“Le monetine del Raphaël”, di Franz Krauspenhaar

Recensione di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Le monetine del Raphaël di Franz Krauspenhaar (Gaffi Editore in Roma) è un libro speciale. Il romanzo di una vita, quella di Fabio Bucchi, pittore tormentato e giunto al successo per vie tortuose, trainato da un talento fuori del comune ma anche da pelose aderenze col sistema di potere orbitante attorno a Bettino Craxi, il “Capo”, di cui viene evocata la caduta politica e giudiziaria e l’inizio dell’esilio volontario, nel 1993.

Fabio Bucchi è un uomo giunto al capolinea, in fondo da molto prima che una malattia lo condannasse senza appello. È un artista viscerale, che ad ogni rabbiosa pennellata, così come ad ogni animalesco amplesso (con donne in fondo mai veramente amate, tranne forse l’ultima, Angela, che lo assiste fino alla fine, e un’altra, evocata in qualche momento della storia e però perduta), grida contro il vuoto da cui si sente accerchiato, minacciato e, in fondo, sedotto.

La sua esistenza rievocata e compressa come nel tourbillon che dicono accompagni gli ultimi momenti, diventa pretesto e insieme contrappunto di un quadro storico-sociale che abbraccia un’Italia divelta, sventrata, dalle bombe nere degli anni ’70 e ’80 al ritorno di fiamma del benessere, frammisto alla corruzione dell’era craxiana e del suo corollario berlusconiano. Continua a leggere

Con cortesia.

E così adesso finalmente lo sappiamo cari miei.
Finalmente adesso, grazie alle parole di colui che ha avuto in mano il Paese nelle ultime legislature, i libri di storia potranno essere riscritti.
Ciò che stupisce non è il fatto che tutto sia avvenuto all’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa (colui che tra l’altro conduceva e tutt’ora imparzialmente conduce dibattiti politici e d’attualità sulla tv di Stato, alla faccia della separazione dei poteri, dell’indipendenza dell’informazione e della deontologia professionale) ma che questa ennesima spudorata manifestazione dell’asservimento e del servilismo all’italiana (ah!, il giornalismo televisivo americano, quanto ancora abbiamo da imparare!) sia avvenuta nella quasi totale assenza di proteste.
“Ma non capisci cara,” dice Mussolini alla Petacci Continua a leggere

SENZA STUPORE: ECCEZIONE E NORMA AI TEMPI DI ARCORE

 

 

«Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo non è filosofico.

Non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile».

Walter Benjamin, 1940.

 

Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all’eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.

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Il ché mi ha portato a trarre due conclusioni

Due notizie, quasi contemporanee, ma che paiono provenire da galassie temporalmente e culturalmente incompatibili, hanno tenuto banco sui quotidiani dei giorni scorsi.
La prima viene dagli Stati Uniti dove in seguito a una serie di suicidi di giovani adolescenti gay (causati da atti a cui erano stati sottoposti per via della loro omeosessualità) Barack Obama ha tenuto un discorso alla nazione, lanciando un appello contro il bullismo e la discriminazione sessuale, e cogliendo l’occasione per ribadire il valore della diversità e l’importanza che questa assume nel progresso e nel benessere di una nazione. Continua a leggere

Giuseppe Pinelli e noi ora

a cura di Antonio Sparzani
[stanotte, 40 anni fa, Giuseppe Pinelli, ferroviere, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano; si fece molto più male di una scalfittura al naso e di due denti rotti. Io lo voglio ricordare riportando qui un articolo di Rossana Rossanda apparso su Il Manifesto del 12 dicembre 2009, perché credo che il miglior modo di ricordare Pinelli sia quello di inventare parole e soprattutto gesti oggi, a.s.]

Tanto tuonò che piovve. Da poche ore il premier Berlusconi ha denunciato al partito popolare europeo, a Bonn, di essere un perseguitato politico in Italia. E chi lo perseguita? L’Alta corte costituzionale, che non è più supremo istituto di garanzia ma organo di parte, e precisamente di sinistra, grazie alle nomine fatte da tre presidenti della Repubblica di sinistra che si sono susseguiti da noi, i noti estremisti Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Non solo: un partito di giudici, clandestino ma efficiente, gli scatena contro una valanga di calunniose vertenze giudiziarie. Stando così le cose, egli ha dichiarato solennemente al Ppe che intende cambiare la Costituzione italiana del 1948 e lo farà con tutte le regole o senza. Già in passato l’aveva disinvoltamente definita di tipo «sovietico». Continua a leggere

L’eco (Berlusconi aggredito)

da qui

Arriveremo al cannibalismo. Ci mangeremo a vicenda, e forse allora ci troveremo buoni. Quando l’ultimo essere umano rimarrà in piedi, con le mani sporche di sangue, si guarderà intorno e si interrogherà sull’esistenza di un’alternativa a tutto questo. Gesù Cristo, Ghandi, Luther King hanno detto una parola la cui eco si perde tra le urla contrapposte di populismo, terrorismo e demenza.

Chi ha ragione?

Se la regina grida “Il re è nudo”
di Curzio Maltese

Se a gridare “Il re è nudo!” stavolta è la regina, la notizia fa il giro del mondo. Del mondo più che dell´Italia, anche se il re, anzi l´imperatore, tocca a noi. Tutti i giornali e i siti del mondo titolano con caratteri di scatola le critiche di Veronica Lario al ciarpame politico di Berlusconi e aprono un dibattito sulla democrazia in Italia.
Da noi il dibattito è già chiuso, nascosto dai telegiornali o recintato nell´angusta dimensione del conflitto coniugale, troncato e sopito dai cani da guardia del giornalismo, sommerso infine dal mare della banalizzazione. I regimi sono sempre banali. Continua a leggere

I fanatici del popolo da Putin a Berlusconi, il populismo è globale.

«La ragione populista» del filosofo marxista Ernesto Laclau e «Populismo globale» del giornalista italiano Guido Caldiron. Due saggi per aiutare a comprendere una forma politica che ha acquisto forza nella crisi della democrazia e nei punti «alti» dello sviluppo capitalista

di Benedetto Vecchi

Il populismo, ovvero il nodo scorsoio della democrazia contemporanea. A scioglierlo ci provano in molti, da chi lo ritiene un residuo del passato che sarà rimosso dopo avere adeguatamente riformato le istituzioni politiche in termini di semplificazione e di centralità del potere esecutivo rispetto a quelli legislativo e giudiziario. Oppure, come manifestazione politica di quei paesi poco avvezzi alla democrazia. Letture tuttavia non convincenti. Continua a leggere

I nervi di Berlusconi

(Se le proposte di modifiche alla legge 157/92 hanno ottenuto lo straordinario risultato di unire alcune associazioni di cacciatori con gli ambientalisti, la riforma Gelmini ha generato un movimento trasversale di opposizione che vede uniti studenti e professori. Questo ha fatto saltare i nervi a Berlusconi. Ne parla Carla Benedetti in un intervento su Il primo amore, che ripubblichiamo qui. Dichiarazioni dell’ultima ora dello stesso Berlusconi sembrano contraddire – come spesso è nel suo stile – quanto affermato sull’intervento della polizia. Segno ulteriore di nervi saltati? Intanto la protesta continua)

A molti di noi è venuto in mente, leggendo i giornali di oggi, che a Berlusconi siano saltati i nervi. E’ infatti la prima volta che il governo si trova di fronte un movimento reale e vasto di opposizione. Ed è anche la prima volta che Berlusconi non può usare la sua solita arma: comprare, corrompere, deviare l’attenzione.

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Il Presidente (se Berlusconi…)

Non so perché sia così difficile scrivere al computer la parola buonanotte. Forse è un problema mio. Tra l’altro, è un’espressione che ritorna spesso, e a tarda ora è un incubo accorgermi che ho scritto buonnaotte perché devo tornare sui miei passi e soffermarmi su dialoghi che avrei voluto troncare prontamente. Sono tanti i contatti che sogno d’interrompere da quando non fanno che mettermi alla gogna, cercando nella vita pubblica e privata motivi d’accusa e di denuncia. A volte si fa strada il desiderio di prendere un aereo e di svanire, senza alcun preavviso. Potrei mandare un video su youtube con l’annuncio del suicidio, per esempio. Agli altri non rimarrebbe che un’immagine, con la sottile sensazione di una colpa legata all’accaduto; io, invece, starei come un pascià, brindando alle vittorie del Milan con la busta dei popcorn e la mente gremita di futili pensieri. Soprattutto questo m’interessa: liberarmi dall’assillo delle cose serie, la nazione da salvare, le responsabilità che non mi danno tregua. Cerco un modo per produrre l’ozio perfetto, il puro nulla. Mi trasformerei in un asceta del rilassamento, in un mistico dell’inerzia estrema. Sarei io, finalmente, il clandestino e il fannullone, scoprirei l’altra faccia del mondo, il mollare la presa, l’assentarmi dalla mischia. Potrei fuggire sull’isola degli sconosciuti, nella casa del Grande Estraneo, del compagno ignoto, solitario y final, come l’ombra di un McCain sconfitto, la cugina inutile della Marcegaglia, l’insignificante cognato di Spike Lee. Non mi coinvolgerebbero più le morti bianche, non dovrei documentarmi sull’ultima sortita di Veltroni, i miei sonni non sarebbero interrotti dal fantasma ululante di Di Pietro. Non prenderei le distanze dalle mie dichiarazioni, anzi, indugerei nei pensieri contrastanti su Vespa e su Del Noce, e manderei a quel paese Emilio Fede. Potrei agguantare la prima TV che capitasse a tiro e ne farei un falò per una notte di sogni senza senso.
Chissà perché non scrivo mai correttamente la parola buonanotte. Forse è un problema mio. Ci torno sopra, come un passato che m’inghiotte, e mi chiedo se l’errore inevitabile non sia il segno che sono ancora vivo, che non tutto è programmato dal me stesso che non conosce tregua e non dà tregua, come il forcing compatto del mio Milan.