Gualberto Alvino. *La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino*, Loffredo Editore 2012

Prefazione di Pietro Trifone:

Prima di copertina

Sembra che nell’orizzonte della scrittura contemporanea non possa più trovare un posto di rilievo il tradizionale lavorio della forma, la ricerca dell’espressione nobile e ornata. Messa in crisi dalla lingua di plastica e dallo stile semplice, dalle frasi fatte e dall’insolenza gratuita, dagli sms, dai tweet e dai post, la parola inusitata e difficile — la parola verticale, maestosa e impervia come una parete dolomitica — viene ormai considerata quasi alla stregua di un presuntuoso rompiscatole da tenere a debita distanza. Sorte non dissimile è toccata alla callida iunctura dei nostri cari e ormai polverosi manuali di retorica, la combinazione di parole insieme raffinata, estrosa e pregnante. Continua a leggere

Un’intervista su Pizzuto

Rai Radio3 Fahrenheit

15 novembre 2010

Pizzuto

Antonio Pizzuto negli anni Trenta

Antonio Pizzuto, Si riparano bambole, Bompiani

a cura di Gualberto Alvino

[ASCOLTA]



Col critico Andrea Cortellessa parliamo di questo libro fondamentale, ora in nuova edizione, nella produzione dello scrittore siciliano Antonio Pizzuto (1893-1976).

Si riparano bambole è una vita narrata per frammenti, singoli frame di epoche biografiche montati in sequenze cinematografiche che dall’infanzia procedono, a tratti declinanti, verso la senilità. Dalla ricchezza dei primi anni alla povertà degli ultimi, dalla curiosità dell’infanzia alla rassegnazione della vecchiaia. Così, pur nella trama semplice e snella, l’opera è potente: si sviluppa intorno a un unico e avvolgente ricordo, un continuum che appare denso e consistente, prima di sfuggire via, inesorabilmente.

Le Pagelle di Pizzuto

XV. O dolce legno

in privilegiata esistenza indomito contro insidie a germoglio radica foglioline, assetando, ancora nel fracido, sotto rosura, e se oppresso, o guasto, distrattine coltelli titirei, capre, saette, albero senz’altra sorte, ceduo, ingenerativo, sol ricco di cicatrici. Discostivi uccelli, in scanso la lucertola: bosco retrorso all’inaridire da presso. Tribolati stuoli concorrenti ascoltando avidi mai sempre inopinabile verbo, appena inteso legge eterna; poi accolti in giro, non che accegge, pane azzimo cibo sospeso, interrogativi chi tu? Amare nemici. Pur meccanica una giustizia di qua. Lode al prevaricatore furbo. Nel pergere accalcati dattorno, limpida effondendosi l’aramaica favella oltre plaga, eminente spesso, più o meno lungi, come agile campanile esso fusto in crescita: l’òcchiola scure ben prossima a reciderlo.

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