La grande paura americana

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Il timore di vivere sotto una sorta d’insidiosa, nascosta, feroce dittatura, soprattutto di destra, soprattutto di matrice nazi-fascista, attraversa in maniera discontinua la storia della letteratura americana della seconda metà del secolo scorso.
In un racconto poco conosciuto di BukowskiSvastica, parte dell’edizione americana di Storie di ordinaria follia ma mai inserito nelle corrispondenti edizioni italiane, il controverso autore americano narra di Adolf Hitler, mai morto e segretamente trasferitosi negli Stati Uniti, che riesce a sostituirsi al Presidente in carica e a prendere possesso dello Studio Ovale. Distopia lontana dai temi bukowskiani, e di conseguenza oggetto a fasi alterne di critiche feroci o di entusiastiche difese, Svastica trae ispirazione da una delle grandi ossessioni del secolo scorso: ovvero il mancato ritrovamento del cadavere del Führer e la paura mai sopita di un suo ritorno, in prima persona o sotto mentite spoglie, sul palcoscenico della Storia.
Circa trent’anni dopo l’uscita di Svastica, Philip Roth pubblicherà invece Continua a leggere

L’esperienza italiana di Ken Shulman

Articolo di Ken Shulman

Testo introduttivo e intervista finale di Giovanni Agnoloni

Ken Shulman è un giornalista e scrittore di Boston, che nel corso degli anni si è occupato di politica, sport e cultura in tutto il mondo per testate come Newsweek, The New York Times, The International Herald Tribune, BBC e Associated Press. Ha vissuto per 15 anni in Italia (soprattutto a Firenze) occupandosi del campionato italiano di calcio e scrivendo anche il libro “Anatomy of a Restoration”, (Walker and Co, 1991) saggio imperniato sul restauro della Cappella Brancacci. Come giornalista sportivo ha seguito tre Coppe del Mondo, e ha viaggiato e si è occupato delle realtà di paesi come Brasile, Israele e Palestina, Turchia, Russia, Liberia, Sierra Leone, Giappone, Sud-Africa e Cuba. Continua a leggere

America

Che strana sensazione tornare qui e trovare questa scena. Uno dei quartieri più eleganti di Roma, sempre ineccepibile, strade immacolate e prati all’inglese, ville straripanti di verde e auto di lusso parcheggiate in posti numerati. Guai a rubare uno spazio: ti ritrovavi con la fiancata distrutta; bastava un coltellino di quelli per le unghie ed erano mille euro sicuri al carrozziere. Funzionava così: tutto adorabile e aggraziato, ma se sgarravi di un niente, ti risvegliavi in galera o in ospedale. Che strana sensazione scoprire i cancelli divelti, le piante rovesciate, le colonne liberty sradicate e mutile, come reperti d’antiche civiltà. La storia cominciò nel settembre nero del 2008: tentarono di salvare il salvabile, ma la banda dei pescecani non poteva farla franca. Giocava col terrore della gente onesta, costretta a versare contributi per colmare i baratri prodotti. Ma la gente onesta insorse e scelse di affondare, pur di non non dargliela vinta a quei gaglioffi. Fu il tracollo totale. Si cominciò dalle banche americane, che fallirono una dopo l’altra. In Europa, miopi governanti si incaricarono di rassicurare le nazioni, per restare incollati alle poltrone; ma con l’ondata di debiti e finanze fantasma ci fu poco da ingegnarsi. Cominciò a scarseggiare il denaro, poi le merci, infine i semplici alimenti. Fu allora che si scatenò la furia del popolo affamato, travolgendo gli argini senza via di scampo. I primi obiettivi furono le ville straripanti di verde e di macchine lussuose dei più ricchi. Quartieri come questo si trasformarono in un deserto di macerie, come se una deflagrazione smisurata li avesse rasi al suolo. Ora che il tempo sembra essersi fermato, sono l’unico che batte queste vie, in cerca di un ricordo, di un’immagine, di un segno, per provare che qui, in un’epoca remota, ci fu qualcosa di simile alla vita.