Vivalascuola. Didattica e nuove tecnologie

Ha preso il via una rivoluzione epocale nell’ambito della scuola ma, al di fuori degli istituti, quasi nessuno se ne è accorto. Anche se si tratta di una realizzazione degna di essere tramandata alla storia. Una svolta segnata dal passaggio dei due terzi dei libri di testo, dal cartaceo al digitale. Una rivoluzione paragonabile a quella che venne compiuta nel 1455 da Gutenberg, quando stampò il primo libro scritto, la Bibbia… sia lode ai suoi autori (Mario Pirani).

Ad ogni annuncio “tecnologico” ha puntualmente corrisposto una realizzazione, quella sì, concreta, di un taglio o di una imposizione che la scuola non avrebbe – già sulla carta – digerito con facilità; e così il mancato rinnovo del contratto, i tagli della spending review, il tanto discusso concorso, e – infine – l’ultima proposta indecente delle 24 ore di insegnamento sono stati sempre accompagnati dai clamori demagogici e per il momento non concretizzati di una innovazione promessa, cui affidare un miglioramento della scuola di cui si stenta non solo a vedere il risultato, ma anche la prospettiva strategica (Marco Guastavigna).

Le nuove tecnologie possono essere lo strumento di cui la scuola italiana oggi ha bisogno per il rinnovamento della didattica e il contrasto della dispersione? Quali sono i risultati concreti ottenuti in termini di motivazione e apprendimento nelle realtà scolastiche in cui esse sono state sperimentate? La scuola italiana è pronta oggi al passaggio generalizzato a una didattica basata sulle nuove tecnologie o si rendono necessari interventi per crearne i prerequisiti essenziali? Considerando le condizioni generali della scuola italiana, questa si può considerare una priorità? Abbiamo rivolto queste domande a Pier Cesare Rivoltella, Roberto Didoni, Paola Limone, Roberta Rosa, Patrizia Vayola. Segue una breve ricognizione storica di Marco Guastavigna del rapporto tra didattica e nuove tecnologie. Continua a leggere

In movimento verso la città

Nell’anno in cui il digitale scavalca il cartaceo (perlomeno a copertina rigida e per ora solo negli Stati Uniti) anche in Italia si assiste a un crescente interesse nei confronti del formato ebook, e sono sempre più numerose le case editrici che (nella maggior parte dei casi forse ancora troppo timidamente) fanno ricorso a quella che con ogni probabilità sarà la corsia preferenziale dell’editoria del XXI secolo.
Certo il mercato editoriale italiano vive di anomalie endemiche e arcinote, quali il ritardo costante e oramai fisiologico rispetto ai cambiamenti che si verificano da anni nei mercati editoriali esteri, una media di lettori tra le più basse d’Europa (tre libri l’anno per persona, ma la percentuale di chi non ne legge nemmeno uno è altissima), lo strapotere dei grandi gruppi editoriali e un sistema di distribuzione (che poi, lo ricordiamo: è quello che davvero stabilisce il successo o l’insuccesso di un’opera) che applica da tempo una sorta di genocidio diffuso nei confronti delle minoranze, siano essi autori o piccoli editori.
Il futuro del libro e della libera editoria (e cosa forse ancora più importante dei potenziali scrittori che faticano a emergere e delle storie che il cartaceo si rifiuta di pubblicare) potrebbe quindi essere legato, soprattutto in Italia, allo sviluppo e alla diffusione del libro elettronico.
Anche alla luce di questo, ovvero di mondi che si confrontano come se fossero generazioni e di generazioni che cercano una propria via alla sopravvivenza in un mondo al collasso, mi pare si possa leggere il racconto Tanatosi di Antonio Paolacci, pubblicato appunto in formato digitale da Perdisa Pop e disponibile su Internet Bookshop, BookRepublic e Amazon.it.
Oltre che essere l’editor coraggioso di Perdisa Pop, Paolacci è anche autore raffinato e capace, e con questa tanatosi ci offre Continua a leggere

Il cattivo sergente

Tipo senza scrupoli Nicholas Deville, sergente marcio con la faccia da criminale, un’insonnia cronica a fargli da compagna e la dipendenza da anfetamine a seguirlo ovunque vada.
Eppure qualcosa nel suo agire ci risulta simpatico.
Sarà quel sogno del prepensionamento in qualche spiaggia assolata, o sarà la bravura di Baldrati a fare al meglio ciò che il noir sa fare meglio, ovvero rimescolare le carte un attimo dopo averle distribuite: fatto sta che alla fine parteggiamo  quasi per lui, per Deville, che poi è il male, che poi è il poliziotto che nessuno vorrebbe mai ritrovarsi davanti.
La storia potrebbe essere già sentita; una partita di droga da recuperare, un poliziotto che lavora anche per la mala (la nuova mafia di Londra), una città che non vede o non vuol vedere, e soprattutto non perdona, a prescindere dalla divisa che si indossa e dalla porta da cui si è deciso di entrare.
Ma non c’è storia già sentita che non si possa ri-raccontare, Continua a leggere