32. Olio

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La stanza ha una parete biancastra interrotta da un comò e un camino, una finestra e un busto in bronzo. Al centro, un tavolo in legno intorno al quale sono seduti Yehochoua, Yehouda e Chlomo. Si parla delle vicende che hanno fatto discutere la gente: i miracoli, l’entusiasmo popolare, l’assassinio di Yoh’anan. Il soffitto a cassettoni dà una sensazione di calore, come se il pericolo in agguato trovasse un argine nella capacità dell’uomo di separarsi dall’esterno, di alzare barriere, di porre un limite all’offerta di se stesso.
Ricordo quando aprirono il tetto per portare il paralitico.
Chlomo è affascinato dalle narrazioni che s’inseguono e di cui si finisce col perdere il controllo, per cui nessuno può segnare il confine tra l’esperienza e la leggenda.
E che è successo, dopo?
Mentre parlano, entra Magdalenne. Cosa avrà questa donna per attirare l’attenzione? Quando gli fu vicino gli chiese se gl’importasse più camminare o essere felice. Saranno gli occhi, innocenti e provocanti. Rispose che avrebbe preferito camminare: felicità, per lui, era muovere le gambe. Forse è la linea delle labbra, che disegna un sorriso senza fine. Gli disse, alzati e cammina: puoi farlo, se ci tieni veramente. O i capelli che a volte sono lisci e a volte ricci. Rispose, non ci avevo mai pensato, sento un formicolio nel braccio destro. Ma anche il seno, le gambe, tutto al posto giusto. La gente era incredula, quando lo vide lasciare la barella. Un giorno o l’altro dovrò farmi avanti, vincere la timidezza che paralizza i gesti, le parole. Allora, diceva, si può fare tutto, volerlo è sufficiente. No, disse Yehochoua, bisogna credere che la felicità non sia impossibile. Ora glielo dico, Magdalenne mi vuoi sposare?
Perché quell’olio? Sai a quanto si potrebbe vendere?
La donna sta ungendo la fronte e le mani di Yehochoua.
 Smettila, Yehouda. Arriverà un momento in cui non potrà farlo.
La gente non capisce. Pensano che tu sia stravagante, una specie di mago; ci mancherebbe che facessi il dongiovanni.
 Quando di questo non resterà che cenere, potrai capire; bisogna amare la vita, finché ci viene data.
Chlomo assapora ogni parola, scrive sul taccuino ciò che riesce ad afferrare. E’ convinto di avere tra le mani il servizio della vita.

76. Colline

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Viola e Medardo stanno bene, anche perché non c’è più posto in ospedale. La scarica di colpi di Vangelis non li ha colti per miracolo: mentre consumavano l’amplesso, avranno pensato a una festa in pineta coi fuochi d’artificio. Ora lentamente si sollevano, aiutandosi a vicenda. Continua a leggere

68. ASL

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Saulo sta per varcare l’ingresso dell’ospedale Sant’Eugenio. Ci sono persone che entrano ed escono: una signora impettita con soprabito beige, un ragazzo in jeans e berretto bianco, una donna coi capelli biondi che brillano come oro a diciotto carati. Cerca di capire dove andare; dà una rapida occhiata al prospetto dei reparti sui piloni dell’ingresso e percorre l’itinerario come un automa fino al reparto di chirurgia d’urgenza. In un ambiente asettico con prevalenza di colori bianco e blu, trova due portantini che provano passi di salsa tra un impegno e l’altro. Più in là c’è una fila di persone in ansia, di tutte le età; lui chiede notizie di don Faber: è sotto i ferri, lo sta operando il professor Listorti. Non si sa quanto potrà durare l’intervento e soprattutto è impossibile prevedere se il prete potrà uscirne vivo. Saulo ringrazia; mentre aspetta con gli altri, s’interroga sul colpo di pistola: chi può aver attentato alla sua vita? A chi dava fastidio? Quale sgarbo può avere innescato una vendetta così atroce? Potrebbe essere chiunque; perfino i personaggi che ha notato all’ingresso, perché l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, o nei dintorni; non gli pareva sospetto il ragazzo in jeans con la borsa a tracolla e il berretto troppo bianco? E la signora, non era forse impettita oltre misura, come fosse orgogliosa di un lavoro fatto bene, magari dal marito? E l’uomo che parlava con la donna dai capelli d’oro, non sembrava confabulare guardandosi intorno, come per non essere sentito? Ricorda che a destra, vicino al cancelletto, aveva notato un tipo strano con un giubbotto in pelle, un po’ ingobbito, che procedeva a passi rapidi come volesse sfuggire a un pericolo imminente. Poi gli viene in mente che l’attentatore ci aveva ripensato, convertito dalle parole di don Faber. Possibile, si chiede, che le storie debbano sempre attraversare le forche caudine del dolore o della morte, come se la pace, la tranquillità, segnassero la fine di ogni intreccio, lo stallo del racconto, e solo l’irrompere barbaro di uno sconosciuto armato di pistola, l’esplodere di un colpo, per giunta accidentale, il crollo del protagonista potessero giustificare l’attesa del lettore, la fatica dello sguardo che segue le righe nere ostentando un diritto all’emozione, un debito di suspence, una dose adeguata di fiato sospeso? Mentre lui si smarrisce in elucubrazioni senza fine, don Faber lotta fra la vita e la morte: chissà quali pensieri gli passano in mente, quali parole per tentare di reagire al baratro, per esserci ancora a questo mondo per mille e mille giorni: aprirei gli occhi se ci fossi tu; aprirei gli occhi se potessi incontrare ancora i tuoi, ma nel dubbio li tengo chiusi e continuo a sognarti, solamente.

Certi ingaggi (New economics foundation)

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Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.