“Oh mio Me!”, di Cristina Bove

Croci
Oh mio Me!
Gridò scombussolato Dio
qual è quel testo che mi fa tiranno e
mi fa rabbioso con me stesso in quanto
io sono tutto e tutti e mi suicido così per farmi pasqua
di bomba in bomba
di tomba in tomba. Oh my man! Tu pure figlio
che ti ho fatto da me multicolore e non monocolo
e pianti chiodi a croci e corpi _li feci come gli alberi_
nascevano dalle mie radici
alcuni sono me che mi uccido Continua a leggere

Cristina Bove, Una per mille

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di Gianluca Garrapa

Il romanzo di Cristina Bove inizia descrivendo L’uomo nero. L’uomo nero è anche il titolo del primo capitolo-racconto. Ogni capitolo porta, almeno nell’indice, come titolo, le prime parole del capitolo stesso. Un procedimento tipico della poesia. Cristina Bove è poetessa e scultrice, manipola la materia dei pieni e dei vuoti, e anche il linguaggio del romanzo modella luci e buio. Continua a leggere

CRISTINA BOVE PESCATRICE DI NEBBIA, di Augusto BENEMEGLIO

Cristina Bove1.Ofelia.

Ho promesso a Cristina che l’avrei letto questo suo libro, “ Mi hanno detto di Ofelia” edizioni smasher, 2012, e in effetti, ora che è primavera, l’ho letto e disletto, l’ho udito dentro di me, passar fuori, e lo riodo fuori  di me, passar con me come un fiume che scorre ai miei piedi. Ecco la bianca, l’Ofelia di Rimbaud che ondeggia  “sull’acqua calma e nera/dove dormono le stelle / come un gran giglio” E l’Ofelia dietro la finestra di De Andrè (“Mai nessuno le ha detto che è bella/ a soli ventidue anni / è già una vecchia zitella/La sua morte sarà molto romantica/trasformandosi in ora se ne andrà /per adesso cammina avanti e indietro/la via della Povertà), e infine l’Ofelia tragica di Virginia Woolf, perché  senza madre e senza modelli femminili, senza identità ( “la sua identità se ne è andata quando le forze maschili non hanno più diretto le sue azioni”), l’Ofelia che in fondo non è mai esistita come donna, ma solo come personaggio, archetipo maschile ( e maschilista) di donna a cui tutto è negato, in primis la libertà.   Continua a leggere

MI HANNO DETTO DI OFELIA – di Cristina BOVE

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 HUACA

Ondate sul display, sono disposta

a pixel. Dall’era quaternaria

distante come i piedi dai capelli

approdo  a  sassi di memoria inscritta

selce mai polvere

né arresa

sorpresa forse in segmenti

incisa

a mano libera in sanguigna e calce

campitura perfetta dell’affresco

dove riporto storie. Mi trovate

se non vi  basta un coro, quando

scandisco palpiti in assolo

al dio dei rebus

io l’Arlecchino di losanghe

fossili. Continua a leggere

Ti dirò tutto quanto, di Cristina Bove

Porta

Ti dirò tutto quanto
di questi miei anni
perdenti
ti dirò perché preferirei esser morta
e non dismessa
perché vorrei che la mia assenza
ti ricordasse
all’incrocio dei tempi miei supplementari
ciò che non dissi mai
per non ferirmi da me stessa.
Voglio
indossare un burqa riguardoso
restarmene nascosta
e il vero addio
scriverlo adesso nella luce scarsa
che già mi adombra il corpo
e lo sottrae.
Posso
negare ogni costanza
lo stare alla finestra
quando s’accende il luogo della festa
quando obbligata dalla lontananza
apro le braccia a stringere parole
un rapido respiro e l’aria intorno
intanto che s’appressa la scadenza.
E mi allontano
sai
per non sentirti chiudere la porta.

***

[immagine tratta da qui]

Antipasqua

di Cristina Bove

Scusami, don,
se non festeggio
se me ne sto aggrappata alle radici
d’un baratro affrescato__sembrebbe
d’azzurro
invece è più profondo del mistero
cui pertanto non credo

io so di luce amara
sporgersi dalle ciglia degli umani

quelli che a dirsi angeli non so
se appartengono ai cieli
o se viaggiano altrove travestiti
da comuni mortali
però vorrei che fossero tra noi
scarpe da tennis pattini e chitarre
e sapessero quanto costa agli uomini
vivere senza ali

E invece di campane__sulla terra
rintoccassero i battiti dei cuori
di tutte le creature del pianeta
condannate alla morte già nel nascere
immemori d’origini immortali.

Cristina Bove, Testi.

Cartografica

Ho incontrato una storia di mattini stirati

una di quelle raccontate a gesti

che sembrano aquiloni sfaccendati

a raccontarla si vien giù dal sonno

e ci si aggrappa alla periferia del letto

ore trascorse in metamorfosi

come un ragno crociato punto rosso

palpi a tastare l’aria, appena smossi

scrive di brezze colorate

di pupille che sfoggiano di mare

velature di verde e di turchino

e fiordi antichi – cattedrali a strapiombo –

precipitate lungo le scogliere

si scorgono emisferiche parziali

le singolarità

dell’ente e dell’avente

fuse nel viaggio astrale

oltre l’esigua conoscenza errante.

***

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La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello

In tempi di oblio, di disconoscimento e di distrazione (come del resto in qualunque tempo), ricordare, bene, è un atto di responsabilità e di amore; tanto più le cose buone, che si danno sempre per scontate, compiute da chi è in vita e da chi ha ormai concluso la sua esistenza, come in questo caso. Le parole che ricordano si fanno foglie, calda coperta su l’uomo che non è più. Ricordare è un po’ trattenere la morte, sfidarla, contendere un corpo, un’anima e il suo vissuto per serbarli e trasmetterli fino alla dispersione della voce, di generazione in generazione. Qui, l’uomo che si vuole ricordare, don Tonino Bello, che molto ha fatto, detto e scritto, lo si è voluto appunto coprire con calde foglie; queste belle poesie (scritte da 21 poeti da tutta Italia ispirandosi a La carezza di Dio – Lettera a Giuseppe  -Edizioni La Meridiana, Molfetta, 1997 -, testo in cui don Tonino immagina di dialogare con Giuseppe mentre lavora nella sua bottega) sono appunto foglie cadute lente su un uomo speciale, per una coperta che scaldi la memoria ma senza “coprirlo”; un omaggio, dunque, l’amorevole ostensione d’una esistenza esemplare. gn

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