Letteratura e società. (La conquista dello spazio 11)

Torniamo alle sette stanze che avevamo accantonato e soffermiamoci sulla quinta, dove la critica sociologica ci attende per presentarsi brevemente. E’ la più ambigua, perché tra sociologia e letteratura può manifestarsi una sorta d’incompatibilità, considerato che la critica dovrebbe avere una posizione dominante, volendo conservare una propria identità. Eppure la prassi in uso nelle istituzioni culturali ha fatto sì che la sociologia della letteratura non solo venisse alla luce, ma finisse addirittura con l’assumere una fetta consistente nello studio ufficiale della disciplina, annettendo opere in qualche modo contenenti un riflesso sociale, all’interno di una dialettica infinita fra critica storica, filosofica e militante. Continua a leggere

Frammenti di romanzo (La conquista dello spazio 10)

Nella mia stanza non ci sono solo parole già confezionate, ma anche parole da comporre con pazienza, a volte con fatica. Per esempio quelle di un romanzo su don Mario, che sto incubando da tempo e che prima o poi dovrebbe apparire in superficie..

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Il Cardinal *** convocò don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida anamnesi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Continua a leggere

Freud (La conquista dello spazio 9)

Proseguiamo la perlustrazione delle sette stanze, soffermandoci su quella occupata dalla critica freudiana. Il padre della psicanalisi non ha dato indicazioni precise su un’applicazione della teoria alle opere d’arte: si è limitato ad appunti che i critici hanno interpretato o ampliato, a seconda dei casi. Interessante il paragone, cui Freud allude, tra poesia e fantasie isteriche, per quanto poco gratificante per la dignità del poeta. La rimozione e la conseguente produzione di un sintomo, come rappresentazione sostitutiva, avvia la trasmissione del messaggio secondo codici diversamente decifrabili. Continua a leggere

Caro Giuseppe (La conquista dello spazio 7)

La terza stanza, quella della critica marxista, nasce dalla ribellione allo strapotere di Croce. Qui, forse, l’amico Giuseppe Panella avrà qualcosa da ridire, ma è indubbio che le posizioni del gigante di Pescasseroli risultassero strette ai vari Alicata, Sapegno, Salinari, sia per la rigida distinzione tra poesia e non poesia, sia per un atteggiamento politico non favorevole alle posizioni degli intellettuali di sinistra. Il ricupero del Gramsci dei Quaderni dal carcere e del De Santis, visto come alternativa a Croce, costituì il deposito di armi di cui i ribelli potevano disporre. Continua a leggere

Una questione di stile (La conquista dello spazio 6)

La seconda stanza è occupata dalla critica stilistica. Intorno agli anni ‘80 si avvertiva una sorta di livore nei confronti del dilagare di criteri troppo esterni (sociologici e ideologici) o troppo interni (solo il testo con le sue strutture) nel’attività dello studioso. La tentazione era forte; lo strutturalismo forniva strumenti che promettevano risultati straordinari: il testo sacro della cattedra cui collaboravo era La struttura del testo poetico di Jurij Lotman, su cui spero di soffermarmi in seguito. Continua a leggere

Sette stanze (La conquista dello spazio 5)

Sotto il Calvino delle Città invisibili trovo l’inossidabile Sette modi di fare critica, Editori Riuniti, a cura di Ottavio Cecchi e Enrico Ghidetti. E’ in tema, trattandosi di sette stanze da esplorare attentamente, a cominciare dalla più complessa: la critica storicistica, dominata dal gigante di Pescasseroli – meglio dire di Napoli – Benedetto Croce, simpatico militante antifascista che curiosamente mi ricorda Tommaso d’Aquino. Se avessi potuto scegliere d’istinto, avrei vissuto come lui, dedicando ogni energia all’analisi del Bello, del Buono e del Vero, a cui Croce aggiunse l’Utile, per comprensibile realismo, mentre io opto per l’Uno, che li integra in una visione superiore. Fu a causa di quest’ultima che lo studioso perse, a mio parere, il senso più complesso dell’opera d’arte, e della poesia in particolare, ostinato a identificarla con l’intuizione pura, mentre sappiamo di quali e quante impurità sia composto anche un solo verso. I suoi discepoli si affannarono a cercare uno spiraglio per uscire dall’impasse, dall’apertura alla storia letteraria di Russo e Binni, alla rivalutazione delle tecniche stilistiche di Petrini e Fubini. Nel disordine della mia stanza, pendo dalla parte di questi ultimi, anche se al primo bisogna riconoscere l’impresa titanica di far quadrare il cerchio dello spirito, con coerenza singolare (dove si vede che la coerenza, forse, non è sempre e soltanto una virtù).

La rete che non regge (La conquista dello spazio 4)

Insieme con i  libri vedo  fogli volanti, tra cui le poesie di un giovane consegnate da lui stesso brevi manu, pur sapendomi in debito di tempo. Alcuni versi s’impongono sugli altri: Un disordine padrone qui/ accresce le memorie d’altrove/e io fermo a cullare spazi/ a cullare ricordi attaccati/ d’edera di sensazioni forti/ di linfa di crescita vitale. Sembra parli di me, per una delle strane coincidenze che collegano gli angoli del cosmo, perfino lo Zanichelli inverso, strumento con finalità enigmatiche, benché lo scopo sia chiaro all’editore: “[…] può essere prezioso anche al linguista che studia le terminazioni delle parole per riconoscerne gli aspetti grammaticali (legati alla suffissazione e alla flessione) e semantici (nella costruzione dei composti, nella individuazione delle componenti etimologiche che presiedono alla formazione della parola ecc.)”. Lo tengo qui, in attesa del giorno in cui sapere che pedata rima con bordata possa rivelarsi utile. Mi consolo con le Città invisibili (e inseparabili dalla mia persona), la bibbia dell’adolescenza, quando cercavo nei colloqui di Polo col Gran Kan la risposta alle angosce e alla fragilità insuperabile del vivere. Ritrovavo me stesso in frasi come questa: Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.

Colleghi (La conquista dello spazio 3)

I due contenitori da 31 per 23 centimetri sono sfalsati, a scaletta, per fare spazio al cordless che tengo a portata di mano ogni momento, persino in bagno (suona a qualsiasi ora, è l’ossessione onnipresente della mia esistenza). Dovrei registrare altro materiale sparso, di cui ricordo tre blocchetti che si contendono gli appunti presi al volo: dall’indice di un romanzo su Gesù a notizie come il matrimonio della mia nipote americana o la preghiera per il ragazzo in coma a causa di un incidente con la moto. Scendendo in basso, si trova il piano mobile che dovrebbe ospitare la tastiera del computer: sarebbe libero, dal momento che ho il portatile, ma nonostante il sovraffollamento generale qui c’è solo, inspiegabilmente, un panno cattura-polvere e un dispositivo per l’archiviazione dati del computer (di cui ignoro la definizione tecnica). Ancora più sotto cominciano i libri, conservati nei due spazi disponibili: il più importante e capiente è quello sottostante la zona del portatile; lì giacciono i volumi che in teoria dovrei utilizzare con maggior frequenza. Il primo è il Dizionario dei sinonimi e dei contrari, analogico e nomenclatore, del Gabrielli, edizioni CIDE (Centro Italiano Divulgazione Editoriale), sgualcito e sconnesso in ogni suo elemento, la cui prefazione, dello stesso Gabrielli, comincia così: A parlar di sinonimi la mente corre naturalmente al Tommaseo. In effetti, ho anche il Tommaseo, che però non ricordo più dove si trovi (appena posso lo cerco e lo sistemo vicino al suo collega).

Futuro incerto (La conquista dello spazio 2)

Sul piano del tavolino dove scrivo c’è un mucchio di foglietti dal futuro incerto. Ne prendo qualcuno, come viene: il numero di telefono del dott. Ienca, l’amico dietologo che mi aiutò a perdere diciassette chili (tutto nacque dal matrimonio del figlio: scommettemmo che ce la potevo fare, prima di consacrare sull’altare lui e la fidanzata); la password del sito Feltrinelli, in cui non sono mai più entrato (imprese che affronti con slancio, ma hai già cassato rientrando a casa dalla mattina libera); Continua a leggere

La conquista dello spazio 1

La mia stanza è un caos. Scrivo su una tastiera di Acer appollaiata nell’angolo di un tavolino da computer, il cui piano è gremito di oggetti: una foto di don Mario sorridente, col maglione grigio e il colletto bianco da cui pende un orologio da sei euro sempre in procinto di fermarsi, l’immancabile block notes sulle gambe, sovrapposto a una borsetta in cui conserva i soldi per i poveri (poco prima di morire se la fece portar via, meritandosi un rimprovero di cui oggi mi pento amaramente); Continua a leggere