Che figura! L’enfasi

Partendo dalle arti figurative, gli esempi più interessanti di enfasi li ritrovo in Munch e Picasso. In questo caso, a mio parere, meglio il norvegese pazzo rispetto al genio iberico. Certo, in Guernica, in quel coacervo di figure straziate, la madre col bambino, i volti terrorizzati, le persone che cercano di sfuggire dalle fiamme, l’enfasi galoppa sovrana. Ma vuoi mettere con L’Urlo? E’ un manifesto dell’enfasi, quella figura stravolta nel terrore che si propaga come onde psichiche a tutto il paesaggio, quel condensare in un’unica immagine la deformazione della realtà prodotta dal senso di angoscia e insieme la pressione insostenibile che il mondo esterno esercita sull’individuo, come a deformarlo in una maschera grottesca.
Del resto tutto il successivo movimento espressionistico, di cui l’Urlo è geniale precursore, trova nell’enfasi espressiva la sintesi della dilatazione della presenza del soggetto, quell’urgenza di ripristinare una lacerata centralità dell’individuo mortificata dallo sviluppo dell’industrializzazione e dell’abnorme crescita della città, come ricorda Achille Bonito Oliva in un saggio dedicato all’enfasi. Altro esempio illuminante è Lo sbadiglio, di Max Beckmann, del 1918.

E l’enfasi in letteratura?
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Suttree, di Cormac McCarthy. Il canto della povertà

Suttree, pubblicato nel 1979, è il quarto romanzo di Cormac McCarthy, e l’ultimo ad essere stato tradotto in Italia. Aveva quarantasei anni McCarthy, quando venne pubblicato, ma ci aveva lavorato per vent’anni.

Suttree è un romanzo di una forza espressiva, letteraria, umana che ho trovato devastante. Apparentemente animato dalla stessa disperazione de La strada, in realtà è attraversato in ogni riga, in ogni parola, da una energia vitalistica che, se pur votata quasi sempre alla sconfitta, lo fa nel modo disperatamente eroico di chi si ostina a trovare nella dignità dell’uomo, ferita, calpestata, un motivo, il motivo per andare avanti, a dispetto di tutto.

Suttree ha lasciato la famiglia e un passato piccolissimo borghese e vive a Knoxville in una barca ancorata sul fiume Tennesse. Pesca pesci gatto e li rivende al mercato. I pochi dollari che ne ricava li reinveste prontamente al bar, in smisurate bevute di liquori pestilenziali. Siamo negli anni cinquanta, negli Stati Uniti d’America, ma lo scenario è, né più né meno, quello di una favela sudamericana. La povertà è dappertutto, inevitabile, un morbo radicale inestirpabile, che colpisce bianchi e neri, giovani e vecchi, uomini e donne. Il microcosmo di Suttree è un coacervo di derelitti che tirano a campare, che entrano ed escono dalla prigione (le pattuglie della polizia sembrano l’unico contatto con il mondo civile) per piccoli furti, sbronze, risse, abitano catapecchie luride come abitazione, quando non sono caverne gelide, o antri sotto i ponti di ferro e cemento.

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L’apocalisse sulla strada

la-strada

di Loris Pattuelli

Dura la vita dopo l’apocalisse. Dura, ma ancora possibile. Per arrivare dalle parti del mare, bisogna incrociare città, campagne, centri commerciali, boschi, periferie e paesi.
Sulla strada di nuovo? Può darsi. C’era una pista felice che attraversava tutta la terra e, se guardi bene, c’è anche adesso.
Un uomo e un bambino la percorrono con un carrello pieno di barattoli, coperte e teli di plastica.
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Un amore che ti si appiccica addosso

all’abbandono e alla verità. Sempre.

[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more

Afterglow, Genesis]

escher.jpgParecchi mesi fa – ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre – ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti – e da parecchi altri miei scritti – traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.

In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo – di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa – sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori – cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Continua a leggere