O Roma o morte

Arriviamo di sera, stanchi e accaldati. Ci sediamo su una panchina vicino al Colosseo, che ci guarda sornione con cento occhi neri e incavati. Tiro fuori una lattina di birra, e gli altri due un panino col formaggio. Finalmente un po’ di riposo, pensiamo. In quel momento, dall’altro lato della strada, due figure in divisa ci vengono incontro. Uno di loro mi scruta attentamente e mi dice: Qui non si bivacca. Gli replico che non stiamo bivaccando, stiamo solo mangiando, ma lui insiste: Qui non ci potete stare. Non credo ci sia molto da discutere. Guardo i compagni e faccio loro segno di alzarsi. Gli uomini in divisa sono soddisfatti, controllano i nostri movimenti con un sorriso di sbieco. Il Colosseo, intanto, ci sbircia con le sue porte aperte, accoglienti. Penso: Le case, in paradiso, devono essere così. Bevo birra camminando con gli amici, che mangiano con gusto il loro panino. A un tratto, si avvicina un gruppo di ragazzi, teste rasate e abiti neri. Avete una sigaretta? Noi non fumiamo: gli offriamo la birra e un pezzo di panino, ma non sembrano gradire. Uno dei miei amici viene afferrato per il bavero: Stronzo, chi ti credi di essere, zingaro di merda. Lui risponde che non crede di essere qualcuno, ma il ragazzo dalla testa rasata non lo molla. Anzi, all’improvviso, gli sferra un calcio al basso ventre. Il mio amico si accascia con un grido soffocato. La gente che ci passa accanto non si ferma: ha fretta, o non si vuole immischiare. Un altro ragazzo vestito di nero mi sferra un pugno in pieno volto. Io penso al mio campo, a mia moglie che mi ha detto: dove vai, torna presto, lo sai che ho bisogno di te. Sento un calcio che mi colpisce al fegato, e un altro alla testa. La lattina di birra sta colando lentamente davanti alla mia faccia, sul selciato. Alzo la testa, vedo il Colosseo con le porte spalancate. E’ il paradiso, penso. Ora viene san Pietro, con le sue chiavi pesanti. No, san Pietro non ha chiavi, dovevo immaginarlo. Non servono chiavi in una casa senza porte.

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Sono un rom

Sono un rom. Vivo in un camper che mi hanno regalato. Vivo chiedendo l’elemosina. Ho una compagna che si chiama Jolanda, due occhi verdi e qualche ruga sulla faccia chiarodiluna. Sento dal portico le omelie del mio amico prete. Ho bevuto molto nella vita, ora sto cercando di smettere, perché so che c’è gente che mi vuole bene. Forse ci riesco. Forse la vita non è così cattiva come la dipingono. Ci sono le stelle e c’è la strada che mi porta alla mia casa di latta, dove Jolanda mi aspetta. Sono ortodosso. Il mio Dio ha la faccia di Jolanda, due mani solcate da rughe che sanno accogliere il mio dolore antico, il mio cuore di uomo che non crede alle cose stabili, perché il cuore non è mai fermo, ma batte, batte, e non chiede a nessuno di vivere. Ogni tanto penso alla birra, al cervello che si annebbia e dimentica le inevitabili sconfitte di questa vita che amo, nonostante tutto. Quando torno alla mia casa di latta, penso a quelli che sono sepolti nelle case di cemento, e mi chiedo perché difendano l’unica cosa che non ho mai desiderato: la sicurezza. Ho una sola sicurezza, che si chiama Jolanda. Il giorno in cui Jolanda dovesse morire, vorrei essere sepolto nella mia casa di latta, e vorrei che mi mettessero tra le mani una bottiglia vuota di birra, in segno di vittoria. Vorrei che pregassero per me, in un portico pieno d’aria e di parole che non sanno stare ferme. Sono un rom. Vivo di quello che mi hanno regalato. Di questo ringrazio il mio Dio, con la faccia di Jolanda.

(versione audio)