Condanne

Ci stupiamo che Gesù sia stato condannato a morte. Noi non l’avremmo fatto. Contro quelle autorità, religiose e civili, proviamo un senso di rivolta: fossimo stati noi al posto loro, avremmo assolto, anzi, esaltato il Figlio di Dio. Eppure, dice il Cristo alla Bossis, mi condanneresti a una certa morte se, nel tuo spirito, la confusione dei pensieri della terra oscurasse il pensiero di Me.

Oggi


Gesù è condannato a morte. Oggi ci sembra impossibile. Il rimpallo di responsabilità, quella sorta di flipper con la pallina che sbatte da una sponda all’altra, l’entrare e uscire dal pretorio, finché l’esito, assurdo, sconcertante, si rivela quello: Gesù è condannato a morte.
Ma siamo sicuri che, oggi, la faccenda cambierebbe? Non è vero che il nostro pensiero, i nostri sentimenti, vagano di qua e di là come palline? Non siamo anche noi coinvolti dall’industria della distrazione, contaminati dalla confusione che avvolge il mondo in una cappa impenetrabile? Se così fosse, anche noi, in qualche modo, saremmo fermi alla prima stazione: lo condanniamo a morte, tra un commento su Facebook e un gioco sullo smartphone.