Una lettura di Ruderi del Tauro

di Giovanna Menegus

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La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante Continua a leggere

Nino De Vita, “Òmini”

di Manuel Cohen

De VitaSebbene non scriva versi per canzoni e non coltivi particolarmente la musicalità e la rima, un appartato, immaginiamo anche per scelta personale, come un Roversi del Mezzogiorno, lontano dai riti dell’editoria, eppure vitale autore che in questi anni ha stampato in proprio diverse suite di versi, alcune delle quali raccolte ora in Òmini, è Nino De Vita, senza ombra di dubbio uno dei massimi poeti italiani in circolazione – sul quale sono state scritte pagine critiche memorabili, tra gli altri, da Enzo Siciliano e da Emanuele Trevi. Ricorda molto e si ispira a quella lingua dell’oralità, tanto cara a Ignazio Buttitta, la cui sopravvivenza si deve in gran parte ai cantastorie che animavano le piazze e i centri abitati della Sicilia e del Sud.

Le poesie di De Vita hanno più di qualcosa di raro, di unico, nella prosodia e nel ritmo, nell’ostensione di una rara levità, nella molta umanità e nei sentimenti espressi con misura, garbo e pudore. Sono innanzitutto lunghe, articolate narrazioni, affidate a strutture di versi pressoché brevi che ruotano intorno al settenario. Da anni l’autore scrive in questa maniera, elaborando poemetti suddivisi in paragrafi, parti infinitesime di un discorso mai finito e mai pago. È come se le strutture canoniche o quelle rastremate e minime proprie di tanta lirica neodialettale squisita e preziosa, come pure di tanta versificazione in lingua, non fossero per lui bastevoli a dire il continuum di un mondo di uomini, di vicende e di ricordi. Continua a leggere

“Chi ammira si solleva dal proprio egoismo, dalla propria piccolezza: ecco perché apprezzo Emanuele Trevi” di Marco LODOLI

Parlare male degli altri è la cosa più facile del mondo e forse è anche una delle attività dalle quali gli esseri umani traggono maggiori soddisfazioni. Qualcosa di imprecisato ribolle nell’animo, una rabbia, una scontentezza, e come da una pentola a pressione escono sbuffi di maldicenze, calunnie, battutine feroci. Abbiamo un bisogno assoluto e animalesco di deprimere il prossimo, di bastonarlo con la clava dell’insulto o di trapassarlo con il fioretto dell’insinuazione malevola. In questa smania di ferire, gli italiani non sono secondi a nessuno. Continua a leggere