La risposta

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Dio si presta a equivoci. Molti lo vedono come un padrone esigente, altri come un sovrano indifferente al destino dei suoi servi. Uno dei peccati che si confessano più spesso è la bestemmia. Curiosamente, anche in negativo: padre, io non bestemmio; excusatio non petita che la dice lunga sulla possibilità che il fatto avvenga. Di Dio, si ignora il dato certo: Egli ama al di là di ogni misura, ci accoglie così come siamo, disponibile a fare tutto Lui, a cambiarci, per renderci felici. Perché non ci crediamo? Perché non lo vediamo per quello che è davvero?
La risposta, diceva un ebreo, soffia nel vento, la risposta soffia nel vento.

Psycho

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Ma non ti preoccupare, non è nulla:
ricorderai d’avere indovinato
per un solo momento il quando e il come,
la dimensione altra dello spirito,
il dono ricevuto, l’ammissione
di colpa. Rideremo della stolta
impunità di fronte al tribunale
del vero. Ma tu non ti preoccupare,
non è nulla, se non la libertà,
se non il vizio antico di rischiare.

Bob Dylan Nobel

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di Guido Michelone

 

“Bravo Bob, bravo, il Nobel di Dylan è il Nobel di una generazione. Chi è rimasto di noi dovrebbe esserne fiero. Bob Dylan è la vera, unica eredità della Beat Generation nel XXI secolo”: è il novantasettenne poeta beat Lawrence Ferlinghetti a parlare, il quale aggiunge: “Con la musica ha fatto arrivare la poesia dove non era arrivato neanche Ginsberg. Mentre gli intellettuali dormono, l’Accademia di Svezia ha avuto coraggio: questo è un premio all’America sconfitta di Steinbeck. Dovevano dargli anche quello per la Pace”. Continua a leggere

Verbo più avverbio

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Molti si chiedono come sia possibile cambiare vita. C’è qualcosa che resiste, dentro, che impedisce di passare all’altra riva, com’è scritto nel Vangelo. E’ come se alla bocca dello stomaco ci fosse un buco nero, un vortice potente che annullasse ogni proposito, e rendesse vana ogni speranza. Alla fine, la persona si sente come un vulcano spento, una fontana secca, una terra inaridita. C’è un segreto per sbloccare il meccanismo, per prendere il largo, come Gesù raccomanda ai discepoli prima della pesca straordinaria nel lago di Genesaret?
Sì, il modo c’è; la formula è verbo+avverbio: accettare umilmente. All’inizio fa male, ma si sa che se il vangelo non fa male non è più vangelo (e quante volte succede, nella Chiesa). Dopo il dolore dell’inizio, si apre un orizzonte nuovo, e finalmente, oltre lo specchio d’acqua, si scorge un altro tratto di terra, un’altra riva: quello che chiamiamo “tu”.

Parresia

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Ho conosciuto Nunzio Galantino al Santuario del Divino Amore. Ero al corrente del suo modo di fare, di quella che negli Atti degli Apostoli si chiama parresia, ossia franchezza (4,31 passim). Gli ho detto: eccellenza, continui così, dica la verità senza paura. Lui mi ha risposto che la verità non piace e che avrebbe continuato finché non gli avessero chiuso la bocca, come ad altri. Ho pensato: è triste che, nella Chiesa e nello Stato, chi dice la verità sia fatto fuori. Ho pensato anche: speriamo che Galantino duri a lungo, che non riescano a metterlo a tacere e che abbia fiato in corpo per un numero bastevole di anni. Poi ho pensato a me, a quante volte mi dicono di smetterla, che la vita è così, che esagero e devo imparare a sorvolare. Ho pensato perfino a Gesù, e a quanto sia stato breve il tempo in cui gli hanno permesso di parlare.
Forza Nunzio, c’è chi tifa per te, non farti ridurre come gli altri.

Le cose come stanno

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Le cose come stanno, romanzo di Franz Krauspenhaar, è una dura requisitoria sulla vita, fatta apposta per scuotere il lettore. E’ uno di quei titoli, inoltre, dal valore autonomo, in un mondo in cui vorremmo conoscere, e mai conosceremo, esattamente questo: le cose come stanno. È un titolo che fa pensare a come ogni notizia sia truccata e rovesciata: lo sguardo danza tra le righe come a un ballo mascherato, uno spettacolo il cui autore è il primo a non credere nella sua performance. Occorre scavare e perlustrare per conoscere il vero, vedere lo stesso fotogramma da molte prospettive, scoprire che “informare” è un tentativo – maldestro o raffinato – di nascondere agli altri la realtà. Non resta che tessere reti in cui trasmettersi dati verificati di persona, creare un giornalismo indipendente da qualunque potere, macro o microscopico, una fitta ragnatela d’occhi ed orecchi con un unico obiettivo: sapere ciò che tutti dovrebbero sapere. Le cose come stanno.

Dire la nostra

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Bisogna mettersi insieme per dire la nostra, scrive un caro amico. Proprio così: rinunciare all’autoaffermazione, al solipsismo di chi pensa di cavarsela da solo, di chi insegue – rifacendosi al titolo di un famoso capolavoro di Graham Greene – il potere e la gloria. Su questo Gesù è stato tentato. E’ istruttivo analizzare le parole che Satana gli rivolge nel deserto: “Lo condusse in alto, gli mostrò in un istante i regni della terra e gli disse: ‘Ti darò il potere e la gloria di tutti questi regni, perché è a me che sono stati dati e io li do a chi voglio. Prostrandoti e adorandomi, tutto sarà tuo'”. (Lc 4, 5-6). Se fossi ricco, resterei turbato, conoscendo l’origine del patrimonio. Secondo il vangelo, la ricchezza è sempre iniqua (Lc 16,9), per cui è meglio condividerla e farsi degli amici. Gesù ha rinunciato dall’inizio al potere e alla gloria: per questo lo hanno ucciso e sepolto fuori delle mura, in mezzo a una discarica malsana, dove tutti deponevano o facevano i bisogni. Nessuno lo dice, ma noi sì. Noi diciamo la nostra.

Rifugio nella tempesta

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Riflettevo. Anche se riflettere, a volte, sembra inutile. Riflettevo sul benessere, la felicità. Spesso la confondiamo con la comodità, con le cose che vanno sempre lisce, la compatibilità con le nostre aspettative. Secondo me, che un po’ di spirito m’intendo, sono balle: istanze – e pretese, di frequente – di quello che chiamiamo io. La felicità non pertiene a questo io, ma a qualcosa che lo supera. Lo hanno dimostrato con chiarezza – se non si vuole dar credito al Vangelo – personaggi come Buber – Il cammino dell’uomo – o Carl Gustav Jung – il processo d’individuazione. La felicità si trova solo nel passaggio all’io profondo, nell’accoglienza di una voce che parla a noi da sempre, e ci conosce meglio di noi stessi – Agostino d’Ippona: Deus intimior intimo meo. L’amore – la felicità – è parlarsi da profondo a profondo: lasciare che sia proprio quella Voce a parlare di noi all’altro, e viceversa. Perché ciò sia possibile, bisogna far morire i logismoi, come i Padri li chiamavano; i pensieri cattivi, che costringono a un discernimento: sei dei nostri o sei dell’avversario? Se imparo a fare questo, nulla può incrinare la mia pace: ho trovato le acque di Siloe, di cui scrive Isaia (8,6), e in me chiunque troverà rifugio dalle sue tempeste (Bob Dylan).

Oltre

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Da qui si vede tutto. La facciata
del mondo è trasparente. Non c’è più
la rabbia dello scontro, la tensione
mortale di paure e resistenze,
ma la resa a chi solo può guardare
dall’una e l’altra parte, riallacciando
i nessi lacerati nella trama
disfatta dal peccato. Da quassù
l’odio diventa compassione, l’urlo
di guerra si trasforma nella lenta
gestazione di un sogno appena nato.

Per Antonello

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Mi domandi il perché di un Dio violento,
e di come possa accogliere l’alto
tradimento, palese violazione
del politically correct, del manto
steso sui conflitti forti, gli impicci
storti della vita vera, non l’altra,
fabbricata per compiacere tutti,
per sdoganare l’io coi suoi capricci.
Mi trovi incerto, amico, nel risponderti:
dovrei augurarti di scoprire dentro
i tuoi giorni quel male che è impossibile
strappare, la radice velenosa
scorrettamente immessa dal nemico
nella terra promessa: se qualcosa
riuscirà a sradicarla dovrà avere
la stessa potenza, scatenare
la stessa guerra. Perché te lo dico?
A rispondere è solo l’esperienza.

F.C.A. Advertisement

di
Roberto Plevano


Uno ci mette qualche tempo a rendersi conto, a realizzare, come dicono, cioè a ricondurre ciò che vede e ascolta al dominio delle res, delle cose concrete che perentoriamente sono, e ci si sbatte contro e lasciano un bel po’ po’ di bozzo sulla crapa dello scettico.
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Settimo giorno

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Fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Da questa luce opaca della piazza
vedo passare le svolte, i tormenti,
le intuizioni improvvise, i tanti segni
che svelano il cammino passo passo,
come fosse una marcia nel deserto,
un esodo felice dall’io vecchio,
ormai inservibile, legato ancora
alla bruttezza orrenda del peccato,
nel punto esatto della fede in Te,
dove si vede, come in uno specchio,
quella lama di luce del futuro
che col settimo giorno è già arrivato.

Le formiche e le cicale indifferenti

Senti come soffia il fischio del Duquesne, soffia come se non avesse mai soffiato prima, piccola luce azzurra, rossa luce lampeggiante, soffia come se fosse davanti alla porta di casa mia.
Bob Dylan, da Duquesne Whistle, Tempest, 2012

di Loris Pattuelli

Il protagonista di questa storia non è una cicala ma una formica incapace di campare alla giornata, sembra uno che interpreta la sua parte, lo diresti quasi un poeta, forse è proprio un poeta. Continua a leggere

91. Aspetta

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Come hai fatto a liberarti dalla scorta?
Ne so una più del diavolo.
Non scherzare, amico, lo sai che mi offendo facilmente.
Mi hai ridotto male.
Che ne sai? Non stiamo costruendo insieme un futuro tutto rosa?
Mi sento vuoto.
Per riempirti di felicità. Continua a leggere

90. Perché ti seguo

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Ci credo, non posso farci niente.
Com’è andata l’altro giorno?
Lo sai.
Quello che so non conta nulla.
Rigiri il boccale tra le mani: la birra è un campo di grano dove leggi la tua vita; ti vedi correre felice, tra le spighe. C’è il sole, il vento: esiste il paradiso.
Ci credo, ma è inutile sperare che cambi.
Dalia. Continua a leggere

31. Sorprese

da qui

Gli ulivi sono macchie di verde, bianco e argento che protendono braccia contorte verso il cielo. Nell’orto c’è la vita in tutti i suoi dettagli: la terra nuda dell’inizio, lo sbocciare del fiore, la durezza della roccia, l’affondare delle radici in cerca di alimento; e poi il sentiero polveroso, il muretto di pietre con il sole a picco, la linea retta fra lo smeraldo del giardino e il giallo della cupola che veglia all’orizzonte. Ismail ha un’espressione sospesa, come se il mondo fosse un punto interrogativo privo di risposte.
Gli ulivi siamo noi: braccia tese verso l’azzurro irraggiungibile.
Non dire scemenze. Hai sentito l’ultima? Continua a leggere

Un genere fragile

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La canzone è un genere fragile: pochi accordi e un pugno di parole da sistemare negli stampini rigidi dei versi e delle strofe. Cosa puoi dire con mezzi così poveri? Meglio passare alla poesia o alla narrativa. Meglio riconoscere che è tutto un commercio, un modo per vivere di rendita con un successo di cinquant’anni fa: quanti cantanti ne hanno indovinata una e poi più niente? Ma i diritti d’autore fioccano e pagano. Basta con i festival e le raccolte da supermercato, si riconosca il fallimento anticipato di qualsiasi tentativo, si rinunci alle entrate immeritate di filastrocche senza senso.
O no? Continua a leggere