La ferocia dorata degli anni zero, di Andrea Sartori

Accadde così, un po’ per incoscienza e un po’ per disperazione, o forse perché c’era semplicemente bisogno di sentirsi vivi, guardati, considerati. Mi ritrovai lì, a parlare con un pubblicitario di lungo corso, un signore che voleva insegnarmi il mestiere. Tutto era nuovo, si ricominciava daccapo. La fiducia era doverosa, non si poteva allontanarla ancora. In parte me l’ero cercata, in parte ci avevo sperato davvero, ma in fondo non ne volevo sapere nulla, mi sarei accontentato di fare data entry a un terminale qualunque. Finirla una volta per tutte con le lotte, con le illusioni. Finirla con le immagini, con le aspettative, con le proiezioni del futuro e le relative paure. C’era bisogno di cose, di fatti, di macigni che curassero l’astrazione. Andò diversamente. Continua a leggere

Quale creatività nella crisi? Finanza, economia e antropologia nella costellazione contemporanea, di Andrea Sartori

[Riprendo di seguito, con alcune leggere variazioni, un articolo apparso nell’«agenda economica» della rivista Il Ponte, anno LXV, n. 4, aprile 2009, pp. 110-120]

Tra gli anni novanta e l’inizio del duemila, la «creatività» spopolava nelle prassi e nei dibattiti economici. Con diverse variazioni d’accento si riteneva che essa potesse dare un impulso decisivo sia ai profitti, sia alla finanza pubblica. La crisi borsistica ha messo radicalmente in discussione questo acritico assunto. La creatività, mentre tutti invocano regolamentazioni più precise, è di conseguenza caduta in disgrazia. Tanto più le regole nello scorso decennio erano ritenute soffocanti, quanto più oggi sono ritenute imprescindibili. Non è questo, tuttavia, un atteggiamento altrettanto massimalista di quello precedente? Non bisogna piuttosto riformulare la creatività in termini di strategia, anziché di tattica a breve termine che aggiri le regole stabilite? Continua a leggere

La discesa della classe creativa, di Andrea Sartori

cgilcisluilPropongo in lettura un breve racconto, tra realtà e finzione, nel quale può riconoscersi una discreta fetta di lavoratori alla prese con l’attuale crisi. Una crisi le cui ragioni affondano in un passato da favola neanche troppo remoto.

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