26. Qualsiasi via d’uscita

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Vorresti fermarti: più i ricordi si accavallano e si stipano nelle pagine del libro, più ti accorgi di quello che è mancato, dell’amore che hai sentito venir meno, giorno dopo giorno, e ti ha spinto a cercare appagamenti miserabili, avventure umilianti con le immagini di carta, l’uso del corpo come un’arma per trionfare sul disagio che covavi dentro e ti faceva arrossire se apparivi in primo piano. Più il tempo passava, più la condiscendenza si mutava in rabbia: diventava insopportabile mangiare insieme, bastava un nulla, un gesto, una parola, per indurre alla rivolta, come la sera che dicesti basta, me ne vado; prendesti il giubbotto e uscisti nel buio della piazzetta, nel mare umido di via Nicostene e poi di via Macchia Saponara, fino a via Prassilla, nella chiesa dove il prete che non t’era mai piaciuto – questo passava il convento fino allora – lasciò cadere un consiglio come un altro, per cui tornasti indietro con i pugni in tasca e il bavero alzato; la tua vita sarebbe diventata una lotta col destino: aveva la faccia del cugino-zio, qualche anno prima, ma adesso si specchiava in chi voleva ignorare il dolore che cresceva, costringendoti a fingere che tutto andasse bene, che tanto avevi un mare di ragazze che facevano la fila alla tua porta; ma tu stringevi i pugni, alzavi il bavero; avresti barattato il mondo intero per una sola carezza di tuo padre, una parola di stima di tua madre; temevano che t’insuperbissi, che salissi sull’ambone col soprabito attillato, davanti alle signore che guardavano ammirate e fra Serafino che assegnava pacche e pacche sulle spalle e confidava – a tutti -: ecco, quello l’ho tirato su da quando non era capace di parlare; e tua madre sembrava la padrona, nella chiesa semioscura, che in fondo preferivi all’astronave in cima allo scalone, dove un Dio troppo lontano non leniva la tua angoscia; stringevi i pugni e urlavi a mamma che non la sopportavi, non volevi più vederla, e lei piangeva, di nascosto, mentre fulminavi l’ennesima ragazza con lo sguardo azzurro e il ricciolo ribelle e ti chiedevi se da questo labirinto ci sarebbe stata, un giorno o l’altro, una qualsiasi via d’uscita.

22. Stigliano

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E’ un altro episodio che non sai bene dove collocare: ma che importa? La campagna assolata ha un suo fascino a prescindere, soprattutto se a due passi da lì comincia il bosco, coi segreti che fanno paura, almeno a te, che avverti rumori impercettibili, e se vedi una beccaccia che si sveglia, con un battito d’ali, senti subito il cuore che impazzisce. Continua a leggere

19. Quello sguardo

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Vedo un sacco di gente entrare e uscire dall’appartamento. Un uomo pallido col soprabito scuro, la ragazza che è venuta a suonare con la busta di giocattoli. Ma chi si aggiunge, adesso? Sembra un tipo distinto, sicuro di sé. La cosa comincia a complicarsi. E se facessi un colpo di testa? Se mi presentassi senza preavviso, facendo una scenata? Continua a leggere

56. Buchi neri

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La lotta era entrata nel vivo, mi arrestarono per l’ennesima volta.
Fu allora che accadde qualcosa che ognuno interpretò secondo la propria prospettiva. Parlo di Malcolm.
La piazza era gremita, come sempre, il colonnato era la casa dei fantasmi, da cui uscivano ombre mute che curiosavano nei pensieri della gente.
Quando piombò a Selma, qualcuno pensò che infliggesse il colpo di grazia del partito radicale.
Era imprevedibile, sapeva accendere le folle con l’eloquenza incalzante del violento, di chi trascina in azioni di forza anche i più restii. Continua a leggere

5. Dove comincia

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Che mio zio mi portasse in seminario fu un fatto ritenuto prevedibile, se non ineluttabile. Dalle nostre parti, la religione è una seconda pelle.
Al di là della parete si discute, si decidono le sorti, viene in mente un manipolo di cardinali investiti dal vento, gli zucchetti che volano, tonache e mantelle agitate come bandiere di lotta popolare.
Il collegio è una groviera sotto le montagne, ci aspettavamo che un gigante lo venisse a divorare e si sedesse soddisfatto a digerire e godersi il panorama. Continua a leggere

42. Maccabee

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Ismail e Yousef hanno deciso di partire: un viaggio servirà a chiarire meglio le intenzioni. Hanno sventato un crimine, ma non potranno intercettare ogni volta i propositi omicidi, urge una soluzione meno provvisoria. Il treno è uno strumento suggestivo, consente di pensare, di sognare. Nella valigia hanno infilato soprattutto libri: è solo dalla pagina che si profila un orizzonte alternativo, la letteratura salva, dice Ismail, e Yousef non riesce a dargli torto. I corridoi della stazione, però, sono quanto di più triste ci sia al mondo: forse perché un ricordo duole in qualche angolo dell’anima, un distacco traumatico, una perdita. La gente cammina appoggiando le mani alle ringhiere, come avesse bisogno di sostenere un peso insopportabile. I due, per riprendersi, si siedono a un tavolo del bar, su un lato del piazzale interno: una birra può azzerare tutto, conservare solo la dolcezza di una nostalgia priva di oggetto. Con la bionda in corpo si bevono i chilometri: sono approdati a un molo flagellato dal vento, un faro simile a una stazione aerospaziale; cinque bandiere si dibattono tra raffiche violente. L’escursione sul traghetto è un volo sul giardino capovolto del mare, piante e pesci s’intravedono appena, ombre di un altro mondo. Sulla riva, alberi e case e, dietro, le pareti lisce dei monti. La sera si stravaccano esausti al ristorante con le finestre in legno, davanti a un kebab e un’altra pinta di Maccabee, da far girar la testa. Sono brilli, raccontano barzellette sconce e ridono fino a stare male.
Come mai non ci abbiamo pensato?
A cosa?
E’ chiaro: bisogna passare per la bionda.
Che intendi dire?
A che ti servono quegli stupidi occhi azzurri?
Smettila di dire fregnacce.
Scemo, non capisci che a letto si parla meglio che nel confessionale?
Che dovrei fare?
Conquistala, il resto verrà di conseguenza.
Quando?
Torniamo subito.
I corridoi della stazione sembrano meno desolati, la ringhiera è una scala verso il cielo, i passanti sono angeli con le ali nascoste dal vestito.