5 maggio


E quanto mancherà a quel nostro incontro,
quando ti affaccerai dalla tua luce
che già portavi dentro, come un pegno
confuso con l’odore di bruciato?
Sarà il momento in cui, di tutto il male
sofferto, solo un lieve sbuffo d’aria,
un balenare solo resterà,
come il ricordo d’essere salvato.

Se fossi


Se fossi vissuto con Gesù, gli sarei stato vicino, come facevo con don Mario. Lo avrei seguito nelle sue scorribande, mi sarei preoccupato per la sua salute, avrei cercato, ogni tanto, di farlo riposare, di staccarlo dalla folla, di farlo mangiare con più calma, come facevo con don Mario. Lui, come don Mario, mi avrebbe detto che non se ne parlava, che c’era un sacco di malati da guarire, di indemoniati a cui fare gli esorcismi, di adulteri da perdonare, avvertendoli di non peccare più, se no altro che pietre.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei fatto molte domande, come a don Mario. Gli avrei chiesto perché i buoni soffrono, perché il bene è così difficile da compiere, perché ci sono i traumi dell’infanzia, che poi te li porti per anni, con tanti danni per tutti. Lui mi avrebbe risposto come don Mario: questa malattia è per la gloria di Dio, per manifestare la potenza della Risurrezione, per far comprendere che la guarigione e la salvezza vengono da Lui.
Se fossi vissuto con Gesù, lo avrei difeso dagli scribi e dai sommi sacerdoti, l’avrei aiutato a rispondere, preparandomi sugli argomenti, studiando i punti deboli degli avversari; ma Lui mi avrebbe ricordato che strategie come queste sono inutili, che le risposte vengono da dentro, da una coscienza pura. Come don Mario.
Insomma, posso dire d’aver vissuto davvero, un poco, con Gesù. Di essermi occupato della sua salute, di aver cercato di rendergli la vita meno dura. Posso dire di aver imparato che l’amore va sempre più in là, è sempre più grande di quanto ci aspettiamo.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei detto di pensarci Lui, a don Mario, che io facevo fatica a stargli dietro.

Ps
Una persona a cui ho fatto leggere il brano in anteprima mi ha scritto cosi:
“E forse Gesù ti avrebbe risposto: ti ho pensato da sempre perché solo tu potevi dare a don Mario l’affetto e l’amicizia di cui aveva bisogno, per portare avanti l’opera che gli ho affidato. Eri l’abito su misura per lui”.
Magari!

Cartolina da Sirolo


Gira che ti rigira ti ritrovo
sulla scala del cielo,
unico orecchio, estremo sguardo
d’instancabile veglia.
Sei nella scia del vaporetto, nelle chiazze
che il viavai della corrente
forma senza volerlo. Ti sento
nello stridio dei grilli, nel frinire
di una cicala che si uccide
cantando. Ti ho visto, in tutte le stagioni,
appeso alla ringhiera, come me,
libero di stare immobile,
o dondolare ironico al ritmo del jukebox.
Ricordati, ti prego, ora che sai
del Regno: accoglimi nel canto
del cigno di un’era che finisce,
tra scismi e cataclismi,
e risme di ruffiani, e corti
di nani, eccitati dal numero
esibito sul soglio un tempo più sicuro.
Abbracciami amico,
unico puro, ultimo scoglio di salvezza,
in un mare di omertà,
nel gorgo dell’orgoglio.

5 maggio


Andavamo verso Portofino e tu sorridevi,
come se volassimo
su un battello fantasma,
diretto al paradiso.
La nostra gioia era vedere in tutto
il Volto di Cristo, che in te s’indovinava
in ogni tratto, come un’immagine posata
sopra un’altra.
È bello che dal fondo della Luce
adesso segni, col dito sul mio viso,
gli stessi tratti, la somiglianza amata.
Ancora navighiamo, Amico,
il cuore batte sulla stessa rotta
di Dio, sulla scia del tuo sogno mi conduce.
Abbracciami da lí, da qui, nell’agonia
di un mondo stregato da altre luci,
diretto ad altri lidi,
a un’altra flotta.

Festa parrocchiale

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Trent’anni di passione, in compagnia
di te, del tuo dolore, dell’aprirsi
del cuore, progressivo, e incalzante,
come se fosse niente, e questa notte
mi viene in mente come fosse adesso
che mi parlavi fitto del Progetto,
che solo ora inizia a realizzarsi,
ad aprire il sipario sull’evento,
mentre gli altri si godono il momento,
ancora ti rivedo, ti rassetto
il letto, mi sussurri che ci siamo,
che manca poco al lampo dell’aurora.

Vedevo

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Ti seguivo dovunque, ciecamente,
Eri tu che vedevi, che prendevi
In mano il filo d’oro, il vero intento
Di Dio. Io ti imitavo, ricordando
A memoria le buche, le strettoie,
La traccia per uscire in breve tempo
Da ogni labirinto. Senza te,
Mi sarei impantanato in ogni fossa.
Quando sei andato,
il trenta dicembre duemila e otto,
Pensai d’aver perduto ogni possibile
Parametro di viaggio. Non sapevo
Che avevi già convinto il Figlio stesso
A guidarmi, non solo nel mio basso
cabotaggio, ma nelle fosse e buche
Del mio cuore, che adesso, ormai, vedevo.

Cappella dei Francesi

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Ricordi il piccione che chissà come
È entrato nella cappella dell’adora-
zione? Credevo fossi tu, l’unico
In grado di trovare lo spiraglio
Giusto nel muro bianco dello spazio
E del tempo, fare un tunnel di luce
Nel buco nero della lontananza,
Volare sotto forma di colombo
Fino al Santo dei Santi del Santuario,
E ridare speranza ai disperati
Che credevano d’averti perduto.
E invece eri già qui, come un istante
Muto, come il mare in conchiglia, come
Il vento che rialza chi ha vissuto.

don Mario

da qui

Ma che ne sanno della nostra storia?
Tutti pronti a pretendere risposte,
Presenze di facciata, cartellini
Da timbrare, all’ora esatta. Ma noi due
Non abbiamo scadenze da onorare,
Siamo sospesi al filo dei ricordi,
Inseparabili, come tu fossi
Ancora in questo tempo, in questa stanza,
Unico al mondo, unico nel cielo
A parlarmi di Dio come Gesù.

Il prete in rete sceglie la poesia

di Patrizio J. Macci
centofanti
Un sacerdote laureato in lettere che dirige una parrocchia che è un fortino nella periferia romana, e appena ha uno spiraglio nelle sue giornate infinite di tempo rivolto al prossimo anima un blog dove si parla di libri e di cultura. Nel suo profilo di facebook ha una foto di presentazione “pasoliniana” in bianco e nero, con i capelli ribelli e lo sguardo altrove.
Sembra un ragazzo che ha appena terminato una partita di calcio in un campetto sterrato nella polverosa periferia romana, oppure il protagonista di un gangster movie con Tomas Milian alias “er Monnezza”, dove lui è il poliziotto buono in prima linea che consuma le strade con le suole delle scarpe, sempre in prima linea contro il crimine. Si chiama Don Fabrizio Centofanti ed è il parroco di S. Carlo da Sezze. Tra il verde dei quartieri residenziali dell’Axa e Casal Palocco c’è una striscia di terra che trent’anni fa era ai confini della realtà, anzi hic sunt leones. Ora ci sono case, villette e palazzi. Il parroco era Don Mario Torregrossa passato alle cronache per l’attentato incendiario che lo sfigurò nel 1996. Don Fabrizio ha raccolto la sua eredità, ma appena può sfodera il suo iPad e anima il blog “la poesia e lo spirito” dove polemizza con scrittori, editori e addetti ai lavori. I fedeli lo chiamano “don Internet” oppure “Il prete con l’iPad”. Abbiamo faticato non poco per farci ricevere, quando è in parrocchia c’è letteralmente la fila per parlare con lui.

Lei è autore ha scritto diversi volumi di argomento letterario, anima un blog dove discute con “normalisti” e scrittori. Ma che razza di prete è? Come fa a coniugare in ministero sacerdotale con la letteratura e la rete? Continua a leggere

Dal fondo

da qui

Dal ponte appare la città invisibile,
avvolta in una specie di foschia.
L’auto in garage, il pranzo
al primo ristorante,
pieno d’indiani e coppie sui sessanta.
Poi c’imbarchiamo sulla linea uno,
tre valigie pesanti
di groppi alla gola. Un poco alla volta
appaiono i palazzi
con bifore e trifore,
le calli, i campi, i sottopergolati.
Chiedo occhi che reggano alla luce
di San Marco, il mio cuore
galleggia. Non ha voce
il ricordo della sera su Riva
degli Schiavoni: fu la prima volta
che le parole nacquero da sole,
che l’odore e il sapore,
i colori aggrumati del tramonto
apparvero in visione,
dal rovescio del mondo.
Ti guardavo e capivi. Quanti anni
ci dividono, ormai, da quella sera?
Eppure siamo lì,
con lo sguardo perduto,
le parole che salgono dal fondo.

Nonostante

da qui

Mi ritrovo a parlarti
come se fossi qui.
E’ la prima volta che mi chiedo se
sia normale pensarti
accanto a me, davanti alla basilica;
che cosa direbbero
i miei parrocchiani se sapessero
che ti chiedo: ti piace la facciata,
oppure  preferisci il campanile?
E’ curioso vedere tanta gente
in estasi di fronte al Battistero,
mentre a me riesce solo di guardarmi
dentro, cercando un volto,
un sorriso, una parola, il segno
che ci sei, e che in questa giravolta
di colori si possano incontrare
i tuoi occhi; che ancora abbia la forza
di rispondermi, dire: il campanile,
che sembra accompagnarci fino al cielo.
E’ là che sei? E’ solo un’illusione
pensare di parlarti,
sognare di non essere più solo?
O invece è tutto vero,
e possiamo sorridere di quelli
che ridono di noi,
mangiare al ristorante,
inseguire la luna che c’incanta
un’altra volta, decidere che poi
c’è sempre un altro giorno, nonostante?

Il muro

da qui

Mi hai riportato il sole, stamattina.
C’è posto, stranamente, in questo inverno
che sembra cancellare ogni rumore
salvo il trillo del passero
o lo stridere della sega elettrica
dietro i cipressi e i pini,
le voci dialettali dei passanti
e lo sbattere sordo di portiere.
Non c’è un’imbarcazione in mezzo al mare;
anzi, vedo una lancia:
spunta dal nulla dentro la foschia,
avanza lentamente, come avesse
tutto il tempo del mondo,
come se in quel limite insicuro
fra cielo e terra e acqua si potesse
trovare il modo d’incontrarsi ancora,
di darsi un bacio che oltrepassi il muro.

D’inverno

da qui

Non ero mai venuto qui d’inverno:
si fatica a restare controvento
con le guance tagliate dal rasoio
del dieci gennaio duemiladodici.
Ma resisto per te,
che mi hai dato quest’altro appuntamento
difficile; mi sento
la piuma schiaffeggiata
in cima alla ringhiera:
non si sa come possa rimanere
abbarbicata al ferro congelato;
ma capisco che è un segno,
la traccia di quel sogno ancora vivo
che sei per me, mio amico,
e che ancora una volta mi hai lasciato.

Se sei felice

da qui

Quando c’eri, Mario, mi domandavo
come sarebbe stato
il giorno che sarei rimasto solo:
un pugno nello stomaco, credevo
che sarei morto anch’io,
ancora non sapevo
che amare è morire, che in fondo al cuore
c’è una luce nascosta in una tomba
e che solo scendendo fino in fondo,
esalando quell’ultimo respiro
nascosto in ogni battito del dare,
ancora non sapevo
che il lampo che ora vedo in questa foto,
l’illusione di averti qui per sempre
era la profezia di chi sa già
che all’alba arriva uno che ti dice
chi cerchi, perché piangi non è qui,
non vedi che ti sta aspettando ancora
non senti che ti chiama dalla porta
del cuore? Dimmelo, se sei felice.

“Ecco l’uomo”, di Fabrizio Centofanti

“ECCO L’UOMO” DI FABRIZIO CENTOFANTI
C’è un solo modo per essere felici
DI AUGUSTO BENEMEGLIO (*)

“Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla da solo, ma Dio sa quanto si è incurvata la mia schiena per lo sforzo” (S. Freud)

1.Vivere l’istante.
Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti (Effatà Editrice, 2011), è un romanzo dedicato all’uomo del fuoco, del sole, dell’insonnia, della faccia chiara del mondo, la goccia d’inchiostro di sangue e di miele, colui che non è più tra noi , e tuttavia continua ad essere freccia conficcata nell’altare , vetrata luminosa , croce di pietra e legno con nomi incisi tutt’intorno, memoria di memoria che si inventa una storia, cento , mille storie di mani tese , di voci e di gridi. Ecco l’uomo è dedicato a don Mario Torregrossa , il santo bruciato , memoria viva che si fa coscienza per sciogliere il nodo del tempo dei nostri egoismi/classismi/razzismi che non mutano ,nonostante tutto; lui è sempre lì, sopra il cielo della parrocchia , aquila e colomba , bosco pensante , lampada, lapis, coltello zampillo, benzina, rosso e nero , labbra annerite , il corpo che è uno straccio avvolto nel suo enigma nudo. Continua a leggere

Luna

da qui

Ricordi quella volta che partimmo
per cercare un disgraziato di cui
conoscevamo il nome di battesimo
soltanto, ma bastava
per te che ti aggrappavi ad un appiglio
qualsiasi quando si trattava, ormai,
di salvare qualcuno dall’abisso
e quella volta Antonio
lo avrebbero ammazzato gli usurai. Continua a leggere

Alle querce di Mamre. (Ultimo Natale).

da qui

Era circa quest’ora quando ti ho sentito tossire in modo innaturale. Mi hai detto: non è nulla. Hai cominciato a stare peggio e ho chiamato il medico, Francesco; continuavi a dire che non c’erano problemi, ma ho intuito che, a quattr’occhi, gli confidavi la gravità della questione. Non volevi preoccuparmi, come sempre; anche in ospedale, hai continuato a dire che dovevo andare a celebrare, che la gente aspettava; non mi sarei mosso neanche se fosse arrivato il maresciallo Coppola coi carabinieri. Dopo una notte in bianco, ormai sembrava fatta: preso per i capelli; vuoi vedere che ce la facciamo anche stavolta? Ci vuole un anno sabbatico, devi riposare; no, rispondevi, basterà molto meno; avresti ricominciato appena uscito. Andavo e venivo, tra reparto e chiesa, finché l’infermiera, una mattina maledetta, mi ha comunicato che non andava affatto bene. Cercavo di capire cosa fosse; ti hanno portato fuori in coma, con la maschera a ossigeno. Il 30 dicembre mi ha telefonato tua sorella: Mario è morto. Col lenzuolo per cappuccio, sembravi Abramo alle querce di Mamre. Il sole dell’assurdo batteva sui nostri cuori silenziosi. Non mi sono più ripreso dal silenzio: ancora oggi, aspetto che vengano a portarmi una notizia. Mentre starò seduto all’ingresso della chiesa, nell’ora più calda del giorno, alzerò gli occhi e vedrò tre uomini in piedi, avanti a me. Correrò loro incontro e mi prostrerò a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

Giovedì

da qui

E’ giovedì, parto fra due giorni. Devo prendere il massimo dagli istanti che torneranno l’anno prossimo, nella migliore delle ipotesi. Come portare a casa la bellezza, come fissare il verde delle felci, il bianco della roccia a strapiombo sul vetro azzurro dell’acqua? C’è una barca a vela, duecento metri oltre la riva: sembra immobile, e invece si sposta lentamente verso sud, come me, che starei qui per sempre, ma ho un vento che mi spinge e a cui non posso opporre resistenza. Ecco, ho capito come fare: sono io la barca, sono il mare, la roccia che abbaglia all’orizzonte, il cielo che abbraccia perfino il ricordo lacerante, il volto che mi appare accanto nella panchina in bilico sul mondo: sorridi, come sempre, come se il trenta dicembre del duemilaeotto non fosse mai arrivato, non fosse riuscito a strapparti dal mio sguardo.