Fin d’ora

Quello che siamo davvero, dev’essere ancora rivelato. Solo allora, dice il Cristo alla Bossis, scopriremo la nostra miseria, e ci sorprenderemo che un Dio abbia potuto amarci come ci ama, fin da adesso. Come ringraziarlo? Amandolo, appunto, unendosi a Lui ogni momento, immaginandolo – aiutati dal Vangelo, dalla sua vita concreta nella storia -, imitandolo. Dove siamo noi, Lui è.

Paure

Il motivo per cui Gesù è venuto è abolire la paura. Si diceva: vedi Dio e poi muori. Per aver toccato l’Arca dell’alleanza, che stava vacillando nel trasporto, Uzza viene folgorato. Molti personaggi del Primo Testamento pagano cara la loro piccola o grande infedeltà. Dio spaventa: anche i buoni, i giusti sono turbati al suo apparire. Gesù è venuto per abolire la paura, e raccogliere l’amore: così dice alla Bossis. E possiamo crederci.

Solo per amore

Fare tutto per l’unione, sentirsi uno col Padre, il Figlio e lo Spirito nelle più piccole cose: è un esercizio spirituale da non dimenticare. A ogni piccolo sforzo, il Padre corrisponde con una grande grazia: è carità, dunque è impaziente di corrispondere, di venire incontro a noi, poveri figli. Unica accortezza: non fare nulla per paura, ma per amore, solo per amore.

Follie


Gesù è folle d’amore, su questo non ci piove. O forse pioveva quel giorno, sul Calvario, chi lo sa. La pioggia lava il dolore, purifica come l’acqua del battesimo, in cui siamo abilitati alla stessa follia, a compiere ogni atto, a lasciare che ogni battito del cuore si succeda, a disporsi ad accogliere pensieri e sentimenti con l’identica nota, l’unica motivazione: l’amore. È più dolce vivere per l’altro, per il nostro Dio che per sé stessi. Una mattina ti alzi e lo capisci. Allora tutto cambia, la vita diventa un’altra cosa.

Scarti


Con Gesù, anche il peccato serve. A Gabrielle Bossis, Egli consiglia di mettersi davanti al suo Volto e stendere l’anima come un tessuto, ricordando i fallimenti passati e presenti. Ne nasce una preghiera senza parole, fatta di umiltà. Così anche gli scarti ci avvicinano a Dio, sotto forma di amore di contrizione e di riparazione. Tutto può condurre all’amore, e il Cristo ci è già venuto incontro per più di metà del cammino necessario.

Il dardo dei serafini


Siamo coscienti di non amare abbastanza, soffriamo per il fatto di non sentire a sufficienza l’amore per Gesù. Dobbiamo dirlo a Lui: guarirà questa piaga, magari, con un’altra sofferenza, quella che chiama, parlando con Gabrielle Bossis, il “dardo dei serafini” . Essere trafitti dall’amore: ecco il dono che ci aspetta. Dovremmo desiderarlo più di ogni altra cosa.

Il mendicante


Gesù ama più di noi, perché è l’amore. È affamato più di noi, perché in Lui non c’è alcun impedimento o tornaconto. È il motivo per cui ci fa del bene senza che noi ce ne accorgiamo, con una discrezione inconcepibile. Pensiamo alla fortuna, al caso. Ma è stato Lui, il mendicante, Lui che sta alla porta e bussa. Lasciamoci scappare un grazie, se possiamo.

Tu sappi che – di Max Ponte

Poesia inedita

Nota dell’autore:  Le parole assumono a volte un’urgenza che non conosce catene. Inoltre la vita è per sua natura fragile. Questa lirica la scrissi qualche mese fa per una raccolta che è in pubblicazione, ma vista l’attualità ho deciso di mandarvela. La migrazione, il naufragio sono qui cronaca e condizione esistenziale per cui “Tu sappi che”, imperativo della presenza ad ogni costo, è una poesia civile e una poesia d’amore allo stesso tempo.

Dell’amore

da qui

Che se ne fa, Gesù, delle nostre offerte? Siamo ingenui, superstiziosi, illusi? No, Lui vede l’investimento di intelletto, memoria, volontà: apprezza che siano messi al suo servizio. Prende ciò che gli diamo, e lo deposita nel suo tesoro. Ricordate le parole del padrone al servo pigro della nota parabola? Avresti potuto mettere in banca il talento ricevuto: avrei riscosso gli interessi dovuti. Dell’amore non si butta niente, cantava De Gregori.

Un’altra formula


Gesù chiede alla Bossis di trasmettere questo: “Come Me: nell’umiltà, nella verità di Dio, e nell’amore”. Che dire di più? L’avventura è far emergere l’identità reale, segregata nel carcere delle illusioni. Ma non abbiamo più bisogno di ingannarci: liberiamo la verità, tutto il resto lo avremo in sovrappiù.

Il Tu


È il tu che libera, ma non un tu qualunque: siamo bravi a imprigionarci vicendevolmente con sistemi sottili, a volte subdoli. È necessario Dio. Non a caso il Pater è la preghiera del Tu, ossia dell’amore. Le prime richieste sono tutte in questo senso: tuo nome, tuo regno, tua volontà. Il pane quotidiano, poi, è il nutrimento d’amore che ci occorre; rimettiamo i debiti per amore di Dio; il male da cui domandiamo di venire affrancati è ogni assenza possibile d’amore. Detto così, il Padre nostro è un’altra cosa.

Evocazioni

da qui

Le persone con cui stiamo bene ricordano che nella vita c’è una presenza che acquieta e che guarisce. Non trovo niente di meglio, per esprimerlo, del testo in cui Agostino d’Ippona dichiara a Dio il suo amore: tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova. È utile rileggerlo, o ascoltarlo.

Innamorarsi


“Aver paura d’innamorarsi troppo” era il titolo di una canzone di Battisti. C’è del vero, perché temiamo di perderci, di lanciarci in un’impresa soggetta al fallimento. Quante delusioni inflitte e ricevute, quante disfatte sul campo di battaglia che chiamiamo amore.
Con Gesù è diverso: più t’innamori, più hai fame di Lui; più ti perdi, più sei sicuro di trovarti, perché è il Presente per antonomasia, con lo sguardo su te, persino quando dormi. Sapersi guardati, amati così, fa passare la paura.

Come imparare


Gesù ci chiede di non lasciarlo solo: nell’orto degli ulivi, per esempio, nell’eterno presente dell’agonia terribile – in Dio tutto è presente -, in cui non è che un povero uomo sofferente, che ha bisogno dei suoi. Non lo amiamo di più, standogli accanto nei momenti bui? Questo vuole che impariamo, e già desiderarlo è amare. Con Lui l’esito è certo: chiediamogli d’intervenire, e lo farà. Aspiriamo al carisma più grande, l’amore-agape, e Lui ce lo darà.

Scia di luce


Non crediamo all’amore. I maestri dell’ateismo ci hanno inculcato, con tenacia scientifica, il piccolo cabotaggio dell’amore sociologico, formale, che si pasce di idee, autocelebrativo e narcisistico. Il vero peccato è questo: aver ceduto l’anima ai cattedratici del nulla, ai figli del signore delle mosche: baal zebub.
Ma si può tornare indietro, alle origini, o al futuro, come dice qualcuno: credere in un Dio fatto carne. Basta pensare a Lui perché la vita rifluisca, perché scopriamo la sua immensa cura, la delicata Provvidenza, il desiderio intensissimo di comunione. Lasciagli il suo posto nel cuore e ti sarai liberato dall’incantesimo del male. Sarai vita che scorre, oltre lo spazio e il tempo, scia di luce.

Immagina


Allenarsi. Abituarsi a vedere il Cristo nell’altro, prepararsi al gran giorno in cui dirà: ogni volta che avete fatto questo a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me. Cosa faremmo a Gesù? Come lo accoglieremmo? Quali attenzioni gli riserveremmo? Immaginiamo tante cose, non sempre edificanti, e non l’incontro decisivo della vita? Ogni giorno è il giudizio: sulla nostra capacità di essere noi stessi, sull’amore che siamo e che gli altri attendono da noi per placare la fame, la sete, per essere vestiti, assistiti, consolati. Sarà bello, allora, dire al Pastore che raduna capri e pecore: ti ho visto, ti ho riconosciuto. È come un ritrovarsi tra vecchi amici, un riabbracciarsi.

Nell’amore


Per chi preghiamo? Se il Signore è vicino, è il nostro confidente; se davvero è un intimo nostro, se è, come vuol essere, uno di famiglia, che bisogno c’è di chiedere per noi? Ai nostri problemi, ai nostri impegni, ci pensa di sicuro. Molto meglio pregare per gli altri: per i vicini, i lontani, per tutto il regno da ricapitolare in Cristo, come dice san Paolo: se non arrotolo la pergamena intorno al capitulum, alla kefalé, al Primo e l’Ultimo, l’Inizio e la Fine, è poca cosa che a me vada bene: ci salviamo insieme. Come diceva Solov’ev: nell’amore, tutto è collegato.

Il tonfo

Il tonfo della croce nella buca: è una delle immagini più belle che Gesù comunica a Gabrielle Bossis, mistica del Novecento. Quando le anime prigioniere dello Sheol sentirono il rumore, trasalirono di gioia. Una gioia percepibile solo da coloro che il Cristo chiama amici. Riusciamo a comprendere che cosa poté significare, per Lui, essere condannato a morte, e a quella morte? Proviamo a sentire il tonfo del legno nella buca, scavata dai carnefici; cerchiamo di capire se anche noi potremmo essere colti dalla gioia che il mondo non conosce: l’essere amati fino a questo punto.