Archivi tag: David Foster Wallace

Saran pure bamboccioni tq, ma è con loro che abbiamo a che fare

 

 

di: Guido Tedoldi

 

Dopo la lettura di «Bamboccioni Voodoo», antologia di racconti di Marco Candida, Historica Edizioni, 2012, pp. 182, € 14,00

 

Il libro è composto da 14 racconti, alcuni già pubblicati su siti web e riviste cartacee. Ogni racconto è indipendente, a cominciare dai nomi dei protagonisti che sono ogni volta diversi. L’atmosfera in cui sono inseriti, però, è comune. È il nostro presente. E comune è anche la categoria di persone che per la gran parte vivono a muovono le vicende narrate. È la generazione dei bamboccioni (come li definì nel 2007 l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa) anche se alcuni di loro, quelli magari che stanno avendo più successo professionale, preferiscono definirsi tq, visto che hanno 30 o 40 anni.

Un’altra caratteristica comune ai racconti è il genere horror. Ciò non significa che l’autore, Marco Candida, sia rinchiuso in uno stilema – basta vedere la sua produzione letteraria e saggistica precedente (qui il link al suo sito web) per rendersene conto. La scelta dell’horror, qui, mi è parsa una sorta di avviso: guardate che i bamboccioni potranno pure sembrare sfigati, ma invece occorre tener conto di loro. Conoscono il voodoo.

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Fra generosità e ironia: La scopa del sistema è la TV

1. Ne “La scopa del sistema” (1987) di David Foster Wallace a un certo punto due personaggi, Neil Obstat (!) e Andrew Sealander “Wang Dang” Lang assistono ad una scena piuttosto ridicola: un barman, scivolando con il suo vassoio di birre su una ciliegia al maraschino “strategicamente disposta sul pavimento”, innesca una serie di disastri a catena che suscitano la smodata ilarità di Obstat, e la seriosa riprovazione di Lang. “Sei proprio un immaturo” sogghigna questi all’indirizzo di Obstat. Che replica: “Bisogna entrare nello spirito della situazione” (p. 363 dell’edizione Einaudi Stile Libero Big, 2008).

2. In uno dei saggi contenuti in “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più”, Invadenti evasioni (1993), reportage tra il serio e il faceto di una mega fiera agricola dell’Illinois, DFW riferisce di aver assistito ad un breve discorso del Governatore dello stato, Jim Edgar, un coriaceo, quadrato esemplare del Midwest, che dice pane al pane, e fa ricorso a una retorica che fa leva su sentimenti facilmente condivisibili dalla sua rozza e patriottica comunità rurale. “La stampa rimase impassibile”, commenta DFW, “secondo me però il discorso non era privo di una sua potenza”.

3. In un altro pezzo contenuto nello stesso volume, E Unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione (1990) DFW se la prende con la critica paludata che accusa i giovani scrittori americani di essere troppo influenzati dalla televisione, cancro della cultura americana (e non solo). DFW impiega una centinaio di pagine per spiegare perché a) questo sia inevitabile; b) questo non voglia tuttavia dire che guardare la televisione sia una buona cosa, vista la qualità dei programmi (la definisce come “un incredibile sistema di misurazione del generico”). La tesi di DFW è che la tv c’è, esiste, è allo stesso tempo specchio e manipolatore della realtà, la gente non fa altro che starsene lì a guardarla: come si può far finta che non ci sia? E anzi, che sia l’attività che occupa la maggior parte del tempo libero dalle attività generalmente remunerative dell’americano appartenente a qualsiasi classe socio-culturale. Continua a leggere

“Fuga dal sistema” – Luciano Pagano (a David F. Wallace)

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§1

12 settembre 2048. Questa mattina, nel suo appartamento di New York, all’età di 86 anni, si è spento lo scrittore americano David Foster Wallace. Lo scrittore soffriva da diverso tempo di un male incurabile, dovuto ai postumi di un incidente domestico. Wallace era conosciuto presso il grande pubblico per le opere pubblicate a ridosso del passaggio tra il secolo scorso e questo presente. La moglie ha continuato ad accudirlo fino dal giorno in cui, quaranta anni fa, Wallace subì l’incidente che lo immobilizzò su un letto. David Foster Wallace cadde da una scala battendo la testa. Il ritardo dei soccorsi – lo scrittore era solo, la moglie giunse sul luogo due ore dopo l’accaduto – pregiudicò la sua situazione impedendo l’irreparabile. Continua a leggere

Commiato a Infinite Jest, di David Foster Wallace

di Ezio Tarantino

Che libro è Infinite Jest, che ho finalmente terminato di leggere da qualche giorno? Un capolavoro? (cos’è un capolavoro? Un libro per tutti? Infinite Jest, è evidente, non è un libro per tutti – ma esistono, poi, libri per tutti?) E’ certamente un libro mastodontico che lascia un vuoto enorme. Esistono però libri molto piccoli che lasciano un vuoto altrettanto enorme. Il volume, dunque, non c’entra. Ci può essere solo un verso, uno soltanto, a lasciare un vuoto enorme, così come un nome, una parola sola, meno di un nome, il suo ricordo, la sua ripetuta cantilena mentale, la sua iterazione infinita priva di suono, di valore, di senso. Il nulla lascia un vuoto enorme. Dunque le dimensioni del libro non lasciano in eredità, in quanto tali, né un vuoto né un pieno proporzionato.

Infinite Jest è il libro della Dipendenza, è l’Enciclopedia della Dipendenza e di ogni tipo di Nevrosi e/o Disturbo della personalità maturato in ambito familiare e non, e alla fine l’unica cosa sensata che mi sembra io possa fare è ricominciarlo daccapo.

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Ancora sul Festival di San Remo, sulla televisione, sulla vita e sulla morte

Non ho visto nemmeno un minuto del Festival di San Remo. E non ne ho sentita alcuna canzone.

Ho letto che ad aver vinto è stato un certo Marco Carta, che non avevo mai sentito nominare prima. Mi sono documentato: così sono venuto a sapere che proviene dal programma televisivo di Mediaset “Amici” – di cui ha vinto la settima edizione –  la cui ideatrice, anima e conduttrice, Maria De Filippi, è stata ospite sul palco del teatro Ariston, proprio la serata conclusiva del Festival. Affiancava un’altra icona-Mediaset, Paolo Bonolis (un po’ più bipartisan, lui, visti i trascorsi in Rai).

E’ stato facile per molti parlare di inciucio televisivo, di RaiSet, di prove tecniche di regime mediatico. Facile e vero.

Ma dal mio punto di vista trovo che l’esito del Festival costituisca (anche) il perfetto paradigma della Narrazione Televisiva Contemporanea (NTC).

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Quella mucca pazza degli Stati Uniti d’America

«L’improvviso impeto con cui il desiderio di andare a vedere se le iniziali da me incise più di vent’anni prima nello sportello di uno dei gabinetti nel bagno dell’Art Building fossero ancora lì, l’improvviso e inatteso e irresistibile impeto che mi aveva pervaso con tanta urgenza appena sceso dal taxi, davanti al dormitorio, con Lenore, era una cosa agghiacciante».

di Guido Caldiron

Quando la mattina del 14 settembre di quest’anno è arrivata la notizia che David Foster Wallace si era impiccato nella sua casa di Clermont nel sud della California, al dolore si è unita rapidamente la consapevolezza che l’America stava perdendo uno dei suoi maggiori geni letterari. Si è capito subito che se n’era andato uno degli interpreti più lucidi e autentici di quella perpetua ricerca di sé che sembra essere una delle caratteristiche principali della migliore letteratura statunitense. Continua a leggere

L’esperienza di lettura di Infinite Jest e dei libri lunghi in genere

di Ezio Tarantino

Nell’edizione Fandango Libri, Infinite Jest di David Foster Wallace è lungo 1.307 pagine, più 127 di note, scritte in un corpo più piccolo del libro vero e proprio (come se le note non lo fossero, ma questo aprirebbe una discussione che vi risparmio).

Un libro di questa mole pone dei problemi evidenti: di trasportabilità, maneggevolezza, fatica fisica, imbarazzo (tutti ti guardano strano sulla metropolitana, anche se è solo di poco più voluminoso delle Cronache di Narnia – che in effetti nessuno legge, sulla metropolitana) e infine ansia di prestazione (quante pagine devo leggere al giorno per non avere la sensazione di stare svuotando l’oceano con un bicchiere?).
Ma i veri problemi sono di ritmo interno alla storia e rapporto con i tempi di lettura.
Mi spiego.

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Caro vecchio neon

Caro Vecchio Neon

Una tre giorni di letture e presentazioni dedicate a

David Foster Wallace

martedì 28, mercoledì 29

giovedì 30 ottobre 2008 – Firenze

Libreria Feltrinelli, Melbookstore,

La Cité Firenze, Tan-Gram

ed altri soggetti del territorio (in via di definizione)

La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompareuna volta che capite quanto di rado pensano a voi.”“Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’artemi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazionebocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancorasopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi.Continua a leggere

Il magnifico impostore

Le sentenze sono i crampi dell’intelletto. Lo so, eppure non posso fare a meno di ricorrervi quando scrivo, o di esserne attratto quando ne ascolto o leggo una particolarmente illuminante. Senza contare che la frase “le sentenze sono i crampi dell’intelletto”, che credo sia di Wittgenstein, è in fondo una sentenza, una sentenza che denuncia se stessa, la sua comodità di formula, di citazione prêt-à-porter buona per impressionare l’uditorio durante una conversazione brillante. Nella civiltà dell’immagine la parola si è ridotta al ruolo di didascalia, al ragionamento è subentrata la battuta. Quando leggo qualcosa, di narrativa o di saggistica, le parti che mi rimangono più impresse sono proprio le sentenze. Le sottolineo come dei mirabili parti dell’intelligenza, e già il fatto di individuarle e apprezzarle mi gratifica, mi fa sentire socio del club. Mi pare che nella loro mirabile sintesi racchiudano una profonda verità, e tuttavia mi rendo conto che sacrificano molto dell’irriducibile complessità della vita. Forse l’impostura dello scrivere inizia qui, in questa vanitosa scorciatoia della ragione. Continua a leggere

Che cosa muore con DFW

Sostenere oggi, all’indomani del suo suicidio, che David Foster Wallace era un cercatore dell’infinito può sembrare un controsenso, magari addirittura una provocazione. Ma Infinite Jest era il titolo del suo romanzo-capolavoro, apparso nel 1996, quando Foster Wallace aveva soltanto 34 anni: oltre mille pagine di stile ineccepibile e visioni postmoderne, incentrate sulla critica del sistema economico-mediatico contemporaneo e attraversate da continui riferimenti all’Amleto di Shakespeare. A partire dall’espressione scelta per il titolo, quell’«infinita celia» che il dolce principe serissimamente rievoca facendo memoria di Yorick, il buffone morto. Un Moby Dick di fine millennio, si disse all’epoca della pubblicazione, lasciando intendere che anche Foster Wallace, come ogni grande autore americano, aveva una Balena che lo perseguitava, alla quale era obbligato a dare la caccia. Un male di vivere che – complice forse una malattia insidiosa – ha finito per raggiungerlo l’altro giorno nella sua casa di Clermont, in California, dove lo scrittore si è impiccato.

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David Foster Wallace

David Foster Wallace (1962-2008),
ha concluso la sua breve, intensa, prolifica vita (ma non sono tutte
brevi, le vite degli uomini?) nella sua dimora in California. Parecchi
titoli al suo attivo tra racconti brevi e romanzi, una decina
tradotti in italiano. Il più noto, Infinite jest, uscito nel 1996,
conta circa 1080 pagine (un centinaio solo di note). Pubblicato in
Italia con lo stesso titolo per Fandango nel 2000, a cura di Edoardo
Nesi (riproposto da Einaudi nel 2006).
Wallace insegnava nel Dipartimento di Inglese di un piccolo college di
Claremont (nei pressi di L.A.).