Crisi

da qui

Proviamo a giudicarci da lontano,
da un loggione chiassoso, dove i fischi
si abbattono in platea come rimorsi
e gli attori non sanno se restare
o fare le valigie. Perché andarsene
potrebbe rivelarsi lo spettacolo
migliore, il più sensato; o almeno dare
indietro il prezzo del biglietto. Appena
chiudi gli occhi ti viene un’immagine
alla mente: un sogno che finisce
col trillo della sveglia; il palcoscenico
è vuoto; c’è soltanto, lassù,
un mormorio d’attori che il loggione
trasforma in una scena che stupisce,
un’invettiva, che si cambia in canto.

44. Cosa sarà

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Sei scosso da brividi di febbre: avevano detto che a metà febbraio sarebbe arrivato il picco più insidioso, e tu ci sei cascato come un pollo. Avresti un’ottima ragione per non scrivere, per leccarti le ferite nella casa riscaldata a stento dalla caldaia ormai giunta al capolinea. Continua a leggere

35. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

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Puoi dire che la poesia ti abbia salvato? No, non puoi dirlo. Eppure ti tenta, quest’idea. Già in seconda media, Dante ti aveva conquistato: cosa ci trovavi? Continua a leggere

34. Sei lì

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Più procedi, più ti rendi conto che rivangare il passato è un’operazione discutibile. C’è il rischio di mettere in fila una serie di eventi folcloristici, di sgranare un rosario di episodi che non hanno a che fare con la complessità dell’oggi, la coscienza che giudica da un punto più strategico il fardello delle assurdità, la ricerca ostinata di qualcosa che avresti trovato da tutt’altra parte. In questo senso, il passato è una catena da trascinarsi dietro nell’ora d’aria della vita, quando il tempo ti permette di fermarti e scandagliare il pozzo senza fondo delle scelte, dei traumi, dei conflitti che t’hanno, per dir così, riempito l’esistenza. L’inciso è d’obbligo: spesso, in realtà, l’hanno svuotata, corrodendo dall’interno la fiducia in te stesso, già così straordinariamente compromessa. Dovresti calarti nei panni di chi ancora non sapeva di Dio e del suo linguaggio, della fermezza e della libertà che non s’impongono a nessuno, incapaci di condizionarti, e per questo destinate alla polvere della soffitta. Forse è da qui che bisogna cominciare: da un Dio che cerca di raggiungerti, di porre sulla strada persone e situazioni che possano aprirti mente e cuore; ma tu ti guardi bene dal prestargli attenzione, preso come sei dal tentativo di toglierti, una dietro l’altra, soddisfazioni a buon mercato, confondendo la vita con una rivendicazione del maltolto, come se qualcuno stesse lì per risarcire i danni di un affetto rifiutato, e qualcun altro pretendesse da te quello che allora gli negarono. Visto da questa angolazione, un libro di memorie è un semplice raccoglitore di paradossi e controsensi, la presa d’atto di una debolezza che ha trovato le vie più disparate per sfogarsi o mascherarsi, puntando sempre sull’unico punto di forza su cui sapevi di poter contare: il fascino, l’efficacia infallibile del tuo potere seduttivo, anche se, raramente, questo cozzava contro il muro del buonsenso. Come quando chiedesti a Neris, in modo più volgare, se avesse voluto far l’amore, così, senza preamboli, convinto che nessuno avrebbe potuto frenare la tua corsa. Lei ti disse no; bisognava conoscersi, parlare, entrare in confidenza. Ricordi come tornasti a casa, quella volta? Ti pentisti? Cominciasti a capire che la vita seguiva tutt’altra direzione? Macchè, ci sarebbe voluto un miracolo per questo. Eppure, scrivendolo, non hai detto ancora niente; dovresti aggiungere la lotta che sostenevi ogni giorno con te stesso, le volte che avresti voluto il consiglio di qualcuno, un confronto su pensieri ed eventi che t’avevano persuaso dell’assenza di speranza, che a te restava cogliere l’attimo fuggente, strappare un sì, senza perderti in calcoli di perdite o guadagni: se tu avevi sofferto mille volte, potevano soffrire pure gli altri. Eppure, scrivendo questo, non hai detto ancora nulla. Dovresti inanellare la serie infinita delle notti che restavi affacciato alla finestra e che piangevi, senza far rumore, perché dentro intravedevi paesaggi che sembravano invitarti, mostrarti una città di cui non conoscevi il nome e che, con le tue mappe taroccate, non saresti stato in grado di raggiungere. Ecco, questo è il passato: una lacrima che scende lentamente e precipita sul davanzale bianco; goccia dopo goccia, ti accorgi del mare che separa il cuore dalla terra promessa della vera identità. Senti alle spalle lo stridìo dei carri, gli ordini secchi del Faraone alle sue truppe. Tu sei lì, sospeso al filo di Pi-achirot; solo, davanti a Baal Zefon.

61. Le stesse ali

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E’ la quarta notte consecutiva che succede. Ti senti in balia della violenza di gente senza nome, né ti va di fare ipotesi inutili o di perdere tempo in denunce contro ignoti. L’ignoto, poi, sei tu, nella casa senza sbarre perché non c’è nulla da difendere, neanche la vita. Continua a leggere

23. Romero

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La città è ingoiata dalla nebbia, si vede ancora la statua che allunga il braccio, all’apice del pathos, una coppia che procede lentamente, una mezza facciata di palazzo rassegnata a sparire in pochi istanti.
Pensavo di trovare una situazione più tranquilla, una città di sogno, la possibilità di tornare a generare nello spirito, di ritrovarmi con la gente. Continua a leggere

108. Mi risponderà

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Succedono cose strane, ultimamente.
Concordo, Chlomo: networks sabotati, video contaminati da virus inafferrabili.
E’ a causa di Yehochoua: il suo messaggio sta attraversando paesi e continenti: ovunque si parla di dignità e di libertà: popoli che finora piegavano la testa ai dittatori si stanno rivoltando; le inchieste sull’immoralità della politica si moltiplicano come non era mai successo. Continua a leggere

Mi pare si chiamasse

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Potrei scrivere una storia straordinaria. Per esempio: il governo decide di cambiare rotta, annulla i privilegi, costituisce un Ministero delle disgrazie della gente, della disperazione di chi si vede costretto, da un momento all’altro, a mangiare alla mensa della Caritas. Il paese rimane spiazzato, si stropiccia gli occhi e si pizzica per verificare che non sia solo un sogno. Si va al bar a discutere la cosa, il caffè è meno amaro e costa meno, perché il barista si sente investito da un’improvvisa compassione. Il nuovo spirito contagia tutti: i governi mondiali gareggiano per dimostrarsi all’altezza di una politica finalmente rinnovata, nasce un nuovo impero romano della legalità e della giustizia, della fraternità e della coscienza. La chiesa ha un nuovo impulso, si moltiplicano i santi e nel mondo fiorisce un sentimento di cui si era persa la memoria: mi pare si chiamasse gioia o felicità.
Mi stropiccio gli occhi, vado al bar a prendere un caffè: all’orecchio arrivano bestemmie e imprecazioni. Uscendo, sento il barista protestare perché non ho lasciato i dieci centesimi di mancia.