La decostruzione dell’immagine nell’arte pittorica di Davide La Rocca

di Massimo Maugeri

Sul concetto di realtà si è detto e scritto di tutto. C’è una sorta di istinto naturale, insito nell’uomo, che spinge a comprenderla a tutti i costi, quasi a voler meglio identificare se stessi rispetto al mondo esterno. Ma la realtà è sfuggente, e forse è davvero inutile provare ad agguantarla, a misurarla. Senza dimenticare che, come sosteneva lo scrittore e filologo irlandese C.S. Lewis, “la realtà, guardata fissamente, è insopportabile”. Certo, bisogna anche considerare il punto di osservazione da cui la si fissa. Vista da troppo vicino rischia di inghiottire lo sguardo dell’osservatore, restituendo un’immagine di se stessa distorta e parziale. Meglio prendere le distanze dalla realtà, allora. In tutti i sensi.
Queste riflessioni nascono dopo aver ammirato i nuovi quadri di Davide La Rocca: noto pittore catanese, classe 1970, oggi residente a Milano.
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Che figura! L’anastrofe


Godere dell’inversione, del capovolgimento, dominare la scena mentre il mondo si ribalta, come S.Pietro in questa tela di Caravaggio, dove c’è una rappresentazione esemplare dell’anastrofe.
San Pietro è raffigurato in un momento particolare del suo martirio, mentre i serventi si affannano per sollevare la croce. Il genio del Caravaggio sta, anche, nello scegliere il momento da rappresentare. E la scelta cade sul momento che esalta il ribaltamento delle aspettative. Il momento in cui il corpo di S. Pietro sta per essere rovesciato, in una sorta di suggestiva anastrofe visiva, per la volontà dell’apostolo di differenziare la sua dalla crocifissione del Cristo. Continua a leggere

La vertigine della libertà

Non finisce di stupirci, Caravaggio. Questo Amore, a detta di qualcuno, sarebbe il suo amante, Cecco o Checco Boneri, il garzone discepolo che, secondo una consuetudine dei tempi, viveva col maestro. Lo dimostrerebbero l’ostentata nudità, la posa a gambe larghe, la provocazione eloquente che la tela comunica al lettore. C’è chi afferma il contrario, ricordando che la stessa posa, nell’amato Buonarroti, significava vittoria e trionfo, se non risurrezione. L’amore è sempre ambivalente, reca le tracce di una struttura tripartita – eros, philia, agape – corrispondente al microcosmo umano – corpo, anima e spirito – sempre sulla soglia di un abisso, esposto come pelle nuda alla vertigine della libertà, alla scelta che può farne la meraviglia del creato, il cuore dell’evoluzione universale, o il baratro della depravazione senza ritorno, torpore senza più risveglio.

Da un gioco di palla all’altro

Colpisce la crudeltà degli aguzzini, che altrove sembrano costretti a intervenire, mentre qui agiscono con sorprendente accanimento. Le radiografie, rivelando la presenza di un volto, conducono a ipotesi inquietanti: si è pensato al committente, che avrebbe chiesto di essere ritratto in uno dei carnefici. Pare, tuttavia, che la posizione sia troppo bassa rispetto al flagellato, per cui si trattava, più probabilmente, di un disegno precedente. La luce abbagliante approfondisce il dramma, un dolore che prorompe dall’ombra come un pugno nello stomaco. Eppure, persino questa tela ha scatenato le polemiche dei benpensanti, che criticarono il modello fisico utilizzato per Gesù, il gioco violento d’ombra e luce, la vistosità dei nudi. Del resto, Caravaggio è un gran misto di grano e di crusca, non si applica continuamente allo studio; ma quando ha lavorato un paio di settimane se ne va a spasso un mese o due con la spada al fianco e un servo di dietro; passa da un gioco di palla all’altro ed è sempre pronto ad azzuffarsi, a far risse e duelli. Come poteva cavarsela di fronte a un pubblico blasonato e aristocratico?

Di grazia e di bestemmia

Aveva ucciso Ranuccio Tomassoni, lo incalzava una condanna alla decapitazione, confidava nel cavalierato, che gli avrebbe garantito l’immunità auspicata. Ma a Malta fu bollato come membro putridum et fetidum, per quale motivo non si sa, con precisione: si ipotizza un’offesa a un cavaliere, un’aggressione fisica, oppure la notizia del crimine su cui pendeva la pena capitale. Eppure non si era risparmiato: la croce bianca è un miracolo, un tessuto perfetto nella trama e nel gioco delle luci e delle ombre. Forse, in quel segno, aveva intravisto la salvezza, il miraggio sbilenco di una redenzione di colori e pigmenti, una miscela dirompente di grazia e di bestemmia.

La bacinella dell’aceto

La solita storia: pare che la modella per la Vergine fosse una prostituta morta per annegamento. Caravaggio era convinto che il realismo non sottraesse nulla al sacro, anzi, vi immettesse un’evidenza comprensibile a tutti. L’aureola non manca: come sempre, è pressocché invisibile, perché l’umano non fosse annichilito dal divino. Il volto terreo, il ventre gonfio, i piedi scoperti fino alle caviglie furono cause di scandalo per la mentalità del tempo e provocarono un rifiuto perentorio. Ma il Merisi non si faceva manovrare, preferiva il disagio della verità ai vantaggi dell’omologazione. Anche oggi i tempi sono duri per la coscienza religiosa: bisogna scegliere fra la neutralità del quieto vivere e l’eroismo della fedeltà a se stessi. La bacinella dell’aceto è pronta per detergere il cadavere dei morti viventi, gli specialisti austeri del conformismo putrefatto.

Prima della morte

L’uva c’è, ma non riesco a distinguerla: eppure pare sia particolarmente dettagliata. Mi era successo lo stesso col ramarro. La lezione è questa: ciò che conta è nell’ombra, laddove non si vede, o non si vuole vedere. Giovanni Battista ha un’aria vaga, uno sguardo perso nel vuoto. Un momento di riposo, di sogno, quando il futuro è ancora un pampino di vite indecifrabile e invisibile. E’ il momento più bello, da un certo punto di vista: non ci sono limiti a illusioni e utopie, il mondo è come te lo immagini, nulla può vietarti di pensarlo secondo le tue attese. Eppure c’è qualcosa che attira l’attenzione, nella quiete apparente: il capro pronto al sacrificio, il drappo rosso come il sangue, il legno della croce su cui il giovane poggia mollemente il piede. Il futuro è presente: esce dall’ombra come l’uva, disposta a diventare vino sulla tavola dell’ultima cena, prima della morte.

Anche tra le nuvole

Qui tocchiamo l’apice della sorpresa. Pose inaudite, prospettive sorprendenti, tre dèi, emblemi di elementi cosmici: Plutone, Nettuno e Giove; l’aria, l’acqua e il fuoco, omaggio ai passatempi alchemici del Cardinal Del Monte. Pare che Caravaggio abbia dipinto il tutto con l’ausilio di specchi, che proiettavano l’immagine sul soffitto della distillaria: è lui che appare ora col tridente di Nettuno, ora come Giove a cavallo dell’aquila, ora con un cerbero tricefalo –  il suo cane Cornacchia, abilissimo nei giochi. Non mi dilungherò sul realismo scandaloso dell’affresco (o, piuttosto, del lavoro a olio), capace di volgere sacro e profano in qualcosa di singolarmente vivo: anche tra le nuvole c’è il colore delle strade, il peso della carne, lo stile di una vita mai mummificata in uno stampo inerte.

Il segno dell’ariete

Dov’è la luce? Abramo e Isacco stanno nell’ombra della religione arcaica obbligata a uccidere la vita, rinunciando a quanto di dinamico, fiorente, esuberante propone l’esistenza. L’ombra di chi mormora: ecco, un’altra croce! anche quando le croci non sono state ancora concepite. E’ il campione dell’uomo rassegnato, convinto che il punto sia il rifiuto dell’esserci, la teoria della sostituzione, che conduce allo stallo del fondamentalismo. Ma c’è una luce che splende sul volto dell’angelo e dell’ariete sottostante, entrambi – a modo loro – strumenti di uno sviluppo necessario, dal cupio dissolvi al carpe diem, perché ogni giorno è un dono, e l’ariete sa che non c’è offerta più grande della propria vita; non una resa, ma un progresso, una conquista, l’espressione più alta dell’evoluzione cosmica: non sostituirsi, darsi. Il segno dell’Ariete, di colui che chiameranno Cristo.

Il ramo spezzato

L’apparizione di Gesù è così realistica che il ramo sulla destra risulta spezzato dall’impatto. E’ questo il motivo dell’ennesimo rifiuto subito dal pittore? Pare che Caravaggio volesse mettere insieme gli elementi dei tre racconti degli Atti degli apostoli: la manifestazione concreta di Gesù – che qui arriva a fare danni – e un’esperienza mistica di luce, rappresentata dal volto coperto di Saulo, incapace di scorgere ciò che accade intorno. Per qualcuno, l’autore stesso rifiutò la propria opera (che comunque riuscì a piazzare altrove); nel frattempo si era imposta un’altra idea, visibile nella versione successiva: la linea pura ed essenziale dell’incontro tra Dio e l’uomo. Il cavallo pezzato e il servo non si accorgono di nulla; l’esperienza interiore è solitudine, estasi, tormento; solo lasciando attraversare l’ombra personale dalla luce segreta dello spirito si spezza il ramo secco della morte.

Al cuore delle cose

La rivoluzione è evidente: la prospettiva coglie l’angelo di spalle, dall’alto, in primo piano; è Maria a inginocchiarsi, contrariamente all’iconografia tradizionale. Caravaggio osserva la realtà da un’altra angolatura, un’ottica diversa. Che sia l’unico ad aver compreso le cose come stanno? Sarebbe singolare che uno sciupafemmine e un violento avesse indovinato lo scorcio giusto per contemplare i misteri della fede. Del resto, il quadro era incompiuto: si vede un’altra mano nell’immagine della Madonna inginocchiata, troppo sbiadita per essere sorta dalla fantasia potente del Merisi. E’ in questa dissonanza che si cela, forse, il segreto del dilemma, la formula di un’arte che è andata dritta al cuore delle cose.

Della donna e del soldato

Io? Io no. Il dramma della paura attraversa la vita come un sottofondo, un fenomeno carsico, che si rivela quando meno te lo aspetti. Non ti rinnegherò:  eccoti qui, con le mani contro il petto, a contraddirti con rabbia, nel tentativo disperato di cavartela. Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno. Ma la donna accusa, e vicino c’è un soldato: ci vuole poco a cadere nella trappola, a finire processato come il tuo maestro, sommariamente, con una sentenza già decisa. L’agnello da immolare non ha un avvocato difensore, neanche d’ufficio. Io? Io no. Il fiume scorre appartato, come un sottofondo musicale: la cantilena della codardìa ispira un ballo sbilenco, la danza delle mani che si appuntano al petto per tradire. Non ti rinnegherò: sei un galileo, ti si riconosce dall’accento, che tradisce te, Simone; ma il maestro ha pregato. E se il maestro prega la tua fede sarà forte. Più forte della donna e del soldato.

Vero

Quale dei quattro è san Giuseppe? La lettura di un quadro può nascere da una domanda marginale, atta a produrre il circolo comunicativo, il coinvolgimento nella scena. I personaggi sono segnati dalla povertà; dall’umiltà, sarebbe meglio dire, a cominciare dalla madre, adagiata letteralmente a terra: humus, humilis, il tratto di chi è colto dalla verità, per cui non è più il centro del mondo, il criterio di giudizio universale. Un equilibrio delicato, si capisce, come quello del bambino che sembra sospeso, trasgredendo ogni legge di gravitazione universale; forse perché è il logos che sorregge tutto, il progetto che dà equilibrio a ogni energia: quella di Maria, dei pastori che fanno spazio al nuovo, di Giuseppe diviso tra l’amore coniugale e paterno e l’adorazione di un senso più sublime, che supera la meschinità dell’egoismo abbassandosi al livello più infimo e perciò stesso più profondo o, in una parola ormai dimenticata, vero.

Nulla osta

Strane aureole, quasi impercettibili, quelle di Michelangelo Merisi. Sorprendono, anche, gli strappi nella veste, segno di povertà, e nello stesso tempo emblemi di ferite che la vita infligge all’improvviso, dimenticandoli là, a testimonianza di chi siamo. La croce e il vangelo sono valori che stanno a fondamento, una specie di esorcismo alla tendenza inesorabile a svanire, l’horror vacui cui il nero sullo sfondo pare alludere. Persino il volto ha solo tratti scarni di bagliore riluttante, sempre sul punto di venire sommerso dalla tenebra che domina il fondale. E’ il teschio a conservarsi in piena luce, a indicare lo sbocco inevitabile, quasi agognato dal sapiente che vede più lontano e non teme il dissolversi del mondo. Ha uno strano sapore questa scena, ora che la sorella di un mio amico è morta cadendo dalla scale, attratta da un vuoto che pareva aver dimenticato, come uno strappo lasciato nella veste. Prego che alla fine della rampa abbia trovato anch’essa il vangelo con la croce, un nulla osta per varcare il buio rimasto da patire.

Il principe del mondo

Pare che esistesse una prima versione: Caravaggio l’avrebbe presa a rasoiate, a causa delle critiche rivoltegli. La prova sarebbe la parte alta del quadro, vuota e incompiuta per la fretta del rifacimento, a detta di qualcuno. Nell’opera che abbiamo, il gesto di Gesù è sovrano, ricorda da vicino quello della vocazione di Matteo: il Cristo chiama alla vita in un atto imperioso che non ammette repliche; l’uomo risponde uscendo dalla morte, esistenziale e fisica. L’invito è irresistibile, trascina il pubblicano e l’uomo defunto già da quattro giorni, non c’è ostacolo di fronte all’energia del terapeuta, all’autorità di chi possiede il segreto della vita. Lazzaro alza il braccio destro, sembra stirarsi o forse evocare la postura della croce, come prevedendo che il ritorno alla vita è reso possibile dal dinamismo potente di un dono totale. L’autore è sempre lì, dietro il braccio teso di Gesù, quasi a respirarne l’odore, ad assorbirne il vigore che comunica, per uscire come Lazzaro e Matteo dalle spire di Thanatos, il principe del mondo.

La testa del serpente

Forse perché il bambino è già cresciuto troppo, rispetto alle immagini consuete (e il nudo diventa presumibilmente problematico); forse perché il modello per Maria – come accade spesso per il nostro – è una famosa prostituta, per di più scollata; forse perché sant’Anna, rappresentante della grazia, è separata dall’opera di salvezza adempiuta dal messia; fatto sta che il quadro ha una permanenza effimera nella collocazione originaria e approda nelle mani del Cardinal Borghese, della confraternita dei Palafrenieri, che se lo aggiudica per un prezzo miserabile. In mezzo allo scompiglio impallidisce il fulcro della scena, i due piedi che schiacciano la testa del serpente: un gesto che avrebbe dovuto troncare le polemiche sterili e i pettegolezzi, pronti a perdersi nei particolari secondari, nei labirinti inestricabili della mediocrità, trascurando l’essenziale.

Emigranti

San Domenico ha in mano dei rosari: pare quasi un venditore ambulante, al quale Maria indica l’oggetto preferito. E’ bello pensare al santo come a un vu’ cumprà, un emigrante senza patria che sbarca il lunario con gli strumenti poveri della preghiera. Il bambino Gesù fissa l’osservatore con aria di saggezza e di compatimento per la sorte problematica dell’umanità. Lui è il Dio che contempla dal futuro con la certezza che il bene vincerà, la miseria sarà scongiurata, il rischio per guadagnarsi il pane si capovolgerà in godimento di una pace senza ombre. Ma ora bisogna chiedere e soffrire: ai piedi di Domenico c’è una folla di questuanti che vorrebbero entrare in possesso degli attrezzi del mestiere; sono rapiti dal desiderio di disporre di una fabbrica di grazie, una fucina di benedizioni, agognano al segreto del vita, qui rappresentato dal rosario, catena di suppliche calamitate dallo sguardo vigile della Madonna e da quello più rilassato del bambino dai capelli biondi, dispensatore di serenità arcane, di estasi ignote a noi emigranti.

Goliath

Non sai cosa ti aspetta. Immagini sempre di sfidare il gigante, che ha fatto un passo avanti rispetto alle file del nemico. E’ il più alto e forte, inevitabilmente, la barba nera e folta, sopracciglia marcate, labbra e naso pronunciati, spadone enorme brandito con disinvoltura preoccupante. Una serie di dettagli ti mette in allarme: a parte Antonio e qualche ospite pietoso – Luca, don Bruno, Loredana -, gli astanti sembrano freddi e diffidenti: forse è il carattere del nord, distante dalla mia tendenza facile all’abbraccio. Ma lo sguardo va affilato anche per cogliere i segnali positivi: la presenza di Roberto, compagno di traversie virtuali; Giorgio, sbarcato qui da Roma, mobilitando tre amici residenti in zona; Continua a leggere

Da un altro monte

Tra mezz’ora ho l’incontro. Qualcuno mi presenterà, indicandomi agli astanti. Abbasserò lo sguardo, incrocerò le mani, con un certo imbarazzo. Sarò indeciso se tenermi o togliermi il soprabito, la giacca, perché sarò su un monte e sono un tipo freddoloso. Nella mano destra avrò qualcosa, una penna, una matita, perché non so stare al tavolo senza impugnare qualche oggetto: mi serve per concentrare l’attenzione, così come don Mario batteva le dita sopra il notes. Sarò esposto al pubblico come un povero Cristo nelle mani di Pilato. Non arretrerò, ora che la parola sarà un riflesso della luce che viene da lontano, mentre un amico pregherà per me, da un altro monte.

Fiera

A quest’ora sarò in viaggio. Mi sembra strano lasciare la parrocchia, uscire, anche se il sogno, forse, è quello di girare il mondo, sfidarsi in situazioni inedite, vedere che faccia farebbero, dall’altra parte del pianeta, sentendo ciò che dico nella ventisettesima prefettura della diocesi di Roma. Potrei essere tentato di tenere la mano sullo specchio, pronto a rimandare un’immagine replicata all’infinito; il fiore sarebbe una ricerca esasperata di dolcezza, di attenzione, e il pettine il segno di un ordine eccessivo, un’immagine curata con solerzia equivoca. Meglio ascoltare l’appello struggente di una coscienza sorella, piegata a supplicare di cambiare prospettiva, dal suo angolo in ombra, lontano dalle luci del successo, implorando di trasformare il fiore da simbolo di piacere effimero a pegno di nozze eterne con la verità, che è specchio per l’altro, mai per la fiera insensata della propria vanità.