A Medjugorje (e dintorni) fuori dagli schemi

Testo di Giovanni Agnoloni, foto di Andrea Fantini

Il luogo delle apparizioni, sul Podbrdo

Parlare di un viaggio a Medjugorje può rivelarsi difficile. Si rischia di far arrabbiare tanta gente, credente e non. Con queste righe, voglio scansare questo semplice inghippo, che di per sé scoraggia alla lettura, disinnescando le tematiche spirituali e il mio stesso modo di pormi davanti alla fede.
Questo è un reportage, che riferisce fatti e sensazioni. Perché un pellegrinaggio, in definitiva, è un viaggio, e ogni viaggio è, a suo modo, un pellegrinaggio.
Io oggi sono un credente, o meglio, come direbbe Joseph O’Connor, un “vero credente”, nel senso che rifuggo dalle ritualità esteriori bigotte e recitate, e mi calo nella vita. Per me la spiritualità e il rapporto con il Divino sono la ricerca e il dialogo costante con il centro dell’essere, il Sé, la radice dell’identità. E, come prima di partire ho scritto su Facebook, da questo viaggio non mi aspettavo miracoli o rivelazioni sconvolgenti, ma conferme.
Sono arrivate, anche se, come in ogni buon romanzo, in modo piuttosto sorprendente.

Il porto di Ancona alla partenza

Dopo la traversata in mare da Ancona a Spalato con mio cugino Andrea Fantini, matematico pure lui cristiano fuori dagli schemi, il tragitto in auto fino a Medjugorje è stato un percorso nel cuore di una natura scabra e montagnosa, tagliata come un graffio dalla modernissima A1 croata. Poi, dalla fine di questa alla nostra destinazione, passando per la frontiera bosniaca, è stato un susseguirsi di curve e colline boscose aperte su una pianura piatta e mossa da coltivazioni verdeggianti. Un’eco di Vietnam, o comunque di Sud-est asiatico. Mal d’auto del sottoscritto.
Medjugorje si annuncia all’improvviso, e quasi ti ci ritrovi dentro, con la sua proliferazione di alberghi, casette più o meno moderne e negozietti i più vari, che fanno corona alla chiesa parrocchiale e ai luoghi delle apparizioni della Madonna, che sono qui testimoniate fin dal 1981. Prima c’erano solo coltivazioni, soprattutto di tabacco, e pascoli per i pastori e le loro bestie.
In me non ha prevalso il fastidio per la “commercializzazione del sacro”, pur innegabile. Questa gente di qualcosa deve pur vivere. E, come avrei visto nei due giorni seguenti, è per lo più brava gente, segnata dai ricordi della guerra civile e, naturalmente, da quanto qui è successo e succede ancora. Continua a leggere

PASQUA DI RISURREZIONE

di Guglielmo Spirito

Il giovedì santo la chiesa aveva posto a suggello della celebrazione del triduo pasquale l’affermazione del vangelo di Giovanni: “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Certamente non vuol significare solo che Gesù starà fedele al suo amore fino alla morte, ma più precisamente che va incontro alla morte perché si sveli in tutto il suo splendore l’amore che lo muove rispetto al Padre e a tutti noi. Nella stessa celebrazione, con l’istituzione dell’eucaristia e la lavanda dei piedi, l’amore era definito nel suo mistero di dono (“questo è il mio corpo, che è per voi”) e di servizio (“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”). La posta in gioco è ‘aver parte con lui’. Accogliere il servizio di Gesù e non praticarlo al fratello significa non riconoscere quel ‘corpo, che è per noi’, tanto il mistero dell’amore parla di Dio e dell’uomo insieme. Continua a leggere

“Il Cristo zen” – Intervista a Raul Montanari

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Il Cristo zen è un saggio di Raul Montanari edito da Indiana, di grande profondità e originalità. Segue qui la mia recensione, precedentemente uscita su La Poesia e lo Spirito, unita poi, per Postpopuli.it, a un’intervista all’autore, che ringrazio per la disponibilità.

Certi libri sono perle di saggezza, e ti fanno chiedere se l’autore, che si professa ateo, non abbia invece scoperto l’essenza stessa della fede. Penso a Il Cristo zen, di Raul Montanari (Indiana Editore, 2011), opera che accosta temi e passi della tradizione cristiana e di quella del buddhismo zen, dopo un’illuminante introduzione sulle varie scuole della spiritualità orientale. Continua a leggere

Ennio Abate, Per Michele Ranchetti

Nel secondo anniversario della morte di Michele Ranchetti (Milano, 1925 – Firenze, 2 febbraio 2008), propongo una discussione sviluppatasi a partire da una vecchia intervista di Ennio Abate a Michele Ranchetti, che vede gli interventi di Fabio Milana e Costanzo Preve. Il tutto mi pare esemplifichi la vastità delle questioni poste dalla ricerca di Ranchetti. Ricordo che dello stesso è appena uscito il volume postumo Scritti diversi. Vol. 4: Ulteriori e ultimi (2000-2008), curato da Fabio Milana.

Ripensando a Non c’è più religione di Michele Ranchetti
di Ennio Abate

Nel 2005 andai a Firenze e feci una lunga intervista a Michele Ranchetti sul suo Non c’è più religione (Garzanti, Milano) 2003. La si può leggere sul n. zero (maggio 2005) di Poliscritture o sul sito http://www.poliscritture.it. Il filo conduttore delle mie domande partì da una istintiva reazione alla lettura del libro, che potrei così riassumere: bisognerebbe scrivere, a completamento, un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso e appassionato. Continua a leggere

Intervista a Lee Irwin: l'”alchimia dell’anima”

Testo introduttivo, intervista e traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni

Oggi vi propongo il testo (in italiano e in inglese) di un’intervista che ho realizzato a Charleston, South Carolina, nel corso del mio recente viaggio in America, al Dr. Lee Irwin, Direttore del Dipartimento di Studi Religiosi del College of Charleston, ed esperto di religioni comparate e spiritualità. Grazie al suo collega docente e scrittore Massimo Maggiari, ho avuto il piacere di conoscerlo dopo aver letto il suo saggio The Alchemy of the Soul – The Art of Spiritual Trasformation (“L’alchimia dell’anima – L’arte della trasformazione spirituale”) (Lorian Press, 2007), imperniato sull’osservazione delle dinamiche interiori dello spirito umano come un processo creativo di continua evoluzione e trasformazione, integrato con il resto dell’universo. Continua a leggere

Un manifesto della fede cristiana

 

rupnik

La fede cristiana nasce da un’esperienza d’amore: l’incontro con Cristo. Nei vangeli è un dato chiaro. Ciò che non nasce dall’amore non è cristiano, perché “Dio è amore” (1Giovanni 4,8). Questa premessa è inevitabilmente critica nei confronti di espressioni religiose che lasciano intravedere altre motivazioni e altri fini. Una verifica continua in tal senso conviene anzitutto ai fedeli del cristianesimo: perdere credibilità significa non raggiungere più il cuore della gente e conseguentemente screditare i propri ideali. Il passaggio delicato è quello dal carisma all’istituzione: un percorso obbligato, che non può diventare un alibi per tradire le caratteristiche originali. Il fondatore si riconoscerebbe ancora nella religione o nel movimento da lui iniziati? Continua a leggere