La caduta

di Mauro Baldrati

Recentemente ho fatto una scampagnata a Milano, all’Accademia di Brera, per la discussione della tesi di laurea di una ragazza. Ho fatto un giretto per i corridoi con gli intonaci scrostati, con la tinta ingiallita, annerita, le statue coperte da una spessa patina di polvere nera, rottami di opere d’arte realizzate dagli studenti abbandonate su tavolacci; e le aule, coi soffitti alti otto metri, finestre enormi coi bancali a quattro metri dal pavimento, per cui sono state create nel muro scale rudimentali per potervi accedere: uno stato di manutenzione pessimo, strutture prive dei requisiti di sicurezza per la cottura delle ceramiche ecc. Infatti presto l’Accademia si trasferirà in altra sede. Che peccato però. Mi piace quella trascuratezza, quell’imponenza antica, quella tenace mancanza di modernità. Vecchi stili, vecchia grandeur.
Dopo la laurea siamo andati a pranzo in un ristorante carino, accogliente, incastrato in una periferia desolata, tra enormi rimesse di autobus, muri sbrecciati, mucchi di ghiaia e macerie sparsi qua e là, senza una casa né un negozio né un edificio integro né un passante né un albero, nulla.
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