Album

io

di Eliana Petrizzi

Mio padre a 16 anni sull’orlo di un pozzo con gli amici canta e suona tra fisarmoniche e tamburi. Mio padre che fa finta di

tuffarsi, le braccia nella posizione delle ali di certi uccelli che non possono volare.

Mio padre a settembre con la famiglia, a pestare l’uva nei tini. Mia nonna sullo sfondo, piccola e muta come una falena. Continua a leggere

Aggiornamenti dal crollo

maggio-agosto 2008

di Eliana Petrizzi

Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.

Una nuvola bianca sale da dietro la montagna come lo sbuffo di un vulcano. Ai miei piedi, formiche in riga trasportano una falena come un santo in processione. Molte finestre chiuse: chi ci abitava è morto, o se mi ha vista non mi ha riconosciuta. Continua a leggere

Stato in luogo, di Eliana Petrizzi

panchina

Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Il bar chiuso, l’asfalto bagnato da una bava d’acqua e cloro, 3 ciclisti senza fretta. Accanto alla macelleria chiusa, il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza Municipio, 4 anziani seduti dall’alba, caduti in fila e rimessi a posto come le lattine del tiro a segno. Oltre la via, lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo di noccioli che sale lento.

Via Parrelle: il cigolio della cerniera di un balcone aperto che sbatte al vento. Un uomo mi spia da dietro la finestra: appena lo guardo chiude la tende, serra gli infissi. Poco distante, nel giardino di Padre Pio, una vecchia vestita di nero sull’altalena. Continua a leggere

Mungere pietre, di Eliana Petrizzi

La mia faccia non mi piace, ma deve essere una bella giornata: dalla finestra entra una luce che mi libera dal terrore di cambiamenti improvvisi nelle cose e nel tempo. Il vento passa tra i piedi come un serpente. Anche ciò che non si muove un poco si trasforma.
Aria calda, asfalto umido. La mia dirimpettaia mi spia dal balcone con sguardo minerale. Poi chiude la tenda come si volta una pagina. Uomo che passa in bicicletta, corteccia di fango lungo una suola: evento senza ormeggi e, tuttavia, fermezza della traccia. Ascolto il ronzio del sangue nelle vene, il brusio selvatico nelle foreste, l’espirazione dell’acqua in pozzanghere e caverne, il fluire dei pesci, il rombo latente della Terra. Conservo del mondo una memoria fredda, come se da un ponte fissassi una città lontana.
Nel piatto del brodo, l’olio galleggia in dischi come galassie. Penso al mio nome: parola sola nell’onestà del vuoto. Nell’ordinaria perlustrazione delle falle, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Non ho imparato il distacco con cui è bene legarsi alla vita: il mio desiderio non si impiglierebbe in niente, ma crescerebbe al di là, privo di oggetto. Continua a leggere

Il mio paese, di Eliana Petrizzi

Vivo al centro di una valle vicina a città, stazioni ed autostrade, famosa per i carciofi e la cipolla ramata. Di lavoro ce n’è poco. I maschi si sposano giovani, le femmine vanno in palestra un mese prima di sposarsi. Dopo il matrimonio, ingrassano, sfornano figli come giumente, e a trent’anni ne dimostrano cinquanta. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione dei morti che si vedono al telegiornale dopo una strage. Al bar, mirabile accordo tra le persone ai tavoli e le canzoni alla radio: non conosco né le une né le altre.
Incontro per caso la bambina con cui giocavo da piccola nel giardino sotto casa: mi guarda come se non mi avesse mai incontrata prima.
In compenso, l’aria è buona; buoni la carne, il vino, la frutta, il pane. Il tempo è lento, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano.
Spengo le azioni e me ne vado in giro. Continua a leggere