10 idee per il lavoro dei nostri figli

di Andrea Sartori

Contro il lavoro

È senz’altro lodevole che al giorno d’oggi si guardi al problema del lavoro cercando di cogliere il bicchiere mezzo pieno. Tuttavia il rischio che si corre è di confondere la realtà con il sentimento che la vorrebbe diversa. Marina Calderone, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e del Comitato Unitario delle Professioni, si sente in dovere di nutrire pensieri felici, nel suo libretto da poco edito da Laurana – 10 idee per il lavoro dei nostri figli – anche perché è madre e in lei gli imperativi della conservazione della vita e della protezione che prelude al conseguimento dell’autonomia, la inducono a guardare con occhi limpidi e sereni al futuro, nella speranza che il medesimo sguardo si trasmetta alla figlia, ormai sulla soglia dell’esperienza professionale. Continua a leggere

Raccontare la follia, in emergenza

di

Andrea Sartori

Che cos’è una diagnosi in ambito psichiatrico? Un’etichetta incollata alla vita del paziente come un destino che questi non si può scrollare di dosso? Un escamotage che il medico utilizza per riempire l’apposita casella di un referto, garantendosi una coscienza tranquilla, professionalmente conforme?
Il libro dello psichiatra e studioso di antropologia culturale Giorgio Villa – Dimagrire con la psichiatria, Exorma Edizioni, Roma 2012 – è il tentativo di ragionare intorno a queste domande, utilizzando la rielaborazione narrativa della propria esperienza clinica nel servizio di emergenza del 118, come strumento d’indagine.
Non a caso Bruno Callieri, deceduto lo scorso febbraio a conclusione di una vita spesa a umanizzare la psichiatria, nella prefazione ascriveva il volume al filone della narrative medicine, ovvero a quell’ambito del racconto della malattia – e del suo possibile impiego clinico – di cui il ‘900 è stato prodigo di esempi ante litteram, basti pensare alle Memorie di un malato di nervi (1903) di Daniel Paul Schreber, ma anche alle angosce e agli sdoppiamenti – di certo non riducibili al solo dato clinico – di Franz Kafka, Italo Svevo, Luigi Pirandello, o allo stesso Sigmund Freud, cronista e narratore dell’inconscio di legioni di pazienti. Continua a leggere

Tizian non è solo, qualcosa si muove nella cultura e nella coscienza del Paese, di Andrea Sartori

Giovanni Tizian, giornalista ventinovenne della Gazzetta di Modena, autore del libro d’indagine Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (Round Robin, 2011), è sotto scorta, come Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosaria Capacchione. La notizia è ascrivibile a un fenomeno d’interesse generale, in cui la presenza delle mafie nel nostro Paese – da tempo insediate anche al nord, ovvero in regioni come la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Veneto, il Piemonte – si coniuga con il problema culturale, altrettanto endemico, della latitanza della verità. In un luogo in cui la verità è occultata, vilipesa e ostacolata, infatti, le mafie attecchiscono facilmente, poiché tutte prosperano sul terreno del silenzio omertoso, della menzogna imposta dalla paura, della connivenza omissiva, allergica ai fatti e alla loro ineludibilità vincolante.
Non è un caso, d’altra parte, che Tizian e i suoi colleghi lavorino con la parola, con il linguaggio, ovvero con il dispositivo della comunicazione per eccellenza, che rende possibile il rispecchiamento del vero e che la criminalità organizzata teme al pari dell’azione investigativa, dei provvedimenti cautelari e ristrettivi. Continua a leggere

La morte di don Verzé, il mistero e la brutta figura degli uomini intelligenti, di Andrea Sartori

Il sipario calato sulla vicenda terrena di don Luigi Verzè, proprio nei giorni in cui il San Raffaele – con le sue finanze disastrate – andava all’asta, sta proiettando il faro dell’opinione pubblica e degli accertamenti giudiziari su quarant’anni di storia milanese. Una storia a dire il vero da sempre sotto gli occhi di tutti, eppure impermeabile alla vista. Anche a quella di chi – insospettabile e in buona fede, come Massimo Cacciari – ha magnificato, nel corso degli anni, la visionarietà del sacerdote-manager, la crucialità della sua posizione imprenditoriale e intellettuale nel panorama delle iniziative di sviluppo a favore del Paese e delle sue eccellenze.
Marco Travaglio, il giorno dopo i funerali, ha ripercorso sul Fatto Quotidiano le tappe dell’ascesa e delle cadute (plurali) di don Verzè, dagli affari immobiliari con Silvio Berlusconi agli albori di Milano 2, alle condanne per tangenti e abusi edilizi – in parte annullate dalla santa prescrizione –, dalle amicizie politiche come quella con l’immancabile Bettino Craxi – a lungo terminus ad quem irrinunciabile per qualunque oliaggio della macchina amministrativa pubblica –, alle speculazioni rapinose su due opere d’arte, finendo con l’abbraccio solidale elargito al pragmatismo illuminato dalla fede di Roberto Formigoni, ras indiscusso della Regione Lombardia e delle sue opere di bene nell’era berlusconiana.
E siamo all’oggi, con i suoi “sorprendenti” buchi di bilancio. Don Verzè, in mezzo a tanto rigoglio di idee e progetti, era solito dire che i soldi non sono mai il problema: chissà perché, allora, sono spesso in cima ai pensieri e alle preoccupazioni delle persone comuni, non appena si propongono di fare qualcosa, non solo di pensarla. Continua a leggere

Attualità di Giorgio Ambrosoli

di Andrea Sartori

A partire dal 1991, con la pubblicazione presso Einaudi del libro di Corrado Stajano Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, l’indifferenza, se non la diffidenza, che circondava la figura di Giorgio Ambrosoli, è progressivamente mutata. Lo scorso 14 novembre 2011, ad esempio, l’Associazione Giorgio Ambrosoli ha organizzato, sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica, la prima Giornata della Virtù Civile, dedicata a un’altra figura di resistente contro l’illegalità e le mafie, quella di Libero Grassi. L’oblio si è così riconvertito in ricorrenza, e si è fatta strada l’idea che la condotta di Ambrosoli rappresenti un esempio trasversale di onestà e integrità etica, soprattutto in un’epoca in cui i crimini finanziari dei colletti bianchi sono lo strumento più subdolo con cui le aree corrotte dell’imprenditoria e della politica, non di rado assistite dalla malavita organizzata, addebitano alla collettività i costi di spregiudicate operazioni speculative e di imbrogli di bilancio. Continua a leggere

Diario di Barcellona III, di Andrea Sartori

«Io è un altro».

Gli vennero in mente queste parole di Rimbaud, quando si guardò nella specchiera ottocentesca del Grand Cafè Restaurante della vecchia Calle Ferran.

Volgendo poi lo sguardo alla strada, gli parve di vedere ancora se stesso: nella senzatetto che si arrotolava le mutande in vita dopo aver pisciato in un angolo già irrigato da un cane, nelle grida disarticolate di due tedeschi ubriachi, nel sorriso ammiccante di un omosessuale che tentava di sedurlo a distanza.

Avrebbe dovuto essere «un altro» più spesso.

Come la sera prima, ad esempio, quando, mentre rimestava il fondo di un mojito accucciato su di uno sgabello di Malpaso, entrarono nel locale, ridendo senza ritegno, sette ragazze olandesi, in città per le sfilate di Passarel-la. I giovani spagnoli che erano con lui si erano ridestai ad una nuova vita, sperando improvvisamente in un diverso destino per la loro notte. Allora, però, egli non seppe sfilarsi dal viso la pellicola trasparente che lo separava da se stesso. Doveva rientrare nel suo piso, e mettersi a lavorare alla scrivania, senza troppo alcool in corpo, e senza l’enfasi della carne a disturbarlo. Continua a leggere

Tutto l’amore che abbiamo potuto. Sul nuovo libro di E. Tonon, di Andrea Sartori

Con La luce prima (Isbn Edizioni, Milano 2011), Emanuele Tonon completa il suo personale ciclo trinitario iniziato con le due parti di cui si componeva il romanzo eretico dell’esordio, Il nemico (Isbn Edizioni, Milano 2009). Se quest’ultimo era dedicato alla teologia concreta – operaia e furiosa – del Padre e del Figlio, il nuovo libro è incentrato sul ricordo della madre, Vincenza, trasfigurata dall’elaborazione del lutto in uno Spirito Santo, che non si propaga nel mondo per il tramite fattivo della Chiesa di Pietro, ma per quello biologico di un’esile figura mariana, i cui organi espiantati – dilapidati – danno nuova vita ad altri sconosciuti. Continua a leggere

Diario di Barcellona II, di Andrea Sartori

Il mattino trascina con sé brani della notte. Dalla notte, a dire il vero, la città non esce mai.

Un lieve stato sonnambulico ti accompagna anche quando scendi a fare la spesa al piccolo supermercato sotto casa, gestito da un cingalese che ormai, quando ti vede, ti saluta con un identico bofonchio: «Buenos dia, italiano». Continua a leggere

Diario di Barcellona I, di Andrea Sartori

Ho attraversato la città con il mio corpo. O forse ho attraversato il corpo della città?

Chiazze, grumi, masse fibrose, sfilacci, muscoli: quasi inciampavo in parti di corpi. Staccate dal tronco, acefale, analfabete. Frange tagliate, brandelli amputati, gettati intorno a me, proprio sotto il mio sguardo, come a dire che erano lì non a caso, ma per richiamare la mia attenzione, e ad esigerne gli occhi, le retine, e con esse il cavo auricolare, il tatto, i seni nasali. Continua a leggere

Trauma senza evento. La narrativa italiana nell’epoca della sottocultura, di Andrea Sartori

Premessa psicoanalitica.
Un trauma psichico non è sempre congiunto in modo chiaro e univoco a un evento pregresso nel mondo reale. Anzi, come già sosteneva Sigmund Freud, esso è caratterizzato da una specifica Nachträglichkeit, ovvero si manifesta come tale solo a posteriori, in conseguenza di altri avvenimenti scatenanti, che ne dissotterrano l’eventuale nucleo patogeno. Continua a leggere

L’angoscia del moralista nell’esordio di Alfonso Brentani, di Andrea Sartori

In un passaggio del suo drammatico referto Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet, Macerata 2011), Daniele Giglioli sintetizza così lo stato della vita pubblica del Paese a cavallo del nuovo millennio, il perdurante anno zero dello spirito sociale italiano, refrattario a essere simbolizzato nel linguaggio da un soggetto capace di verità: «Non c’è settore della vita pubblica, dalla politica alla finanza, dallo sport alla cultura, che non si presti a essere interpretato in chiave di bande – cordate, scalate, filiere, gruppi di pressione, patti di sindacato, lobby, cricche, conventicole, famiglie, mafie». Uno scenario sconsolato a cui quasi tutti siamo assuefatti, appiattiti per stanchezza, delusione e talvolta paura, sulle locuzioni più indeterminate che ci siano, che meno di altre richiedono una presa di posizione, una specifica postura critica, da parte dell’enunciante: si sa, così fan tutti, non c’è altrimenti. Nel furioso e al tempo stesso insensibile dileguare del vero e del senso di responsabilità, l’unico principio che le bande macinatrici di realtà e di potere adottano per imporsi e mantenersi sulla scena pubblica nazionale, è quello arcaico dell’auto-conservazione. All’apice – presunto – della società e dell’economia della conoscenza, laddove si disquisisce di preziosi capitali cognitivi da valorizzare e di evoluti strumenti di comunicazione da adottare, il campo politico e produttivo del Paese è per lo più attraversato dagli impulsi ferini di un rinnovato stato di natura hobbesiano, dalle leggi di un incravattato darwinismo sociale, ove contano null’altro che la sopravvivenza, la conservazione dell’utile e del proprio interesse materiale. Continua a leggere

La ferocia dorata degli anni zero, di Andrea Sartori

Accadde così, un po’ per incoscienza e un po’ per disperazione, o forse perché c’era semplicemente bisogno di sentirsi vivi, guardati, considerati. Mi ritrovai lì, a parlare con un pubblicitario di lungo corso, un signore che voleva insegnarmi il mestiere. Tutto era nuovo, si ricominciava daccapo. La fiducia era doverosa, non si poteva allontanarla ancora. In parte me l’ero cercata, in parte ci avevo sperato davvero, ma in fondo non ne volevo sapere nulla, mi sarei accontentato di fare data entry a un terminale qualunque. Finirla una volta per tutte con le lotte, con le illusioni. Finirla con le immagini, con le aspettative, con le proiezioni del futuro e le relative paure. C’era bisogno di cose, di fatti, di macigni che curassero l’astrazione. Andò diversamente. Continua a leggere

Andrea Sartori, Scompenso.

Uno scompenso

di Antonella Piredda
corsista del Laboratorio di Critica Letteraria di Sassari – a cura di Libreria Internazionale Koiné e Agenzia Letteraria Milkbar.

Scompenso (Exòrma Edizioni, Roma 2010, pp. 407, euro 17, 90), primo romanzo di Andrea Sartori, è un’opera di impostazione filosofica, che ben rispecchia la formazione del suo autore. Alberto, protagonista del racconto, è un giovane laureando in filosofia che, durante il lungo percorso di studi, sprofonda in una crisi psichica. Quasi per allontanare il momento della laurea, visto più come un desiderio dei suoi genitori, e meno come il coronamento della propria passione, il giovane affronta l’esperienza dell’obiezione di coscienza. Continua a leggere

Calvino impuro nella lettura spirituale di Fabrizio Centofanti

di Andrea Sartori L’opera letteraria di Italo Calvino è troppo complessa e articolata per essere etichettata come rappresentativa di un modo univoco di intendere la letteratura e il suo rapporto con la vita. Da qui l’insoddisfazione di Fabrizio Centofanti (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, Clinamen, Firenze 2011) rispetto a quelle letture che schematizzano il lavoro di Calvino in due fasi tra loro non comunicanti, o che oppongono seccamente i suoi scritti «di carta e d’inchiostro» – come ebbe a dire Carla Benedetti – a quelli «di carne e di sangue» di Pier Paolo Pasolini (la gestazione dello studio di Centofanti risale a prima della pubblicazione del discusso Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura, Bollati Boringhieri, Torino 1998, ma è piuttosto chiaro che Centofanti già allora non avrebbe condiviso l’impostazione oppositiva, antagonista e a tratti manichea del pamphlet della Benedetti). Continua a leggere

L’estraneità del familiare. A proposito di un romanzo di Monica Viola

MONICA VIOLA, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, Rizzoli, Milano 2008.

di

Andrea Sartori

È l’«ansia da sovraffollamento» di una famiglia composta da genitori, otto figli, una nonna – nella Roma a cavallo tra gli anni settanta e ottanta – a rendere un «lungo e lento verme» l’accavallarsi domestico di voci, urla e bisogni, che si susseguono in un appartamento spazioso eppure troppo piccolo, per consentire le sfogo dell’inevitabile nucleo nevrotico di una tale convivenza coatta. Continua a leggere

Il giorno che le cose mutarono, di Andrea Sartori

 

Molto tempo fa – il Paese era ancora una nazione – il capo del governo italiano s’ammalò gravemente di nervi. Poche persone del gabinetto vennero messe a conoscenza delle sue reali condizioni di salute, e ben presto si creò un cordone mediatico, intorno a Palazzo Chigi, con lo scopo di mettere il primo ministro al riparo dalle indiscrezioni, e di preservare l’apparenza delle sue capacità decisionali. Ragioni connesse all’animosità della coalizione di maggioranza, e alla delicata situazione internazionale – l’Italia svolgeva compiti di rilievo nella gestione diplomatica delle guerre dichiarate dagli USA – impedivano all’intero consiglio dei ministri di dire la verità. I parlamentari e i sottosegretari dell’opposizione, naturalmente, erano a conoscenza dei fatti ed assecondavano la menzogna, sperando di ricavare, da un probabile passo falso, un tornaconto che avrebbe loro garantito il potere politico per parecchi decenni a venire. Continua a leggere

L’assistente sociale, di Andrea Sartori

 

Maria Grazia ha fatto del suo essere donna un mestiere. Ella è donna, e di ciò vive, guadagna. Non è tuttavia il guadagno il suo obiettivo, semplicemente non può fare a meno del suo corpo e degli affetti di cui esso è intessuto, di quella peculiare mistura di professionalità e distesa regolarità biologica che testimonia con il suo esserci sin da quando era studentessa, e s’apprestava ad apprendere un lavoro.

Maria Grazia è di poco al di là dei quarant’anni, e non ha ancora abbandonato l’idealismo dei primi tempi. Non ha dismesso, cioè, la pretesa di rimodellare l’umanità dei suoi simili in difficoltà proponendo la ripartita geografia dei propri sentimenti come rimedio al disagio, alla malattia, al dolore. Istruita attorno ai vent’anni sulle tecniche dell’intervento sociale, della diagnosi, del progetto educativo, ha via via maturato la coscienza, e la capacità, di implementare quelle tecniche tramite il vigore delle proprie immagini, delle proprie proiezioni, della forza del proprio sentire. Continua a leggere

Menzogna e creatività negli oggetti di consumo, di Andrea Sartori

E se un giorno le merci ci tradissero, noi continueremmo ad amarle?
Menzogna e creatività negli oggetti di consumo

«E se un giorno le merci ci tradissero, noi continueremmo ad amarle?» è il suggestivo titolo, proposto da Paolo Golinelli, di una conversazione spettacolo con lo scrittore Aldo Nove, svoltasi nel maggio 2007, nell’Atelier di via Melone a Milano.

In questo breve testo, ripercorro i tratti salienti del mio intervento.
Golinelli ha illustrato in quell’occasione, tramite una ricca rassegna d’immagini, come un certo ramo del design sia giunto ad elaborare dei concept che si sono via via allontanati dal loro rapporto con una funzione, con un qualsivoglia utilizzo dell’oggetto, divenendo in tutto simili a dei concetti senza riferimento, a dei significanti senza un significato. Continua a leggere

Linguaggio di M., di Andrea Sartori

 

«Conobbi quel tizio, di cui ricordo solo l’iniziale del nome di battesimo – M. – all’epoca del mio insegnamento a Venezia. Poteva chiamarsi banalmente Maurizio, o Mario, o fregiarsi d’un ben più nobile appellativo, come Manfredi, proprio non lo rammento, nonostante negli ultimi tempi abbia pensato a lui abbastanza frequentemente. Costui era solito attendermi all’uscita dell’aula, dopo la lezione del mercoledì. Non mi capitava mai di notarlo mentre esponevo il contenuto dei libri della Fisica di Aristotele, in fondo aveva un viso anonimo, simile a quello di tanti altri ventenni che frequentavano il corso – anche se, devo dire, la mia classe, a differenza di quella del collega di storia della filosofia contemporanea, era sempre piuttosto striminzita – ma invariabilmente mi imbattevo in lui quando, all’uscita, l’aula deserta, facevo per varcare, con i miei libri ed i miei fogli sottobraccio, le porte girevoli alla fine delle ripide scale che conducevano fuori dall’emiciclo delle lezioni. Continua a leggere