Le pagine ritrovate di Giovanna De Angelis – Brancati

La maggior parte delle persone conoscono Giovanna De Angelis come editor di Einaudi Stile Libero – dove è stata colonna portante della migliore narrativa prodotta negli anni d’oro della moderna editoria italiana – e per il suo meraviglioso romanzo (che avevo recensito qui).

Ma Giovanna è stata anche una raffinatissima studiosa di letteratura italiana del ‘900, argomento su cui ha scritto saggi, articoli, critiche. Purtroppo alcune cose sono difficili quando non impossibili da reperire sia su carta che in rete, e pensare che il patrimonio del suo appassionato sapere restasse imprigionato dell’hard disk del suo computer mi sembrava davvero un delitto.

Per questo cominciamo oggi con la messa in rete di alcuni dei suoi lavori più significativi, che continueremo a pubblicare con scadenza quindicinale. Si inizia con un saggio su Brancati “Le città di Brancati: una catarsi mancata” pubblicato nel 2003 sulla rivista “Avanguardia”, a. 8, n. 22, 2003, che ringraziamo per la concessione. Al termine di questo articolo potrete cliccare sul titolo per scaricare il pdf.
La data di inizio non è scelta a caso: Giovanna oggi avrebbe compiuto 50 anni. Un giorno che cerco di rendere un po’ luminoso attraverso questa iniziativa. Continua a leggere

Recensioni poetiche. N°7

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di Max Ponte

In questa settima tornata di recensioni vi propongo la lettura di 7 testi, di cui un romanzo. Il numero 7 ritorna quindi. Come sempre l’analisi non valuta l’autore ma la singola opera. Inoltre ribadisco che il mio (discutibile, bien sûr) giudizio è costruttivo e non distruttivo, lontano da influenze e apologie in voga, un lavoro militante. Continua a leggere

9 libri per me posson bastare? – recensioni

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di Max Ponte

Ho fino ad ora incontrato pochi intellettuali, critici o scrittori o lettori che siano, che sostengano la folle idea di recensire tutto, sebbene nei tempi che la vita ci conceda. E con tutto intendo l’insieme di ciò che viene indirizzato al diretto interessato come novità editoriale ma anche come pubblicazione in rete (blog e siti). Dicevo fra questi pochi intellettuali c’è Lucia Dell’Aia, critico letterario, che la pensa esattamente come me: leggere ed esprimersi sul lavoro che ci viene inviato personalmente, qualsiasi esso sia, senza fare scelte di indifferenza, è una forma di rispetto nei confronti dell’alterità e allo stesso tempo un lavoro letterario militante. Sulla mia scrivania da qualche tempo sono presenti 9 libri di vario genere (questa volta non solo poesia) ed è giunto il momento di scrivere. Il mio giudizio come sempre è sintetico ed è un’indicazione, un commento nel mare magnum della produzione libraria, una nota al quale segue una voto diretto all’opera in questione. Per chi desiderasse inviarmi libri o suggerimenti la mia email è pontemx@gmail.com Continua a leggere

Quegli anni maledetti – Franz Krauspenhaar Le monetine del Raphael, Gaffi editore.

di Giorgio Simoni

Franz Krauspenhaar è un toro da monta letteraria. Queste sono le parole che mi sono rimbalzate nella testa durante la lettura di Le monetine del Raphaël, ultima fatica dello scrittore pubblicata da Gaffi editore. Kraupenhaar snocciola frasi che colpiscono come una gragnola del Carlos Monzon dei bei tempi; toglie il fiato, gonfia gli occhi di stupore e rabbia, fa vibrare i polsi: insomma c’è poco da fare i damerini, le pagine del romanzo grondano letteratura, signori. Di quella sopraffina, che ti sbatte sotto gli occhi tanto le scopate furibonde quanto le peggiori stragi dei nostri anni plumbei, che al Robert Palmer cantore plastificato e patinato, sbronzo sboccante come un beone all’ultimo stadio nella ramazzottiana Milano da bere, affianca la scelta irreversibile, per certi versi drammatica, del protagonista – Fabio Bucchi – di lasciare il suo comodo posto impiegatizio in una ‟fabbrichetta” dell’hinterland per votarsi definitivamente all’Arte, quella con la A maiuscola. Continua a leggere

Letteratura come lavoro

di Gualberto Alvino


Mario Lunetta, Depistaggi. Fra critica e teoria, Roma, Onyx Editrice, 2010, pp. 190, € 16.


Indigna che un umanista del calibro di Mario Lunetta — maestro di più generazioni, ininterrottamente attivo da quasi mezzo secolo quale poeta, narratore e drammaturgo d’avanguardia, polemista passionario e implacabile, antologista contre-courant, saggista umoroso e poliedrico, performer, critico d’arte, letterario e della cultura, tradotto in varie lingue europee e americane, titolare d’una bibliografia altrettanto sterminata che di primissimo ordine — non sia ferocemente conteso, come accade a pletore d’ipervalutati mediocri destinati a squagliarsi nel Lete della Storia, dai titani della nostra editoria. Spetta dunque a un piccolo marchio, il benemerito Onyx di Franco Michetti, il vanto d’aggiudicarsi l’ultimo goloso lemma del multanime romano, stavolta in veste di critico e teorico, al solito agguerritissimo e senza rivali quanto a contezza della più viva attualità in tutti i distretti del territorio lato sensu estetico e comunicazionale: una silloge di studî, articoli e recensioni selezionati (con tale compatta organicità da parer non solo or ora concepiti ma stesi in un fiato) tra i numerosi apparsi dalla metà degli Ottanta ad oggi sui periodici «Almanacco Odradek», «Hortus Musicus», «Fermenti» e «Le reti di Dedalus», la rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori, di cui il Nostro è stato per più mandati operoso e apprezzato presidente. Continua a leggere

Confutationes (II)

L. Baldacci

Luigi Baldacci

Questo mi separava dal mio amico Luigi Baldacci: l’idea che la narrativa viva di stati tiepidi: «a volte i narratori dovrebbero essere più ‘crociani’: pensare cioè che il mondo di uno scrittore è una cosa che c’è, sì, ma che non si vede da vicino. Essi credono invece alla teoria del “tutto è in tutto”, e che uno scrittore vero debba sempre esser riconosciuto dall’unghia: la pagina, il rigo, la parola» (L. Baldacci, Ricette per il romanzo, in Id., Libretti e altri saggi, Firenze, Vallecchi, 1974, p. 15).

«La parola? Di più: la sillaba — replicavo con un sorriso di sfida —, il fonema, la virgola! Non ho bisogno che la narrativa simuli la vita e riproduca la realtà. Io esigo costruzione, sintassi, musica. Artificio».

Confutationes (I)

«Il critico vive di seconda mano. Egli scrive su qualcosa. La poesia, il romanzo o il dramma bisogna darglieli; la critica esiste in virtù del genio altrui» (George Steiner, Linguaggio e silenzio, Milano, Garzanti, 2001, p. 15).
Assunto delirante, giacché postula l’assurdo d’un’arte priva di utenti, sganciata dagli ormeggi della fruizione e indifferente agli acidi dell’azione ermeneutica. La quale, viceversa, ne rappresenta la necessaria catalisi, il vero atto di nascita, essendo non solo in grado di rivelarne struttura e segrete ragioni, inafferrabili ai più (non di rado allo stesso autore), ma di tramutarli in edificio di pensiero, stile: ossia in un’opera a sua volta autonoma e originale che, no, non sarebbe sorta senza il suo referente, ma neppure questo avrebbe potuto compiutamente costituirsi, posto che la realtà estetica si determina ― esattamente come avviene in fisica subatomica ― nel momento in cui lo sguardo dell’osservatore si dispiega sulla cosa osservata. È indubbio che l’artista scavi nell’uomo e nel mondo, mentre al critico incombe il dovere d’esaminare esiti e procedure d’esso scavo; ma non è forse altrettanto indiscutibile che anche l’operato dell’artista sia parte integrante del mondo e dell’uomo?

Bouvet et Pécuchard recensisce “1975”

Brutta bestia, l’adolescenza.

Brutto periodo, i ‘70.

Un anno nella vita di Franz Krauspenhaar, ragazzino biondo e minuto, intelligente ma che non si applica. Un anno che si dipana tra noia e paranoia declinando tifo calcistico e politica vissuta come ribellione al rassegnato conformismo borghese, nemico in comune con gli esecrati avversari. Continua a leggere

La critica al tempo di Stats Monkey

Di Linnio Accorroni

Nel numero 838 de ‘Internazionale’ il direttore Giovanni De Mauro si occupa della scoperta di un nuovo apparecchio-software, Stats Monkey, progettato dalla Northwestern University dell’Illinois. La sua specializzazione è il baseball ed il bieco ordigno funziona in questo modo. Continua a leggere

Caro Giuseppe (La conquista dello spazio 7)

La terza stanza, quella della critica marxista, nasce dalla ribellione allo strapotere di Croce. Qui, forse, l’amico Giuseppe Panella avrà qualcosa da ridire, ma è indubbio che le posizioni del gigante di Pescasseroli risultassero strette ai vari Alicata, Sapegno, Salinari, sia per la rigida distinzione tra poesia e non poesia, sia per un atteggiamento politico non favorevole alle posizioni degli intellettuali di sinistra. Il ricupero del Gramsci dei Quaderni dal carcere e del De Santis, visto come alternativa a Croce, costituì il deposito di armi di cui i ribelli potevano disporre. Continua a leggere

Una questione di stile (La conquista dello spazio 6)

La seconda stanza è occupata dalla critica stilistica. Intorno agli anni ‘80 si avvertiva una sorta di livore nei confronti del dilagare di criteri troppo esterni (sociologici e ideologici) o troppo interni (solo il testo con le sue strutture) nel’attività dello studioso. La tentazione era forte; lo strutturalismo forniva strumenti che promettevano risultati straordinari: il testo sacro della cattedra cui collaboravo era La struttura del testo poetico di Jurij Lotman, su cui spero di soffermarmi in seguito. Continua a leggere

Sette stanze (La conquista dello spazio 5)

Sotto il Calvino delle Città invisibili trovo l’inossidabile Sette modi di fare critica, Editori Riuniti, a cura di Ottavio Cecchi e Enrico Ghidetti. E’ in tema, trattandosi di sette stanze da esplorare attentamente, a cominciare dalla più complessa: la critica storicistica, dominata dal gigante di Pescasseroli – meglio dire di Napoli – Benedetto Croce, simpatico militante antifascista che curiosamente mi ricorda Tommaso d’Aquino. Se avessi potuto scegliere d’istinto, avrei vissuto come lui, dedicando ogni energia all’analisi del Bello, del Buono e del Vero, a cui Croce aggiunse l’Utile, per comprensibile realismo, mentre io opto per l’Uno, che li integra in una visione superiore. Fu a causa di quest’ultima che lo studioso perse, a mio parere, il senso più complesso dell’opera d’arte, e della poesia in particolare, ostinato a identificarla con l’intuizione pura, mentre sappiamo di quali e quante impurità sia composto anche un solo verso. I suoi discepoli si affannarono a cercare uno spiraglio per uscire dall’impasse, dall’apertura alla storia letteraria di Russo e Binni, alla rivalutazione delle tecniche stilistiche di Petrini e Fubini. Nel disordine della mia stanza, pendo dalla parte di questi ultimi, anche se al primo bisogna riconoscere l’impresa titanica di far quadrare il cerchio dello spirito, con coerenza singolare (dove si vede che la coerenza, forse, non è sempre e soltanto una virtù).

L’altro fuoco, di Antonio Spadaro

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[dall’Introduzione di Antonio Spadaro]

Quando la parola è davvero «poetica» – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (M. Luzi). E soprattutto non «divora» il lettore annullandolo, assimilandolo in se stessa, come invece fanno le fiamme nel video di Viola. Il fuoco prodotto da selci brucia e consuma in sé. L’esperienza della letteratura invece è generata da un «altro fuoco», che infiamma ma proprio per questo potenzia. Ecco dunque la necessità di scoprire senza selci l’altro fuoco, come afferma un verso del poeta Bartolo Cattafi, presentato nelle pagine che seguono. Continua a leggere

Perché leggere i classici

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E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità a rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro, l’otium umanistico; e anche in contraddizione con l’eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro. Continua a leggere

Marino Magliani. Un “detective” in Riviera troppo distratto dai blog letterari

[Pubblico questo pezzo per gentile richiesta di Marino Magliani. FK]

di Giovanni Choukhadarian

Prima di tutto, chiarire gli equivoci: Marino Magliani non è un romanziere. La sua vocazione è quella del racconto orale e, in questo, non ha forse rivali in Italia. Nessuno come lui riesce a infilare storie una nell’altra, in apparenza sconnesse l’una dall’altra, all’atto però convincenti e senza dubbio autentiche.
Dev’essere questo tratto genuino che convinse Giuseppe Conte a redigere una breve nota di copertina per L’estate dopo Marengo (Philobiblon,2003), romanzo d’esordio dello scrittore. Da allora Magliani, residente in Olanda, ha prodotto altri quattro libri e un gran numero di interventi su riviste e sul web, suo scellerato luogo letterario d’elezione. Continua a leggere

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

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di Alessandra Farkas

New York – «Un anno fa sono caduto, spezzandomi tutte le vertebre della schiena. I dottori mi avevano dato per morto, ma eccomi qua». Gli occhi chiaro-cangiante di Harold Bloom sono pieni di tristezza mista a pudore mentre cerca di giustificare quel bastone, ormai inseparabile, cui s’aggrappa per sostenere il peso degli anni e le angherie di un fisico che non vuol saperne di rincorrere i ritmi ancora frenetici della sua straordinaria mente. Continua a leggere

Il reale inammissibile di Marina Pizzi, di Marco Giovenale

Marina Pizzi, L’Acciuga della sera i fuochi della tara. Lecce, Luca Pensa Editore, 2006

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