata a vuoto.
Penso a te, Gesù: schernito, oggi come allora, oggetto di sarcasmo insieme ai tuoi, esposto allo sberleffo, messo, come si diceva una volta, alla berlina. Comincio a comprendere meglio cosa significhi amare senza ricevere risposta. Penso alle tue cadute sul calvario – sette, secondo la Emmerich -: non hai inveito, non ti sei lamentato o ribellato, sei rimasto in silenzio, pur di tirarci fuori dalla morte. Per evitarci la tomba, ci sei finito dentro.
Per amarti, come ci hai amato, dovremmo uscire dal sepolcro del cuore, dove ogni giorno torniamo sperando che il Vivente, lì, non possa entrare.