Battute

da qui

Per una battuta, può cambiare la vita. Mi capita di ascoltare le persone più diverse soffrire per una ferita verbale, perché qualcuno con una frase le ha colpite al cuore, e per anni si portano dentro una parola pronunciata, forse, per disattenzione o superficialità, o per l’attimo di cattiveria che può impossessarsi di chiunque. La terra è attraversata da battute che sconvolgono l’immagine di sé, producono reazioni disparate, perché non ci sono due individui uguali, ma anche perché lo stesso essere umano cambia da un momento all’altro, da una fase all’altra della vita, di stagione in stagione, per cui un insulto d’inverno non equivale a un’ingiuria in primavera. Nel calderone del mondo, le battute cuociono a fuoco lento la nostra identità, soffriggono l’io fino a farne una pietanza rosolata e indorata, pronta per essere servita alla fame mai sazia della storia.

Altre regole

da qui

A proposito di regole. Nel clima anarcoide della rete, vigono norme draconiane. Lo si percepisce a pelle: gli ultimi decaloghi riguardano lo scambio e-pistolare e le relazioni nei cosiddetti social networks. Apparentemente, si è liberi di comunicare e contattare come e chi si vuole; in realtà, transitano bollettini pedanti su come avvicinarsi ai leaders, come procedere per non infastidirli, scendendo in dettagli che, osservati dall’esterno, appaiono poco meno che ridicoli. Propongo un periodo di tempo (una settimana, un mese, un anno) in cui trasgredire sistematicamente tali codici, che riducono gli interlocutori a meccanismi oliati e cestinabili col minor spreco di energie. Al culmine della democrazia più sbandierata, predomina il modello Fantozzi nella sua versione più patetica. Suvvia, un po’ di sana ribellione ai mostri sacri dal paternalismo facile. Al massimo non risponderanno, ma è uno dei calli più facili a formarsi. E resta la domanda se non sia più conveniente per tutti, in fin dei conti.