Quando sei morto

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Quando sei morto, si capisce meglio chi sei stato. Si sfronda l’aura polemica che circonda inevitabilmente i tratti di una vita: gli antagonismi, le incomprensioni, le proiezioni che sempre operiamo su chi incrocia la nostra strada e può avervi una pur minima influenza.
Quando sei morto, sei morto: non dài più fastidio. La tua voce è fissata per sempre in una memoria imbalsamata, incapace di nuocere, o anche solo di turbare i sentimenti altrui.
Ecco perché i profeti vengono elogiati quando non sono più: si fa a gara a ricordarne le parole che prima ci offendevano o ferivano, perché incombevano come spade di Damocle sulle nostre scelte.
Quando sei morto, invece, è bello pensare che ci hai messo in crisi, che sei arrivato quasi a cambiarci, che mancava un dettaglio, un’ultima, piccola spinta per farci scivolare dalla parte opposta dell’invidia, dell’incapacità di condividere, di provare una sincera ammirazione.
Quando sei morto, emergono con chiarezza i tuoi difetti, l’incompletezza congenita dell’umanità, che ha bisogno dell’estremo abbraccio di Dio per riconoscersi integra, approdata all’immagine e somiglianza originaria.
Per questo l’elogio funebre è insensato: è una mistificazione, un occultamento delle falle che si aprono comunque in ogni umana cosa.
Quando sei morto, nessuno può sottrarti all’unico sguardo veritiero, quello che affranca da ogni inadeguata considerazione della tua persona; come cantava De André: il punto di vista di Dio.

USA e getta

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Ci mancava l’omicidio in diretta.
La chiamano civiltà dell’immagine: le parole non servono più. L’informatica utilizza le icone; televisione, cinema, computer, esaltano i colori e le forme, per cui l’audio ha una funzione relativa. Ormai tutti cercano l’immagine: forte, d’impatto. Se possibile, una rissa, un nudo, qualcosa che sorprenda, che colga di sprovvista, che turbi o imbarazzi. L’apice di questa civiltà lo abbiamo visto in Virginia, a Smith Mountain Lake, dove un uomo ha deciso di chiudere i conti con l’antagonista in diretta tv: trasformando l’immagine di Dio, l’Adam, il progetto di verità, bontà e bellezza, nell’immagine di satana, un misto spaventoso di violenza, d’odio, di morte. Un’immagine usa e getta, destinata al nulla, come sempre ciò che nasce dal male. Le parole non servono più. In ogni caso, non ci sono parole.

Un no

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Mai funerale mi ha fatto più male. La Chiesa usata per una manifestazione famigliare e sociale di potenza, l’arroganza che schiaccia ogni logica giuridica, morale, religiosa. Scomunicati: termine che oggi manda un’eco sinistra, l’indifferenza cinica di chi la fa in barba a ogni potere. Perché? Ci si chiede. Perché il male ha una tale garanzia d’impunità? Perché in circostanze simili non risuona un no liberatorio, che permetta di credere in qualcosa, in questa vita difficile? La risposta, amico, soffia nel vento. La risposta soffia nel vento.

Liberazione

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Non sappiamo quasi mai da che cosa
sia bene liberarci. Quella volta
era evidente: la dominazione
d’uno dei tanti poteri arbitrari
del mondo. Benvenuta la rivolta
dei princìpi, la guerra dei valori.
Ma oggi? Quale peso sopra il cuore
ci condanna al silenzio, al meschino
compromesso con altri predatori
più invisibili e astuti, quale sonno
ci tiene prigionieri di un ipocrita
assenso? Basta. È l’ora, signori.

Mistero della FED

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Qualcuno ci spiega perché le banche sono sempre al primo posto nella scala delle priorità e nella gerarchia universale dei valori? C’è un motivo per cui si debbano salvare istituti che consumano veri e propri crimini e non le persone che ne sono vittime, costrette a pagare, con le tasse, le malefatte altrui? Perché lo Stato dovrebbe restaurare e riportare in vita le lobbies che coi loro sporchi giochi alimentano la peggiore crisi degli ultimi decenni? La finanza, da strumento, è diventato fine. E nessuno si azzarda a contestare le trame oscure di società segrete in combutta coi più alti poteri dello Stato.

Un giudice

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La riforma delle norme sulla responsabilità civile dei magistrati fa sorridere. Scatta solo in casi molto gravi di dolo accertato, e implica un risarcimento che non potrà superare la metà di uno stipendio annuo. E’ un ridimensionamento simbolico di personaggi che spesso si ritengono al di sopra di ogni legge, umana e divina, e un buffetto a chi ha fatto del giustizialismo l’unica, misera arma di una politica priva di valori.

Pensiero unico? No grazie

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Siamo in tempi in cui non è più lecito accodarsi a qualche carro, sperando che sia quello vincente. E’ ora di pensare con la propria testa, smascherando le lobbies che impongono un pensiero unico, fidando nel fatto che le pressioni economiche e sociali – il ritorno d’immagine, il cachet, l’inserimento in una élite col privilegio fisso di prime serate e prime pagine – siano sufficienti a sbaragliare ogni rigurgito d’indipendenza. E’ ormai noto che la politica, ad esempio, non è più appannaggio dei partiti, ma dei grandi quotidiani: la sinistra non è guidata dal Pd, ma dal giornale di Scalfari e Mauro, la destra si affida alle campagne di Feltri e di Belpietro, il centro è diventato il mercato, la logica capitalistica a cui si sono piegate le menti tutte dell’arco costituzionale, salvo, forse, Landini. Credo sia ora di cominciare a pensare, a scoprire i germi di una cultura alternativa, che rifiuta la gabbia delle visioni fabbricate nei backstage delle banche e delle redazioni dei giornali. Facciamoci sentire, diciamo la nostra, impediamo a coloro che vogliono asservire il mondo – e ci sono riusciti – di toglierci l’ultimo barlume di quella che un tempo chiamavamo libertà.

Visione

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Sì, lavorare stanca, soprattutto
quando il frutto del lavoro ti manca,
quando è strutto che ingrassa
il padrone esigente, la sua azienda
che spreme fino all’osso gli ingranaggi
umani. Eppure il sogno
di una casa comune, di un bisogno vero,
di una giusta gestione dei proventi
continua ad affiorare nella notte,
come un fantasma messaggero, come
una nave che appare, a fari spenti.

E canto

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Alle sei del mattino, a Medjugorie,
dopo due ore fitte di preghiera,
il miracolo si è verificato.
Una cosa semplice, come il canto
dell’usignolo che si è già svegliato,
come il passo svelto dell’impiegato
verso l’ufficio, come il proprietario
del bar che passa lo straccio, fischiando.
Anch’io ritorno dove tutto è uguale
tranne me, che dalle sei del mattino
sono uscito dalla notte, e canto.

Lampedusa

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E’ come un masso che ti tira giù,
quando t’imbarchi dopo aver venduto
quello che avevi, col miraggio bello
di una minestra certa, di una notte
in cui dormire, libero dall’incubo
dell’affondo improvviso del machete.
T’illudi di trovare braccia aperte
sulla riva del mare. Ma soltanto
la morte ti saluta col suo sguardo
di sale, perché l’acqua sa bruciare,
senza l’amore, molto più del pianto.

Una giornata con gli Orsi grigi, di Augusto Benemeglio

Faber il poeta
1. Ecco la musica!

Mentre su “youtube” riascoltavo le loro canzoni di Faber il poeta, recital che abbiamo rappresentato al Teatro D. Mario Torregrossa il 7 luglio u.s., sono andato con la mente alle loro faticate prove, alla nota stonata, all’entrata sbagliata, alla parola che salta, al pensiero che si fa suono, al vitello di zolfo sulla parete della sala musica-bazar della villa di Palocco di via Apelle; ed eccoli, gli “Orsi Grigi”, in quei pomeriggi ancora invernali con gli accordi tra le dita e il ventre, il cervello che ricerca dappertutto le tracce da fiera o da circo della domenica appena svanita, il campanello che insiste , fino al vaffanculo al postino che suona sempre due volte … Continua a leggere

Albertino

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Difficile pensare ad una festa
in cui non risuonino la tua voce
gracchiante, le tue grida
felici. Ecco: sarà la passione
ingenua, pura, quella convinzione
della bontà dell’altro, la certezza
che poteva venirti solo il bene
da chi ti stava accanto. Ora è tutto
finito, anzi, comincia, come sempre:
da qui al paradiso sarà un passo
per te, che sei crollato all’improvviso
come le torri, l’undici settembre.

Uomo delle fedi

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Il gran giorno è arrivato. Non pensare
che sia un rinnegamento. No, è un’altra
tappa d’avvicinamento all’opera
che lui ha cominciato. Proprio qui,
dalla piazza sul mare, la bellezza
appare con la firma dell’azzurro,
la campana che suona l’ora giusta,
la croce mezzo storta sulla chiave
di volta della chiesa. Al bar di fronte,
la musica riempie anime vuote
di senso e di futuro. Così credi,
pensando che ora parti alla missione
che lui ha già cominciato, dall’altezza
del campanile diroccato, duro,
controcorrente, uomo delle fedi.

Faber il poeta

Fabrizio De André

di Augusto Benemeglio

A Fabrizio Centofanti.

1. Portami a vedere il colore del vento

E venne nella notte di gennaio di fine secolo , nell’esatta luce irreversibile e pura, altera e lodata, sora nostra morte corporale; attraversò il vasto e casto sudario, entrò silenziosa nel giardino di rose, e portò una musica lieve nel colore azzurro del vento. Fabrizio De Andrè , ormai simulacro di se stesso, in coma irreversibile, staccò la spina per sempre da questa terra. Continua a leggere

Senigallia

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La spiaggia tra le nuvole è un affresco
dai colori sbiaditi. Sulla sabbia
(di velluto, mi dicono: a me sembra
la sabbia di sempre; in più ci sono
dei sassolini bianchi), la sorpresa
è un gruppo di gabbiani che bivacca
pulendosi le penne, appiattendosi
tutti, controvento. Come se il posto
fosse loro: uno stabilimento
da cui spiccare il volo da un momento
all’altro, anche senza sole. Come
si dovesse volare, ad ogni costo.

Fabrizio De André Tra Riccardo Bertoncelli e la London Symphony Orchestra

di Guido Michelone

C’è anche Fabrizio De André Sogno n°1 London Symphony Orchestra nella discografia finale: stiamo parlando di Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, la nuova uscita dedicata al cantautore genovese che è poi l’edizione aggiornata del testo (2007) che Riccardo Bertoncelli aveva curato per Giunti, oggi ristampato in brossura con un paio di aggiunte significative. Perché anzitutto inserire Sogno n°1? Il disco, uscito mesi fa, per la Sony, con il bene placet di Dori Ghezzi, prodotto e arrangiato da Geoff Westley (che pure dirige un prestigioso ensemble britannico), sembra una tipica operazione commerciale post mortem che, alla luce dell’intervento artistico inglese, può anche risultare un inedito deandreiano, benché costruito non dal protagonista ma attorno o sopra la sua voce in dieci famosissime canzoni, qui rinate con sontuose orchestrazioni e le voci aggiunte di Franco Battiato e Vinicio Capossela in un paio di songs. Continua a leggere

70. Per nessun motivo

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Conosce questa scritta?
Gli occhi hanno lo stesso colore dell’acqua: ci si possono vedere barche che vanno alla deriva o il muschio che si abbarbica al bordo estremo e smozzicato della banchina grigia. Sotto la balaustra, le foglie secche si spostano ogni tanto, al passare del vento. Sulla strada, in fondo, le macchine procedono in due file, in processione verso dèi ostili e sconosciuti. Continua a leggere