Quello che chiamiamo

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Oggi andrò a parlare della trasfigurazione in una parrocchia della zona. Trans-figurare, mutare figura, immagine, quello che dovrebbe essere la crescita: dall’imperfezione a una perfezione mai raggiunta del tutto. Lo facciamo d’istinto, come fosse scritto dentro, prima di venire al mondo. Un progetto di cui ti convinci a poco a poco, nonostante le delusioni e le sconfitte. Condizioni necessarie: la fiducia, il sostegno di un altro, la certezza di chi crede in te; solo allora si sprigiona una luce sufficiente per muoversi, avanzare, pro-gredire. La figura cambia, dal brutto anatroccolo prende forma il cigno, cui spetta il compito di ripetere il ciclo, trasmettere fiducia perché un altro possa giungere al traguardo. La mitologia, l’epica, il romanzo, cominciano quando s’inceppa la precisione di questo meccanismo. La favola rimane intangibile, ma diventa una conquista, si trans-figura nella lotta drammatica del giorno dopo giorno. La letteratura è un fallimento, ma solo dalle sue ceneri può nascere quello che chiamiamo uomo.

This Wheel’s on Fire, Bob Dylan and the Band

È una vicenda piuttosto nota, ci sono articoli e interi libri sugli indispensabili nastri magnetici dallo scantinato, incisi alla meno peggio con due mixer stereo a valvole Altec, un set di microfoni da studio Neumann recuperati dopo una tournee di Peter, Paul and Mary, il trio vocale folk così di successo in quegli anni, e soprattutto il fidato registratore a bobine Uher usato nel tour del 1966.

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Il turno

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Giornata faticosa, ieri: malati, ospedali, problemi insolubili da sciogliere in polvere d’ingegno e di pazienza per preti, laici e compagnia bella e – più spesso – meno bella. L’ultimo gruppo di fedeli maturi, almeno da un punto di vista cronologico, e finalmente a casa, dove accendo il computer per uno sguardo sul mondo virtuale, coi suoi problemi speculari, la massa gelatinosa di una rete infinita che attraversa la terra come una lava fredda. Continua a leggere

Festa della donna

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E’ una strada breve, dalla parrocchia al giornalaio. Si fanno pochi incontri, la mattina, con le auto che corrono verso il solito destino, persone che acquistano il solito giornale, cani che fanno i soliti bisogni, poveri che aspettano la solita elemosina, le solite abitudini, i soliti imprevisti, i soliti pensieri che affollano il cervello stanco di cercare il nuovo. E’ facile ripetere, non accorgersi della differenza, in un gesto impercettibile, una parola accennata, in uno sguardo. Basterebbe un cenno d’intesa per cambiare il mondo.

Errata corrige (a proposito di Eco)

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Apprendo che c’è un refuso all’origine de Il nome della rosa. Il famoso distico con cui si conclude il romanzo sarebbe in realtà questo: “Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus”. L’allusione è al declino della città eterna. Mi chiedo se un capolavoro dell’arte o della letteratura possa scaturire da un errore. Si affacciano il nome di György Lukács e il suo realismo, le descrizioni ottocentesche e la loro ossessiva precisione. Mi viene in mente persino la Bibbia, col suo ruach elohim, premesso alla creazione, che non sarebbe lo Spirito di Dio, ma un vento fortissimo sull’abisso informe. Sta a vedere che tutto nasce da un equivoco, che il mondo va avanti solo perchè qualcuno si è dimenticato di correggere.

Sor’aqua

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Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Bei tempi, quando qualcuno poteva parlarne in libertà, quasi riproducendone la freschezza inarrivabile, la purezza intangibile. Per la bibbia, l’acqua è il tesoro per antonomasia. L’uomo del deserto ne conosce ogni dettaglio, ne apprezza ogni segno. Nessuno alzi le mani su di lei, nostra sorella umile, mai nostra schiava.

Frutta e verdura

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Qualcuno dice che l’inferno non esiste. Si spera sia vuoto: se Dio ama come può volerlo? E’ l’uomo che decide di restare solo, rinunciando anche all’ultimo abbraccio. Si può arrivare a rifiutare l’estrema parvenza di dialogo, quando l’odio non ha  freni e il potere è un guizzo superstite di gioia maligna. Ne sono convinto: Dio non vuole l’inferno. Solo l’uomo può crearlo, farne il suo pane quotidiano, frutta, verdura, e stridore di denti.

Hanno già cominciato

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Hanno ammazzato don Mario, ammazzeranno anche me. Hanno già cominciato. Sono scientifici, sofisticati. Ti fanno sentire in colpa col loro perbenismo, la ricchezza sfrontata, il potere indiscusso. Fanno tutto per bene, nei minimi dettagli: non ammettono errori e criticano ferocemente ogni sbavatura impercettibile. Se tocchi un tasto non gradito, si irrigidiscono, sbuffano, muggiscono: avverti l’ostilità che trabocca dai pori come un vapore mefitico. Sono taglienti, sarcastici, non accolgono l’amore: lo analizzano, lo studiano, si convincono che loro – eh loro! – sarebbero stati migliori. Sì, l’élite, la creme de la creme: ti ammazzano con un veleno amaro, ributtante. Hanno già cominciato.

Una dura pioggia

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Un mare di fango: espressione logora, retoricamente debole. Un fiume di fango: più realistica, ma stantia. Una catastrofe: vero, ma giornalistico, superficiale. E’ un’offesa ai morti non trovare le parole, non cogliere anche linguisticamente la drammaticità irripetibile di quanto accade. Le facce, le interviste alla Tv sono artefatte, costruite, per le formule ripetitive, la preoccupazione di collocarsi in una griglia, la ricerca di un’approvazione che rivela l’insicurezza di un linguaggio inadeguato. Si poteva prevedere: non ci sono parole per esprimerlo. Certe storie non chiedono parole, solo fatti.

Non hanno più vino

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Ennesimo matrimonio, questa volta all’aperto. Siamo d’accordo per le sedici, ma in sacrestia risulta alle sedici e trenta. Non c’è anima viva e bisogna ancora sistemare tutto. La sposa, friulana, arriverà puntuale, sarebbe un trauma se trovasse questa scena. Come uscirne? Ci impegniamo tutti disperatamente, compresi lo sposo e il celebrante, cioè io. E’ la prima volta che, fuori parrocchia,  preparo un matrimonio prima di presiederlo: una strana sensazione. Mi viene da pensare all’insensatezza dei ruoli definiti, all’idea inveterata che ognuno debba fare la sua parte. Il segreto della vita è fare anche la parte degli altri, quando il mondo è in ritardo. Come accadde in quell’ennesimo, sgangherato matrimonio celebrato nella città di Cana, tanti secoli fa.

Alle porte del paradiso

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Lo so che leggerai. Per questo scrivo. Ultimamente si sono accavallate molte cose, il dolore, la fatica, tutto si è depositato nel cuore e nelle arterie, fino a causare l’inevitabile black out. Troppe tensioni, troppi traumi. Così arriva, prima o poi, l’incomprensione più evidente, lo scontro più insanabile. Il silenzio. Da bambino e da ragazzo ero pieno di silenzi. Un deserto in cui sentivo la voce di Dio e del suo avversario, ed ero chiamato a scegliere, ogni volta. Il vento del deserto può essere terribile: ti scortica la pelle, t’inchioda a una sete mortale. In quel silenzio puoi ritrovare il filo, la prova chiara di un’insufficienza: non siamo fatti per la solitudine. Anche se veniamo spinti con violenza in quella direzione, in fondo al cuore sappiamo che è il braccio della morte, il reparto dov’è scritta la parola fine. Solo allora ti accorgi che qualunque cosa è meglio del lasciarsi scivolare. Che occorre alzarsi e gettare le catene, protendere le mani e bussare con forza, con tutte le forze che rimangono, alle porte invisibili del cielo.

Shelter from the storm

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Da tempo immemorabile vorrei scrivere un romanzo: idee a ripetizione, coltivate giorno dopo giorno, cresciute con le vicende della vita. I cassetti, fino a poco fa, traboccavano di inizi, come nel memorabile libro di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Con il trasloco di stanza li ho gettati tutti, gli incipit si sono tramutati in finis. Se avessi cinque ore al giorno, il romanzo prenderebbe forma, si snoderebbe come un fiume d’oriente, il Tigri o l’Eufrate, con anse ampie che procedono lente verso l’esito finale. Ma cinque ore non le ho. I fiumi diventano affluenti, gli affluenti torrenti, i torrenti rigagnoli. Quello che resta, al termine del processo inesorabile di contrazione, è un oasi appena percettibile allo sguardo, una pozza d’acqua nel deserto o forse, meglio, un improbabile rifugio nella tempesta della vita.

Una vita insieme con Bob Dylan

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di Loris Pattuelli

Sta per uscire Together through life di Bob Dylan, un disco molto bello e anche molto diverso da Modern times. Una vita insieme, dice il titolo in copertina; una vita insieme, dice la foto degli innamorati che si baciano sul sedile della machina; una vita insieme, e le canzoni dell’anno scorso contenevano un po’ di tutto, mentre quelle di quest’anno sembrano fatte quasi di niente.
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Mistici giardini in battelli ebbri

a cura di Loris Pattuelli

ziosamConosci Ain’t talkin’ di Bob Dylan? Credo sia la prima canzone del nuovo millennio. Due sono le versioni stampate su disco: una è un requiem e l’altra sembra una marcetta. Puoi trovarle su Modern times e su Tell tale signs. Ecco il ritornello finale: Non sto parlando, sto solo camminando, su per le strade, dietro la curva, il cuore brucia e ancora si strugge, nell’ultima retrovia alla fine del mondo. Questa canzone mi ricorda Le bateau ivre di Rimbaud, forse perché Dylan è riuscito a concentrare qui tutti i luoghi comuni della canzone esattamente come un secolo prima aveva fatto Rimbaud con la poesia. Il ragazzo di Charleville pensava di usarla per fare bella figura con i poeti parigini, il menestrello di Duluth credo l’abbia incisa soltanto per mettere in imbarazzo i cacciatori di Nobel. C’è anche da dire che queste due opere sono quasi intraducibili. Però ci proviamo lo stesso. Ecco due traduzioni, quella di Ivos Margoni, un grande rimbaldiano, è forse la migliore possibile del Bateau.

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All along the watchtower – supercover

di Loris Pattuelli

Disgraziatamente (o fortunatamente?) siamo in dicembre e il quarantennale del Sessantotto ha ancora qualche settimana di vita. Colgo l’occasione per ricordare una canzone uscita proprio in quell’anno. Sto parlando di All along the watchtower, certamente una delle cose meglio riuscite del secolo appena trascorso. A scriverla è stato Bob Dylan, a renderla immortale ci ha pensato invece Jimi Hendrix.
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