Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Ricordo di Cesare Pavese.

Cesare Pavese
di Augusto Benemeglio

Sentire Fabrizio all’ambone parlare di Pavese e della sua poesia più famosa, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, tramutandola in “ smisurata preghiera” rivolta a Dio (Pavese era ateo), come spesso fa il nostro amato sacerdote-letterato, perennemente in cerca di quella bellezza che (forse) salverà il mondo, è stato come fare un tuffo nel passato quando quasi tutte le sere recitavo quella poesia, come rincontrare lo scrittore piemontese, lungamente amato nel periodo della mia prima giovinezza. Continua a leggere

“Autoreverse” a Fahrenheit‏

Domani 9 gennaio, dalle ore 15, sintonizzatevi su Radio 3 per sentire a Fahrenheit‏ la presentazione del libro del giorno: Autoreverse del redattore de lapoesiaelospirito Francesco Forlani.

Proponiamo per l’occasione una recensione del libro uscita di recente.

Pavese e l’hotel dei destini incrociati
di Francesco De Core

Piccole storie individuali risucchiate nell’alveo mitico della vicenda dello scrittore

Ventisette agosto 1950. Cesare Pavese chiude il libro della vita in una stanza dell’albergo Roma, la 313, a Torino. Uccidendosi con i barbiturici. Nulla di cruento, tutto studiato. La morte arriva, cercata, voluta: l’ultimo demone si sfilaccia in poche frasi, in versi disperati. Continua a leggere

The Real Thing

di Francesco Forlani

In una delle ultime lettere mandate a Doris Dowling, Cesare Pavese, parlando di Vittorio de Sica cui avrebbe proposto la sceneggiatura di “Vita Bella” scrive:

He must rediscover in it the humble humble horrid tender real thing he is always after. The leitmotif of the lavabos could be a contribution.

Resta da capire se la “real thing” sia quella che premia, la ricerca dello scrittore o il fine di tutto il processo creativo. In altri termini in un’epoca letteraria in cui il giornalismo letterario si è travestito da letteratura è proprio necessario che la letteratura dismetta i propri panni per travestire gli scrittori in detective e reporter? Dopo la capitolazione della “critica” ridotta a popolo di chroniqueurs, cronacanti del mondo letterario, dove i libri escono, o entrano, mai che se ne stessero lì dove sono, perché partecipare cum gaudio alla disfatta della letteratura costretta a subire l’imprimatur della realtà. Ma poi si tratta veramente di realtà o solamente della contemporaneità?
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