87. Incipit (reprise)

da qui

In genere, quando si inizia un romanzo, si è convinti di scrivere qualcosa di assolutamente originale, un’opera che passerà alla storia, si distinguerà dall’ammasso di carta quotidianamente riversato sulle bancarelle di mezzo mondo (la parte di mondo dove si ha tempo per leggere, e non si sgobba venti ore al giorno per un pugno di riso, per esempio). Continua a leggere

86. Morire qui

da qui

Saulo viene svegliato una seconda volta: niente di drammatico, una semplice pacca sulla spalla, che però gli fa l’effetto di una cannonata in pieno petto:
Stanotte è destino, non si dorme.
Giulio da Padova lo fissa con uno sguardo ansioso e stralunato e cerca di vincere il disagio creato dal suo gesto:
Ci sono grandi notizie, ho appena ricevuto una chiamata dalla Lipp. Continua a leggere

85. La mano nella tasca

da qui

Maria è tornata davanti a San Giuseppe: non sa se per pregare o cercare un senso ai frammenti della sua storia tormentata. La vita le appare una catena di contraddizioni: anche il santo che la guarda fisso con la faccia di legno sembra ora severo ora felice, ora ubriaco ora assorto in chissà quali pensieri. Continua a leggere

84. Cerchi concentrici

da qui

Al tavolo del pub, Leopoldo si sente finalmente a casa. La ragazza con lo straccio gli ha fatto una gran festa: e dov’è stato, e che cosa ha combinato, e perché per tanto tempo, e lo sa che ho provato nostalgia, e poteva mandarmi almeno un telegramma. Lui si sente gratificato dalle attenzioni premurose. Continua a leggere

83. Imbecille

da qui

Difficilmente Saulo riuscirà a prendere sonno sulla panca del reparto ospedaliero. In mezzo al pavimento brillano ancora i pezzi di vetro esplosi per lo sparo della Smith & Wesson. Di incipit non ne può più: li ha passati in rassegna quasi tutti. Il primo pensiero che si affaccia alla mente riguarda la situazione delle patrie lettere così come gli appaiono dalla sua prospettiva limitata ma, si potrebbe dire, pura. Continua a leggere

82. In una sola notte

da qui

Maria è pensierosa: da tempo le sembra che la vita sia fatta di pezzi che si possono prendere e spostare a piacere, perché si adattano a una situazione, ma anche a quella opposta. L’idea le è venuta dopo l’ultima profezia di Andreas: i tre uomini potevano essere indifferentemente personaggi di un romanzo o sicari di una scuola di scrittura e sono diventati il simbolo di un’operazione che le sembra di compiere ogni giorno, mettendo insieme le esperienze del passato e del presente, confrontando i bordi delle tessere di un mosaico variabile a seconda delle scelte che si fanno: Continua a leggere

81. Quella cosa assurda

da qui

Leopoldo è riuscito a farsi dimettere dall’ospedale, convincendo il dottor Peltre che il suo romanzo prediletto non sarebbe stato snaturato. Comincia ad averne abbastanza del ruolo di personaggio in crisi; vuole tornare a casa, nella periferia anonima della sua borgata, per una birra e due chiacchiere con Calypso, la ragazza dello straccio. Continua a leggere

80. Light as a feather

da qui

Saulo si addormenta sulla panca. Sogna di onde che vanno a infrangersi contro una scogliera: prendono la rincorsa raccogliendosi in sé, poi si abbattono con tutta la forza contro la linea scura delle rocce, sommergendola. A volte, la potenza del mare fa esplodere un caleidoscopio di schizzi che invade tutto lo schermo del sogno, anzi, trabocca, scivola lungo il viso di Saulo come una specie di bava fastidiosa, in rivoli che vanno a infilarsi nel collo sbottonato della camicia azzurra. Continua a leggere

79. Stonato

da qui

Maria torna al ponte della Senna: ha bisogno di vedere Andreas, di sentire una parola diversa da quelle pronunciate dall’uomo anziano incontrato a Notre Dame. Le arcate sono avvolte dalla nebbia: ogni spazio inghiotte una porzione di passato, ma si sa che prima o poi il vento o la pioggia lo sputeranno fuori, sempre più umido e inquinato. Le foglie volano leggere e vanno a morire sul marciapiede come i buoni propositi, calpestati dal passante ignaro. Maria avverte un rumore alle sue spalle: si gira di scatto e vede Andreas che dorme, appoggiato al muro fatiscente della banchina impregnata di vapori cittadini. Si avvicina lentamente, cercando di non far rumore. Continua a leggere

78. Innocente

da qui
Il dottor Peltre è davanti al letto di Leopoldo col sorriso ineffabile nascosto sotto i baffi. Sta aspettando una risposta sulla storia assurda riferita dal barbone della Senna. La situazione è imbarazzante. Come spiegare che il racconto è veritiero? E’ giusto adottare una soluzione di comodo per l’uomo di scienza, che forse non ha letto un romanzo in vita sua? E’ da qui che si potrebbe cominciare.
Posso chiederle che romanzi ha letto, dottore?
– Il conte di Montecristo è il preferito. Continua a leggere

77. Rivincite

da qui

Saulo ha deciso di passare la notte in ospedale, vegliando per don Faber. Cosa farà per ingannare il tempo? Non ha intenzione di parlare con parenti, collaboratori o amici del paziente; si sa come va a finire, in questi casi: rimpianti, nostalgie, crisi improvvise, tutte cose da cui fugge come dalla peste. Dormire è impossibile: per la luce, i rumori continui, la tensione che si taglia col coltello. Decide d’impegnarsi in un’attività che lo rilassa: passare in rassegna gli incipit di romanzi imparati a memoria fino a oggi. L’inizio di un libro lo ha sempre affascinato per quella scommessa che si gioca tutto in poche righe; se la partenza è sbagliata, la storia finisce prima di iniziare.
Cominciamo da Giovanni Arpino, dice fra sé e sé. L’ombra delle colline:
Sapevo di sognare.
La salita era ripida, il sentiero appena tracciato tra le erbe andava su con brusche curve, ogni tanto rabbuiandosi tra le acacie che si sporgevano a grappoli, a ombrello. Tutto pareva felice intorno, in un ordine e silenzio assoluti.
Un esordio perfetto, che mette in medias res. Quel sogno confessato crea un’atmosfera piena di richiami, perché la letteratura è sogno e solo in sogno tutto può essere felice e il silenzio e l’ordine possono essere assoluti.
Vediamone un altro.
Il cacciatore di Aquiloni:
Sono diventato la persona che sono oggi all’età di 12 anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.
Ormai sei preso e non puoi tirarti indietro. Stasera, però, ho bisogno di un incipit che sia più in tema con la situazione; Beckett, per esempio, Malone muore:
Comunque, fra poco sarò morto del tutto, finalmente. Il mese venturo, forse. E allora sarebbe il mese di aprile, o di maggio. Perché l’anno è poco inoltrato, me lo dicono mille piccoli indizi. Può darsi che io mi sbagli e giunga anche più in là di San Giovanni, e anche del Quattordici Luglio, festa della libertà. Ma cosa dico mai, sono capace di arrivare sino alla Trasfigurazione, mi conosco bene, o all’Assunzione. Ma non credo, non credo di ingannarmi dicendo che queste solennità si celebreranno senza di me, quest’anno.
Sì, tutto dipende dall’inizio, come nella vita: non sono i primi anni quelli che ti segnano per sempre? E che fatica correggere, se sei partito male; ricorri ai trucchi e alla supplica, al ragionamento e alla violenza: ma i primi segni incisi nella carne, le parole, gli eventi, te li porti dentro come un ritmo che t’insegue anche se non vuoi. L’incipit della vita non dipende dalla nostra volontà; come la fine: non siamo noi a deciderla, a meno di non voler costringere il destino a una forzatura che stona, inevitabilmente. Comunque, fra poco sarò morto del tutto, finalmente. L’inizio del romanzo è la rivincita dello scrittore, che non ha potuto scegliere per sé e allora sceglie per i personaggi: Malone nasce sapendo che fra poco morirà, a San Giovanni o il Quattordici Luglio. Don Faber non sa se supererà la notte, a meno che qualcuno non stia scrivendo la sua storia, prendendosi a sua volta la rivincita sulle scelte che non ha potuto compiere, sulla felicità che, una volta per sempre, gli è sfuggita. La storia siamo noi: chi la sta scrivendo? Chi sa come tutto andrà a finire?

76. Fumi

da qui

Maria è per la terza volta davanti a san Giuseppe. Il fumo dei ceri disegna spirali in cui si possono leggere figure fantasiose: una nuvola, un nano, un cane senza coda. Nelle forme sempre nuove le sembra di leggere gli ultimi eventi della vita: la crisi di Leopoldo, le apparizioni di scrittori famosi, l’incontro con Andreas, l’attentato a don Faber; una delle scie grige è quella lasciata dal proiettile partito casualmente e terminato nello stomaco del prete. Continua a leggere

75. Lev Shomèa

da qui

Leopoldo è imbarazzato: il dottor Peltre ha dichiarato di non credere a una parola della storia che lui ha vissuto passo dopo passo. Come farà a convincerlo? Si rende conto, per la prima volta, dell’insufficienza della materia verbale, in cui consiste, poi, tutto il suo mondo. Sarebbe più facile esprimersi in musica, puntare direttamente al cuore con le note, che s’impongono senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Gli torna in mente quella sera, al teatro greco di Taormina, in cui le dita di Ashkenazy dipingevano arabeschi di suoni che lo rapivano in un’altra dimensione: al momento del Valse noble perse quasi conoscenza, era il pezzo che lo commuoveva di più in assoluto e non sapeva dirne la ragione: è la musica che spiega tutto, prende il cuore e lo fa battere molto più veloce finché non senti male e vorresti rivolgerti al vicino, implorarlo di aiutarti, ma vedi che lui è nelle stesse condizioni, si è voltato nello stesso istante, come in trance, mentre il Valse noble sembra rovesciare il teatro, rovesciare il mondo, mostrarne i tratti veri, quelli di cui non ti sei mai accorto, perché, come scrisse qualcuno, l’essenziale è invisibile agli occhi, ma udibile agli orecchi, e solo il pianoforte è in grado di sussurrare l’essenziale, che ha la stessa aria bohémien di Vladimir Ashkenazy, i capelli spettinati, il naso leggermente aquilino, le basette spesse, la camicia e la cravatta spiegazzate per il continuo agitarsi, il rincorrere un senso che le note custodiscono e rivelano a chi le sa ascoltare, come aveva capito Salomone, il grande re, quando a Dio che gli chiedeva di esprimere il desiderio più profondo rispose di volere un lev shomèa, un cuore che sappia ascoltare, come quello di Leopoldo, che ora, però, deve chiederlo per il dottor Peltre, il quale non crede a una parola di quello che gli hanno riferito.

74. Tre cose

da qui

Giulio da Padova è andato via deluso. Saulo è rimasto tra gente sconosciuta; in comune c’è solo l’ansia per la sorte di don Faber. Riflette sull’esperienza assurda che gli tocca vivere: un proiettile casuale colpisce l’amico, un punto di riferimento viene meno all’improvviso, la lotta fra la vita e la morte diventa il simbolo di tutta la realtà. Continua a leggere

73. L’orologio

da qui

A Maria viene il dubbio di aver lasciato il cellulare acceso: immediatamente, infila la mano destra nella tasca e s’imbatte in una catena sottile, di quelle usate per appendere al collo monili di una certa dimensione. Prova a tirare, ma è difficile, perché ci sono oggetti antagonisti: un accendino che porta sempre con sé, anche se ha smesso di fumare; una chiavetta per collegarsi in rete, le chiavi dell’automobile e di casa, il cellulare stesso, che all’improvviso ha perso d’interesse. Continua a leggere

72. Una strana storia

da qui

Come sta, signor Leopoldo?
Il dottor Peltre sorride sotto i baffi: non sembra preoccupato per la situazione clinica del suo paziente.
Discretamente. Può dirmi come sono finito in questa stanza?
E’ una storia lunga: non so se riuscirò a ricostruirla. Un uomo con soprabito beige e scoppola scura, da cui usciva una ciocca di capelli biondi e spettinati, si è presentato in accettazione con un alito pesante da alcolista. Gli impiegati hanno cercato di farlo allontanare, ma lui insisteva sulla necessità di soccorrere un turista svenuto presso la piramide del Louvre. Continua a leggere

71. Partita

da qui

Saulo sta vegliando nella sala d’attesa del reparto in compagnia di una fila di persone di ogni età; la porta a vetri si apre ed entra un personaggio dall’aria un po’ accigliata, spettinato, in giacca blu, camicia azzurra e cravatta a rombi rossi e neri.
Buongiorno, sono Giulio da Padova. Vorrei sapere come sta don Faber. Continua a leggere

70. Statue

da qui

Maria sta contemplando la statua di san Giuseppe, issata sulla sommità di un pannello in legno con bassorilievi di personaggi sconosciuti. A dire il vero non è certa che sia san Giuseppe, ma in fondo, cosa cambia? E’ il contatto con la dimensione ulteriore che conta, dunque un santo vale l’altro, le viene da pensare. In realtà è attratta dalla statua in sé, la sicurezza che ostenta, l’impassibilità impermeabile a qualsiasi evento positivo o negativo. Continua a leggere

69. Manhattan

da qui

Leopoldo si sveglia nel letto di una stanza dalle pareti bianche e una finestra che dà su una specie di giardino: s’intravedono le foglie ampie di un albero che protende i rami come per curiosare nell’interno. Sulla destra, una tenda arancione cala dal soffitto fino al pavimento in mattonelle chiare. Continua a leggere

68. ASL

da qui

Saulo sta per varcare l’ingresso dell’ospedale Sant’Eugenio. Ci sono persone che entrano ed escono: una signora impettita con soprabito beige, un ragazzo in jeans e berretto bianco, una donna coi capelli biondi che brillano come oro a diciotto carati. Cerca di capire dove andare; dà una rapida occhiata al prospetto dei reparti sui piloni dell’ingresso e percorre l’itinerario come un automa fino al reparto di chirurgia d’urgenza. In un ambiente asettico con prevalenza di colori bianco e blu, trova due portantini che provano passi di salsa tra un impegno e l’altro. Più in là c’è una fila di persone in ansia, di tutte le età; lui chiede notizie di don Faber: è sotto i ferri, lo sta operando il professor Listorti. Non si sa quanto potrà durare l’intervento e soprattutto è impossibile prevedere se il prete potrà uscirne vivo. Saulo ringrazia; mentre aspetta con gli altri, s’interroga sul colpo di pistola: chi può aver attentato alla sua vita? A chi dava fastidio? Quale sgarbo può avere innescato una vendetta così atroce? Potrebbe essere chiunque; perfino i personaggi che ha notato all’ingresso, perché l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, o nei dintorni; non gli pareva sospetto il ragazzo in jeans con la borsa a tracolla e il berretto troppo bianco? E la signora, non era forse impettita oltre misura, come fosse orgogliosa di un lavoro fatto bene, magari dal marito? E l’uomo che parlava con la donna dai capelli d’oro, non sembrava confabulare guardandosi intorno, come per non essere sentito? Ricorda che a destra, vicino al cancelletto, aveva notato un tipo strano con un giubbotto in pelle, un po’ ingobbito, che procedeva a passi rapidi come volesse sfuggire a un pericolo imminente. Poi gli viene in mente che l’attentatore ci aveva ripensato, convertito dalle parole di don Faber. Possibile, si chiede, che le storie debbano sempre attraversare le forche caudine del dolore o della morte, come se la pace, la tranquillità, segnassero la fine di ogni intreccio, lo stallo del racconto, e solo l’irrompere barbaro di uno sconosciuto armato di pistola, l’esplodere di un colpo, per giunta accidentale, il crollo del protagonista potessero giustificare l’attesa del lettore, la fatica dello sguardo che segue le righe nere ostentando un diritto all’emozione, un debito di suspence, una dose adeguata di fiato sospeso? Mentre lui si smarrisce in elucubrazioni senza fine, don Faber lotta fra la vita e la morte: chissà quali pensieri gli passano in mente, quali parole per tentare di reagire al baratro, per esserci ancora a questo mondo per mille e mille giorni: aprirei gli occhi se ci fossi tu; aprirei gli occhi se potessi incontrare ancora i tuoi, ma nel dubbio li tengo chiusi e continuo a sognarti, solamente.