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Seconda lettera dal Covid

Carissime e carissimi,

anche al secondo tampone sono risultato positivo. Il Signore mi affida questo eremitaggio, desidera che in questo isolamento mi dedichi a qualcosa a cui Lui tiene. Ho parlato a lungo del progetto che il Padre ha su ciascuno di noi. C’è uno scavo ulteriore, in questi giorni, per quanto mi riguarda. Viviamo in un’epoca difficile: per il mondo, per la Chiesa. Pochi hanno il coraggio di porsi in ascolto della verità, e di annunciarla così come la sentono nell’intimo. Il mondo occidentale è pervaso dalle logiche ferree del mercato. La religione più diffusa è quella della merce, di qualsiasi natura essa sia. I pensieri quotidiani si rivolgono a prodotti proposti dalla pubblicità, fosse pure l’ultimo modello di mascherina o igienizzante. Lo stile di vita è appiattito sui target veicolati dai mezzi di comunicazione sociale, dalle parole d’ordine prefabbricate. Il silenzio è una realtà sconosciuta, anzi temuta: siamo diffidenti di fronte a ciò che emerge dal profondo, preferendo gli slogan rassicuranti delle agenzie di turno, dalla sapienza di plastica e priva di attriti. Ossessionati dall’imperativo ecologico, non siamo più in grado di stupirci davanti a un’alba o a un tramonto: rientreremmo in noi stessi, suscitando domande imbarazzanti. La rapidità, lo stress, il fare per il fare, sono i nostri compagni di cammino: ci sentiamo in colpa se non leggiamo subito un messaggio, se non rispondiamo a una mail in tempi brevi; ci sembra di essere perduti se non siamo connessi a qualche rete. Questi giorni di positività al coronavirus si trasformano nella profezia della lentezza e del silenzio, diventano un appello non soltanto per me, ma anche per chi leggerà queste parole, che scrivo guardando, dalla mia finestra, la grotta di Elia, il profeta della voce di silenzio sottile, con la quale Dio parla a chi si lascia fermare per rimettere in moto la sua vita. Grazie ancora per i vostri messaggi: rispondo da qui, a ciascuno di voi, con un immenso grazie.

don Fabrizio 

La vita che verrà

di Raffaele Greco

Come sarà la vita dopo il covid-19? Cambieranno e in che modo le nostre precedenti abitudini?

Trascorso ormai molto tempo dall’inizio del “tutti a casa”, il desiderio di riacquistare la normalità di un tempo si associa a una diffusa sensazione che nulla potrà tornare a essere identico a prima.

Una percezione non necessariamente sfavorevole; anzi, sembra crescere l’idea di trovarsi di fronte a un’occasione da non sprecare, per provare a non ripristinare anche i non pochi aspetti negativi che caratterizzavano la nostra esistenza.

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Per chi vuole continuare a pensare

COMUNICATO AMPAS DEL 21/4/2020

Con serenità ma anche con determinazione i medici del gruppo della Medicina di Segnale (735 iscritti all’AMPAS, la nostra associazione, di cui tanti impegnati in prima linea), preoccupati per le possibili derive autoritarie in atto, desiderano fare chiarezza circa la possibilità che siano lesi dei diritti costituzionalmente garantiti per i cittadini.

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[Immagine da qui]

L’emergenza Covid-19 in Nuova Zelanda: il traguardo dei ‘zero casi’.

Nelle ultime settimane, la stampa internazionale, soprattutto di matrice anglosassone, ha lodato l’operato del governo neozelandese, e in particolare del suo Primo Ministro Jacinda Ardern, nella gestione dell’emergenza causata dal Covid-19.
La CNN ha definito quella della Ardern “una lezione di leadership” e “un esempio a cui guardare” per tutte le nazioni afflitte dalla pandemia.
La risposta della Nuova Zelanda al Covid-19 è stata caratterizzata da empatia, efficienza, determinazione e chiarezza nei confronti della popolazione. Non c’era da stupirsi. Fin dall’inizio, il governo laburista della Ardern (Presidente dell’Organizzazione Giovanile dell’Internazionale Socialista nel 2008, agnostica, socialdemocratica, progressista, salita alla guida del Paese nel 2017 a soli 38 anni d’età) ha preso posizione contro ogni manifestazione d’odio e di razzismo (esemplare la sua reazione al massacro alla moschea di Cristhchurch, nel marzo 2019) difendendo i principi Continua a leggere

Tempi nuovi

di Serena Fioris

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, trent’anni fa, annunciava come imminente la scomparsa delle epidemie grazie al progetto Salute per tutti entro l’anno 2000. Rientrava in un piano dell’OMS, il quale manifestava la speranza che gli inizi del XXI secolo non avrebbero più visto epidemie tra gli abitanti della terra. Oggi la stessa organizzazione registra una pandemia con più di un milione di contagiati.

In questi tempi, più che dalla scienza, è dalla letteratura che giungono parole significative. Queste sono quelle della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel nel 2018:

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CORONAVIRUS. LA NOTTATA NON SARA’ BREVE

La nottata che ha da passare non sarà breve. Anzi, si prevede lunga, tra periodi di tregua e di possibile recrudescenza dei contagi. Potremo riprendere fiato -secondo gli esperti- solo quando sarà possibile una vaccinazione efficace e diffusa. E non sarà questione di settimane, ma di mesi. Continua a leggere

Tornare a casa

Quando tornai a casa ebbi una strana sensazione: le strade erano vuote, gli esercizi chiusi, come se un ordigno sconosciuto avesse, eliminando le persone, lasciato intatte le cose. Non ero pronto a essere l’ultimo uomo sulla terra. Mi chiedevo come sarei sopravvissuto, quante operazioni d’emergenza avrei dovuto improvvisare. Tutto a un tratto, mi rendevo conto dell’importanza degli altri: non degli altri simpatici o antipatici, amici o nemici; gli altri e basta, col loro contributo alla vita sociale, la solidarietà spontanea, anche involontaria. Pure se non gli vai a genio, un panettiere ti serve, e così un benzinaio. Non c’era più nessuno: avrei dato un occhio, una mano, per entrare in contatto con un essere vivente. Raccolsi le energie, mi feci coraggio, scesi dall’auto ed entrai in casa. Davanti alla scrivania c’era il quadro della Vergine Maria: d’istinto, l’abbracciai, la baciai, Le dissi “Maria, aiutami, non abbandonarmi!”. All’improvviso, vidi il mondo dall’alto, l’enorme sfera azzurra che girava, portandosi dietro il dolore della gente, le risa sfrenate, l’ultimo respiro dei morenti, il pianto dei neonati. Sentii i clacson delle auto, i fischi dei vigili, le televisioni accese nelle abitazioni. Vicino a me, risuonò la voce stridula di una giornalista: restate in casa, restate in casa! Allora era per questo. Salii le scale e mi buttai sul letto: non ero più l’ultimo uomo sulla terra. Per la prima volta, provai amore per tutto ciò che esiste.

I saloni dei vecchi ai tempi del Coronavirus

Articolo di Vittorio Coletti apparso su “La Repubblica”

C’è anche un luogo meno frequentato e noto da cui osservare la nostra società ai tempi della nuova epidemia. Sono le case di riposo, le residenze per gli anziani, per gli affetti da malattie neurodegenerative. Le necessarie precauzioni per limitare i contatti e quindi i contagi, diventate ora più stringenti e severe, stanno di fatto tenendo fuori da questi luoghi i parenti dei malati, con quell’insieme di attenzioni affettuose, compagnia e cure personalizzate e aggiuntive che, direttamente o attraverso badanti esterne, essi assicuravano ai loro cari. Ora, i vecchi, i dementi stanno riuniti in atroci saloni, guardano il vuoto delle ore, come una sorta di schiera dolente in attesa rassegnata della fine, per lo più in un silenzio pesante, rotto solo a intermittenza dall’urlo o dal gemito di qualcuno che sta peggio o dai vani, per quanto generosi tentativi di qualche animatore di rallegrare un po’ l’ambiente. Continua a leggere