La poesia della settimana. Emily Dickinson

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È questa la mia lettera al Mondo
che non scrisse mai a Me –
sono semplici Cose che Natura mi disse
con tenera Maestà

Il Suo Messaggio affido
a Mani che non vedo –
Dolci Concittadini – per Suo amore –
giudicate di Me teneramente

[Emily Dickinson, Dalla prigione dell’estasi, Un secolo di poesia. L’Ottocento, Corriere della Sera, 2012, p. 67]

Far lucere. Poesia di Annitta Di Mineo

COPERTINA - Il Tempo non ha rughe

«Il dolore è luce perché ci costringe a vedere ciò che facciamo di tutto per evitare: il dolore.» Questa tagliente verità formulata da Giulia Niccolai nei suoi Frisbees ’88 mi accompagna da decenni, e si propone ora come sintesi di uno scarno volume di versi intitolato Il tempo non ha rughe. Le tre sezioni in cui la raccolta è strutturata (Tempo, Dolore, Infinità) sono infatti incentrate sull’indagine di un sentimento-evento quasi totalizzante, affrontato e sperimentato, esperito («Faccio / esperienza diretta degli eventi») fino al suo estremo limite. E se, come sempre accade, l’esperienza è anche o in prima istanza biografica con date, nomi e affetti familiari circostanziati che si intravedono tra i versi ciò che conta per il lettore è la dimensione universalmente condivisa, e non di rado astratta o metafisica, di una cognizione del dolore dagli accenti dickinsoniani, la Dickinson che sa attraversare oceani di dolore: «I can wade Grief…».
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Cristina Campo traduce Emily Dickinson

di Antonio Sparzani

Nel volume La tigre assenza sono raccolte molte della traduzioni che Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923 – 1977), pubblicò, da Friedrich Hölderlin, Eduard Möricke, Emily Dickinson, Hugo von Hofmansthal, San Juan de la Cruz e molti altri. Cristina Campo asseriva di avere l’orecchio assoluto per la letteratura. Io non so se l’avesse, so però che la sua prosa, così come la sua scrittura poetica, anche di traduzione, era inimitabile, perfetta. Una sua parola d’ordine era il sapore massimo di ogni parola, titolo del capitolo de Gli imperdonabili in cui parla di William Carlos Williams. Williams fu forse il poeta che prediligeva e che tradusse nel volume Il fiore è il nostro segno, scritto con Williams e Vanni Scheiwiller, che lo stampò nella sua straordinaria All’insegna del pesce d’oro. Qui comincio a proporre la traduzione di Cristina di quattro poesie di Emily Dickinson (1830 – 1886), tutte pubblicate in La tigre assenza.

Touch lightly Nature’s sweet Guitar
Unless thou know’st the Tune
Or every Bird will point at thee
Because a Bard too soon —

Tocca leggero la dolce
Chitarra della natura
Se non conosci ancora
La canzone.
O d’ogni uccello
Ti accuserà lo sguardo
Che ti facesti bardo
Innanzi l’ora.

What shall I do when the Summer troubles —
What, when the Rose is ripe —
What when the Eggs fly off in Music
From the Maple Keep?

What shall I do when the Skies a’chirrup
Drop a Tune on me —
When the Bee hangs all Noon in the Buttercup
What will become of me? Continua a leggere

METALLI COMMEDIA 0.1

Parlano, parlano di libertà,
ma quando vedono la penna libera,
allora il panico li provoca.

[liberamente, da Easy Rider:
in claris fit interpretatio]

«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».
Alla quattrocentocinquatatreesima volta che mi sprona a diventar kerkoportiforme gli comunico che, per contrappasso dantesco, sarà concluso in una belìn di kerkoporta per l’eternità… E nel delirare e demandare all’Alighieri i tormenti di chi ci/mi cianura/cianurò la vita in vita, nasce la Metalli Commedia. E l’amico della kerkoporta offre occhio e orecchio all’opera. E presta mano: per contenere le cascate chiare [ché lui computa accenti e corregge e contiene i *cazzi* che Dama usa/abusa come virgola], per assegnare assilli all’arco dell’alloro che – no! Non è peccato mortale  sostituire Virgilio con Alice Cooper! E se – sì: è peccato mortale, m’ho da confessare… Continua a leggere

Emily Dickinson, poem 254 – traduzione di Massimo Sannelli

 

«Speranza» è cosa alata –
Che ripara nell’anima –
E canta il canto senza le parole –
E non si ferma – mai –
E più che dolce – nel Vento – si sente –
E la bufera deve essere frusta –
Per impaurire Questa
Che riscaldò la gente –
Io l’ho sentita nella terra guasta –
Sul Mare che non c’è –
Neanche nell’Angustia
Chiese un grammo – di Me.

Questa poesia, tradotta il 12 marzo 2007, *tra buio e luce* (come tutto), non appare nel volume Emily Dickinson, *Su un Io Colonna*, La Camera Verde, Roma 2007.

Alfabeti, M come Mare

Saluto al mare

Thàlatta! Thàlatta!
Io te, mare eterno, saluto!
Io te, con cuor giubilante,
diecimila volte saluto,
come te salutarono un giorno
diecimila cuori di greci
eroi, famosi nel mondo,
con l’avversa fortuna pugnanti,
anelanti alla patria lontana… Continua a leggere

Emily Dickinson [Morii per la Bellezza]

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I died for Beauty – but was scarce
Adjusted in the Tomb
When One who died for Truth, was lain
In an adjoining Room –

He questioned softly “Why I failed”?
“For Beauty”, I replied –
“And I – for Truth – Themself are One –
We Bretheren, are”, He said –

And so, as Kinsmen, met a Night –
We talked between the Rooms –
Until the Moss had reached our lips –
And covered up – our names –

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