Sulle illustrazioni del ‘Nome della rosa’

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Pianta del complesso abbaziale del Nome della rosa

In ogni romanzo di Umberto Eco, la scrupolosissima costruzione del mondo narrativo  nulla lascia al caso:

Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali sono stati poi esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io (Postille a ‘Il nome della rosa’, Milano, Bompiani, 1983, p. 17).

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Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

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Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno,
ma più tosto la memoria.
(Leonardo da Vinci)

Torniamo ancora indietro, perché il sentiero sul quale desidero condurvi è tortuoso assai, come tutti i sentieri che in qualche modo inseguono il filo della conoscenza che la nostra specie crede di accumulare un po’ alla volta sul mondo che la circonda. E invece è assai raro che davvero accumuli, il più delle volte cambia, trasforma, raffina, abbandona e rinnova completamente. Vorrei farvi tornare alla prima vera rottura nella riflessione su questa faccenda dell’inerzia, tradotta in questi termini: perché i proietti continuano ad andare avanti anche quando li lasciamo e non toccano più la nostra mano? Voglio dire la prima vera rottura rispetto alla dottrina aristotelica che per secoli nessuno si sognò di contestare. Continua a leggere

Inerzia 3: un salto di due millenni

di Antonio Sparzani

Sesto Empirico
Vi raccontavo, nell’iniziare questi discorsi sull’inerzia, che un modo per caratterizzare la rivoluzione, detta comunemente Copernicana, che si verificò nella conoscenza del mondo occidentale nei primi secoli dell’era moderna, è quello di dire che il cambiamento più drastico fu un sostanziale allargamento, nella nascente scienza del moto, dell’idea di inerzia.

Per spiegare questa affermazione dobbiamo riferirci allo studio dei fenomeni naturali, riguardanti oggetti inanimati, e ricordare che per la filosofia antica ciò che va spiegato da una scienza naturale del moto è il moto stesso, di qualsiasi tipo esso sia: qualsiasi moto va spiegato, cioè deve possedere una causa: solo la quiete non richiede spiegazione; quiete e moto sono due estremi, due opposti, essi si escludono a vicenda, come il bianco e il nero, o il bene e il male (paragone da brivido, chissà mai . . .). Continua a leggere

Inerzia 2: un vizio antico

di Antonio Sparzani
accidia
Dopo aver conosciuto la singolare inerzia del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico inertia, formato da in – ars, cioè assenza di arte, di attività, con lo slittamento di significato verso l’idea di non-fare in generale, e quindi inattività, pigrizia, inettitudine. L’antecedente etimologico del secondo è invece greco (esiste in latino un verbo acedior, d’uso assai raro e che significa mi intristisco, divento scontroso) ed è il sostantivo, anche qui piuttosto raro, akēdìa (ἀκηδία), talvolta akēdeia (ἀκήδεια), non usato dagli scrittori attici, ma solo in testi più tardi, tipicamente medici, per indicare spossatezza, esaurimento, abbattimento dello spirito.

Certo che se però si desse un’occhiata ad esempio al recente libro del monaco eremita Gabriel Bunge, intitolato Akedia, il male oscuro (Qiqajon, 1999) Continua a leggere

Inferno I, 1: una lettura, di Demetrio Paolin

Quella che sto per scrivere è un’eresia. E questo mi fa sentire piccole lingue di fuoco solleticarmi le piante. A nessuno è mai venuto in mente che tipo di pelle dovevano avere gli eretici? Io l’ho sempre pensata luminosa, come la filigrana di una lampadina poco prima di bruciarsi. Comunque le ciance non fanno parte di questo scritto e quindi scendiamo in medias res.
Nel mezzo del cammin di nostra vita” (Inf. I, 1).
Chi non ha riflettuto almeno una volta, anche addormentandosi come fa il protagonista della poesia di Gozzano Dante, su questo endecasillabo? Ho sempre pensato che queste sette parole fossero la nascita di tutta la letteratura. L’inizio della Commedia è come l’inizio della Bibbia, tiene dentro di sé tutto ciò che c’è stato prima, che c’è e che ci sarà. Continua a leggere