15. Pillole

da qui

La guardi di traverso, mentre dorme: hai paura che si svegli e ti sorprenda. E’ scivolata sul sedile in modo innaturale. A cosa stai pensando? Com’era difficile alzarlo dal letto e metterlo dritto sulla sedia; senti ancora il dolore dei polsi, della schiena. E poi le medicine, gli orari, la paura di sbagliare. Una lacrima scende lentamente, va a cadere sulla mano di lei, abbandonata sulla coscia: si sveglierà? Continua a leggere

86. Lo sapevo

da qui

A volte ritornano.
A volte.
Cerchi d’immaginarlo con Arturo, nella mansarda, a scrivere canzoni, e poi andare a rimorchiare. Facile: scrivono, cantano e chiavano.
Ne è passata di acqua sotto i ponti.
E ne è caduta dai tetti.
Ecco, ora reagirà: dirà che sei acida e cattiva. Continua a leggere

74. La cura

da qui

Sono riuniti in uno sgabuzzino angusto, parlano a voce bassa, due uomini dalla pelle scura fumano qualcosa.
Nulla?
Nulla.
Non possiamo arrenderci. Dev’esserci una traccia, un segno qualunque del passaggio dell’attentatore. E’ stato qui, sappiamo che non manca molto.
L‘ufficio del capo?
Rivoltato come un calzino. Lui si è presentato a mezzogiorno, raccomandandoci di finire presto.
Io ho trovato questo. Continua a leggere

75. Potere

da qui

Banias è l’ideale per parlare di potere: il tempio di Augusto s’indovina ancora nelle tracce di finestre sulla roccia, nei frammenti di colonne che irradiano gli ultimi riflessi di grandezza.Turisti in magliette variopinte fotografano un presente che un istante dopo è già passato. Continua a leggere

49. Ancora vino

da qui

C’è una bottiglia di vino su ogni tavolo, come fosse il segnale decisivo, come se il dolore richiedesse una forma cilindrica con l’etichetta bianca del Kadesh Barnea, quella chiara e rossa del Ramot Naftaly, la nera del Sirah Reserve. Shime’on, Nathane ed Eleazar riempiono il bicchiere come ci fosse un solo modo per vincere il timore che li invade sempre più, una nebbia fitta cala nel locale dalle pareti beige, dagli archi che separano i tavoli all’ingresso da quelli  interni, dove è possibile parlare con più riservatezza. Continua a leggere

65. Ogni volta

da qui

Alberto dovrebbe infuriarsi: il romanzo è finito chissà dove e a lui manca la prontezza dell’amico scrittore che, smarrito il file col testo già ultimato, è riuscito a rifarlo interamente. C’era da aspettarselo: col ciuffo a onda, le sopracciglia folte, il naso pronunciato, è uno che ha tutto nella testa e riscrive una storia dall’inizio come niente fosse. Continua a leggere

56. Eris

da qui

Dopo il primo momento di euforia, in cui ha avvertito la potenza di un’ispirazione ritornata vergine, Alberto si rende conto di dover ricostruire il suo romanzo, anzi, di aver bisogno di renderlo irriconoscibile, perché la copia originale è nelle mani della ragazza dai capelli rossi, che potrebbe spacciarlo come suo. Il punto di partenza è l’aula universitaria gravida di possibilità, coi richiami a un parlamento, a un teatro greco, o una nave, un treno, l’universo. Continua a leggere

39. Come la vita

da qui

Dopo essersi occupato di situazioni erotiche complesse – Viola e Medardo, Cloe e Brice Cento – Cesare decide di tornare sulla nota drammatica, la più difficile, anche nella vita: e il romanzo non parla della vita? L’angoscia di Amerigo davanti all’edicola non è forse la sua, non fa appello al ricordo del suo primo incidente, quando con l’amico prete scivolavano leggeri lungo la strada di montagna, fra prati all’inglese straordinariamente regolari, alberi e rocce cui Cesare avrebbe voluto dare un nome – perché una cosa non esiste finché non è stata nominata – ma non riusciva a capire se gli arbusti dalle foglie di un giallo abbagliante fossero tigli, frassini o pioppi, e addirittura non era sicuro se le vette sullo sfondo fossero le torri del Vajolet o chissà quale altra cima delle Dolomiti; Continua a leggere

38. Piazze

da qui

Negli occhi di Marco le due facciate si confondono: a uno sguardo sommario, le differenze sfumano nell’omogeneità del bianco, dei finestroni e delle forme rettilinee e regolari; solo mettendo a fuoco si nota la semplicità raffinata del rinascimento veneziano e il classicismo barocco dell’edificio della Roma clementina. Ormai sa bene che a guidarlo nella vita restano i ricordi, l’alternarsi di un presente inaccettabile e la nostalgia struggente del passato. Continua a leggere

21. Dimissioni

da qui

Alberto esce dall’aula cercando di superare la selva di studenti che approfittano dell’attimo per porgergli domande, complimentarsi per il corso o semplicemente salutarlo. Sta già pensando ad altro; o meglio: ha le orecchie tese a cogliere frammenti di dialoghi, frasi smozzicate, strascichi di discussioni. Continua a leggere

Tutto più facile

da qui

Provo a ricordare. Indosso il grembiule bianco e il fiocco azzurro, come un regalo dimesso da portare a chissà chi. Mi aggiro in corridoi enormi, con porte che puntano alla volta di soffitti altissimi (è il mondo visto dall’altezza dei quattro anni). Cerco disperatamente l’aula, ma non posso chiedere a nessuno negli anditi deserti come canyons di un pianeta sconosciuto. Devo compiere un gesto, anche se l’idea, timido e introverso come sono, mi atterrisce: entrare in una stanza rischiando di sbagliare, per cui tutti mi guarderebbero sospesi, per un istante eterno, poi esploderebbero all’unisono in una risata interminabile. Non ho alternative: mi sollevo sulla punta dei piedi, raggiungo a stento la maniglia, mentre immagini orribili mi spingono a mollare la presa e fuggire via lontano, ma sono qui, devo avanzare, mentre la porta si apre lentamente e tra i banchi scorgo figure dai grembiuli neri e i fiocchi bianchi, che mi squadrano come fossi una bestiola miserabile e ridicola. Poi, in crescendo, cominciano a sorridere, ghignare, sghignazzare. La mia carriera esordisce in salita: dopo, tutto sembrerà più facile.

La tovaglia

da qui

Quando si tratta di sparecchiare c’è sempre il furbo che si eclissa; una questione di DNA, credo. Oggi, per esempio, è rimasta la tovaglia sulla tavola. L’ho tolta e ripiegata tristemente, come fosse un simbolo: della fragilità di questi giorni, della mancanza di condivisione, dell’assenza del mio amico. Giorno dopo giorno, capisco che era tutto diverso, quando c’era: persino le meschinità quotidiane assumevano un aspetto tollerabile, ci si rideva sopra. La vita è ritrovare il filo,  il segreto di un sorriso proprio quando ti cadono le braccia. Ho amato don Mario più di Dio, e ho fiducia che Lui capisca. Anzi, sono sicuro che ci ride su.

Alla fine di tutto

da qui

Mi chiedono sempre perché il male. Lo chiedono a me, in un certo modo, come se avessi io la soluzione in tasca, da prete, depositario dei segreti ultimi del mondo. E’ un pezzo che ho smesso di rispondere con le formule usuali. Da quando il male mi ha investito nella sua versione più crudele, non ho più parole. Guardo la persona che mi ha fatto la domanda, cerco di capire se la sua è una sete di sapere o la solita sfida alla chiesa e ai suoi rappresentanti. Tento di comprendere se legge il dolore che mi afferra alla gola, o se gli sfugge questo aspetto del tema su cui vuole conversare. Il problema del male, gli dico, ha una soluzione che attraversa la carne devastata. Come si risolverà non puoi saperlo; credi solo a qualcuno che ha dato la vita per mostrarti che il bene, alla fine di tutto, è ciò che resta.