Passiamo all’altra riva


Passiamo all’altra riva: Gesù lo dice spesso, nel Vangelo. È un simbolo pregnante del noto cammino dall’io al tu, del percorso bello e faticoso dell’amore. Ma uno sguardo più acuto permette di capire che è anche il simbolo del passaggio ultimo, dell’approdo finale della vita: l’incontro con Cristo, che sarà tutto in tutti. Lo desideriamo? Saltelliamo di gioia, al pensiero, come l’agnello nella valle? Questa è la fede, la fiducia di chi attende un Bene senza pari.

Saldi di fine stagione


Espiare è una parola che non piace, soprattutto oggi, che una fede all’acqua di rose fa passare tutto e sorvola su tutto. C’è una sorta di euforia buonista che non vede più il peccato, che nega il male, nascondendolo sotto il tappeto di false sicurezze. Ma il peccato rimane, e va espiato. Se lo facciamo sulla terra, aderendo alle sofferenze di Gesù, è ancora più gradito a Dio, essendo un atto libero. In purgatorio sarà un atto necessario. Pensieri simili sembrano affondare in un medioevo morto e sepolto, e invece risplendono nel presente eterno di Dio, dove la verità se la ride delle riviste teologiche à la page.

Sinergia


Parliamoci chiaro: la vita di fede non è semplice. Il motivo è che non si fa da soli, per cui tutto va bene. Si è in due. E l’altro è Dio. La questione è spinosa, e le domande sorgono spontanee: cosa tocca a me e cosa a Lui? Come armonizzare i ruoli? Come essere sicuri che non entrino in conflitto, che non si contraddicano a vicenda? Ci si potrebbe scoraggiare, al punto da tornare alla casella di partenza: fare da soli.
Ma il Signore chiede solo la buona volontà di fare quello che possiamo; al resto pensa Lui. E il resto, neanche a dirlo, è quasi tutto.

La sostenibile leggerezza


Fatichiamo a capire i livelli della fede: esterno e interno, rito e sentimento, contemplazione e azione. Da una parte siamo chiamati a percepire, a lasciarci coinvolgere, dall’altra recitiamo formule, compiamo gesti che sembrano meccanici, ripetitivi. Il segreto, invece, è proprio qui: un piano aiuta l’altro, la preghiera vocale succede alla contemplazione, la voce al silenzio, il movimento alla stasi. È questo andirivieni che rende possibile la leggerezza, che ci fa volare.

Quando verrà


Quella con Dio è una strana relazione: gli facciamo richieste, ma dubitiamo che ci possa esaudire; continuiamo a domandare, in una specie di rito infinito, al limite con la superstizione. Se fossimo coscienti del fatto che Gesù ci ascolta e che vuole appagare il nostro desiderio più profondo, non ci sarebbero ostacoli. Ma la fiducia è una cosa precisa, che il Cristo ha provato a spiegarci in tutti i modi. Il senso è sempre lo stesso: il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

Atto di fede


Quando pigiamo il bottone della macchina, non dubitiamo che esca il caffè; se apriamo l’ombrello, siamo sicuri che ripari dalla pioggia; se giriamo la chiave nel cruscotto, l’automobile si mette in moto. Durante la giornata, compiamo atti di fede a non finire: se facessimo attenzione, ci stupiremmo di affidarci tanto.
Invece, quando preghiamo Dio, perdiamo colpi: mi esaudirà? Sarò degno di chiedere? Dovrei avere, almeno, la stessa certezza che ripongo nella macchina, nell’efficienza del telefono, in qualsiasi altro moto di fiducia. Manchiamo sul più bello, proprio là dove potremmo averne un grande beneficio. Per questo il dubbio ci arrovella, e finisce per guastare anche l’ombrello, il distributore, l’automobile.

Come minimo


Dio, per molti, è un feticcio, Cristo una statua. Quella del Sacro Cuore, per esempio, che campeggia all’ospedale dell’Addolorata. Delle statue si diffida sempre un po’: sono immobili, mute, ma potrebbero portare bene o male. La religione, spesso, è una forma di superstizione inconfessata, e inconfessabile. Nessuno va dal prete dicendo: padre, oggi ho lanciato un’occhiata a San Giuseppe; sa, per tenere lontana la sfortuna. Eppure, quante volte è così. Difficile immaginare che Gesù voglia parlarti, che desideri sentirti.
Perché non ti fermi, davanti al Cristo dell’Addolorata, o di qualsiasi altro posto, non lo guardi negli occhi e non gli dici, che so, come stai? Con Dio, da cosa nasce cosa. E poi, se credi che una persona esista, come minimo le rivolgi la parola.

Trovare un posto


Quando parliamo con Gesù, se ci parliamo, gli chiediamo conforto, aiuto, orientamento. Lo cerchiamo, dunque. Siamo come quei discepoli che, incontrandolo per la prima volta, gli chiedono: maestro, dove abiti?
Lo immaginiamo, mettiamo il Volto santo davanti al posto di lavoro, lo guardiamo negli occhi; a volte piangiamo, o ridiamo, sempre con l’idea che Lui ci accolga e, per così dire, ci riceva.
E se fosse Lui a chiedere asilo, rifugio, o addirittura – adesso la sparo grossa – conforto? Se, non essendoci chi gli apra quando bussa alla porta delle anime; se, ancora oggi, non trovasse posto nell’albergo, e venisse da noi – sì, proprio da noi -, e ci chiedesse di ospitarlo? Non so a voi, a me vengono i brividi. Se capissimo davvero che cos’è la fede, forse crederemmo tutti.

Siamo proprio sicuri?


Il Cristianesimo pretende troppo? Chiede di amare un Dio senza vederlo; di rispettare gente che non piace, al punto che gira la battuta: se questo non va bene, amerai il prossimo.
La fede è esigente, ci catapulta fuori di noi stessi: esci dalla tua terra, dice Dio ad Abramo, e in lui lo dice a noi, come fossimo un popolo chiamato a uscire dall’Egitto della propria volontà, la filautia dei Padri.
Sì, è difficile credere: sono pochi i profeti, i giusti del Primo Testamento, i santi del Nuovo.
Ma poi, un momento: siamo propri sicuri che il nostro sia un Dio che non si vede? Che il rapporto col Creatore cominci di là, in un regno che, detto fra noi, è così lontano?
No, Gesù è venuto qui, si è lasciato conoscere, guardare, toccare. Ha portato il paradiso sulla terra, un’anticipazione del futuro. Ma noi non ce ne siamo accorti.

L’Altro Mondo


Un Dio che scartavetra,
che lacera, che ottunde,
che scalza dai troni delle false
identità, che vomita
sui tiepidi, che fonde
nel forno fumante del rimorso,
che infonde una speranza a strappi,
un amore ferito e calpestato,
una luce introvabile che abbaglia,
un’attrazione per lo spolpamento,
per l’inutile appello, la preghiera
sospesa sull’abisso, in cui intravedi
il fondo, il Volto,
l’esito finale: l’Altro Mondo.

A Medjugorje (e dintorni) fuori dagli schemi

Testo di Giovanni Agnoloni, foto di Andrea Fantini

Il luogo delle apparizioni, sul Podbrdo

Parlare di un viaggio a Medjugorje può rivelarsi difficile. Si rischia di far arrabbiare tanta gente, credente e non. Con queste righe, voglio scansare questo semplice inghippo, che di per sé scoraggia alla lettura, disinnescando le tematiche spirituali e il mio stesso modo di pormi davanti alla fede.
Questo è un reportage, che riferisce fatti e sensazioni. Perché un pellegrinaggio, in definitiva, è un viaggio, e ogni viaggio è, a suo modo, un pellegrinaggio.
Io oggi sono un credente, o meglio, come direbbe Joseph O’Connor, un “vero credente”, nel senso che rifuggo dalle ritualità esteriori bigotte e recitate, e mi calo nella vita. Per me la spiritualità e il rapporto con il Divino sono la ricerca e il dialogo costante con il centro dell’essere, il Sé, la radice dell’identità. E, come prima di partire ho scritto su Facebook, da questo viaggio non mi aspettavo miracoli o rivelazioni sconvolgenti, ma conferme.
Sono arrivate, anche se, come in ogni buon romanzo, in modo piuttosto sorprendente.

Il porto di Ancona alla partenza

Dopo la traversata in mare da Ancona a Spalato con mio cugino Andrea Fantini, matematico pure lui cristiano fuori dagli schemi, il tragitto in auto fino a Medjugorje è stato un percorso nel cuore di una natura scabra e montagnosa, tagliata come un graffio dalla modernissima A1 croata. Poi, dalla fine di questa alla nostra destinazione, passando per la frontiera bosniaca, è stato un susseguirsi di curve e colline boscose aperte su una pianura piatta e mossa da coltivazioni verdeggianti. Un’eco di Vietnam, o comunque di Sud-est asiatico. Mal d’auto del sottoscritto.
Medjugorje si annuncia all’improvviso, e quasi ti ci ritrovi dentro, con la sua proliferazione di alberghi, casette più o meno moderne e negozietti i più vari, che fanno corona alla chiesa parrocchiale e ai luoghi delle apparizioni della Madonna, che sono qui testimoniate fin dal 1981. Prima c’erano solo coltivazioni, soprattutto di tabacco, e pascoli per i pastori e le loro bestie.
In me non ha prevalso il fastidio per la “commercializzazione del sacro”, pur innegabile. Questa gente di qualcosa deve pur vivere. E, come avrei visto nei due giorni seguenti, è per lo più brava gente, segnata dai ricordi della guerra civile e, naturalmente, da quanto qui è successo e succede ancora. Continua a leggere

“Il crocifisso”, di Leonardo Marini

Recensione di Giovanni Agnoloni

Ho maturato da qualche tempo il convincimento che Dio non sia qualcuno in cui si crede o non si crede. Lo si è o non lo si è. O meglio: lo si riconosce o non lo si riconosce come presenza/Fonte energetico-spirituale, dentro di sé.

Lo dico perché c’entra con questo romanzo di Leonardo Marini, intitolato emblematicamente Il crocifisso (Galaad Edizioni, 2011). È un libro molto particolare, il terzo romanzo di questo brillante sceneggiatore, tra gli autori dell’adattamento televisivo dei romanzi di Andrea Camilleri della serie del Commissario Montalbano.

Il suo romanzo, però, non è la storia di un’indagine, per lo meno non in senso immediato. In realtà, indaga eccome. Il protagonista è Alessio Parisi, un maestro elementare un tempo “credente”, ma poi serenamente riconosciutosi “ateo”, sposato a una donna (Giovanna) anche lei priva di fede, e padre di due bambine non battezzate. Continua a leggere

Il crocifisso e il risorto

di Tiziano Scarpa

E se si sostituisse il crocifisso con il risorto? E’ uno spunto che ricevo dal bellissimo libro della teologa Maria Caterina Jacobelli, Risus Paschalis (edito da Queriniana): Se i cristiani fossero coerenti con la loro fede, toglierebbero tutti i crocifissi dai muri delle loro case. E vi sostituirebbero un’immagine del Risorto. Sarebbe un gesto logico, se si riflette sulle parole di Paolo: “se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra fede” (1 Cor 15, 14). Nella storia dell’umanità sono stati in molti, uomini e donne, a dare la vita per un altro; e i giusti uccisi innocentemente sono stati e saranno sempre un numero tragicamente grande. Ma uno solo è il risorto. Continua a leggere

Voci

da qui

Sento voci di cambiamento: niente comunione nelle mani, elevazione rivolta a oriente (spalle al popolo); un canonico ha parlato della possibilità di annullare il Vaticano II, se si dovesse stabilirne la discontinuità con la tradizione cristiana. M’interrogo sul senso di queste posizioni. Penso a Gesù, alla sua libertà di movimento, alla sorpresa dei suoi gesti quotidiani. Dovrei rassegnarmi a una forma che sembra prevalere sull’imprevedibile manifestarsi della vita? Dostoevskij provò a verificare l’attualità della fede nella Leggenda del grande inquisitore. Ci provo anch’io: se Gesù tornasse oggi, la sua vicenda avrebbe un esito diverso. Allora venne giustiziato con un processo sommario. Ora incorrerebbe in un destino più crudele: la totale indifferenza. Nessuno spazio nei mezzi di comunicazione più potenti, nessuna carriera in alcuna istituzione. Sarebbe un pesce fuor d’acqua, un utopista schedato dalla polizia. Lo arresterebbero di tanto in tanto, per convincerlo a non dare fastidio. Ma lui continuerebbe a fissarci negli occhi. A mettere il pane nelle nostre mani, al tramonto di un giorno faticoso.

Quella sera

pane

Chiedono ai credenti spiegazioni e ragioni sugli argomenti più sottili: sarà che ho il mal di testa, ma vedo le cose in altro modo. Forse è la sofferenza che segna ogni giorno la mia vita, quella che sento in me e leggo nelle facce della gente che ha bisogno. E’ da un po’ che digerisco a fatica la teoria e mi aggrappo all’essenziale, che per me, curato di campagna, è questo: portare amore dove non c’è, mettere il bene dove è assente. Gesù è stato avaro di teorie; ha parlato di pecore e campi, semi e figli scapestrati, fame e sete, persecuzioni e afflizioni. Il cristianesimo non ha bisogno di molto di più. L’abbraccio del padre misericordioso basta e avanza per spiegare la fede; mi è sufficiente la faccia dura che fa Gesù quando è messo alle strette ed è il momento di dare la vita, di andare dritto verso la città che uccide i suoi profeti. Finché non si fa la stessa faccia, la fede, semplicemente, non esiste. Voglio lasciarmi convincere dallo straniero che incontro sulla strada per Emmaus, stupirmi di fronte al gesto decisivo dello spezzare il pane; aprire gli occhi sull’unica necessità pensabile: offrire la vita, lasciare che l’altro cresca grazie a questa offerta e accogliere l’offerta che viene fatta a me. Una teoria sola mi interessa, quella della trinità: il Padre è la meta; e arrivo a lui attraverso lo Spirito del Figlio. La trinità articola la fede in un’idea comunitaria, esclude in anticipo qualsiasi pretesto per la solitudine. Nella stanza di Loreto, col mal di testa che non passa, mi chiedo a chi possa servire la mia vita, se continua così. Eppure la fede mi fa dire: continua a dare, il senso della vita è in quest’offerta sbilenca, nel gesto incerto sempre sul punto di spezzarsi, come il pane di Emmaus, quella sera.

Credo

sepolcro

C’è ancora chi crede al peccato della improbabile coppia di progenitori, col serpente, la mela e tutto il resto.
In questi termini letterali, naturalmente non ci credo. Non credo a una perfezione originaria, da cui sarebbe scaturita la caduta. Non credo che la morte fisica sia stata generata dal peccato. Credo piuttosto che Dio abbia dato impulso all’universo, o agli universi, e che tutto si sia dipanato in modo imperfetto in quanto creaturale. Il male non nasconde alcun mistero: esiste perché esiste l’imperfetto, e può essere vinto solo a poco a poco, assecondando la tensione verso il bene che alberga in ogni uomo e in ogni donna. Credo che nelle religioni ci siano valori che potremmo condividere, ed è un dovere la solidarietà di chi persegue ideali almeno in parte equivalenti. Le guerre sante non sono che un assurdo logico. Siamo noi a dare un senso all’universo. Ogni atto di bene è una luce che si accende nella tenebra del caos originario. Collaboriamo a un’opera preziosa: perché perdere tempo? Il peccato è negare che, gesto dopo gesto, possiamo costruire il paradiso che vedevamo all’inizio della storia, ma che ora scorgiamo profilarsi all’estremo limite di essa, come sbocco finale di una tensione verso ciò che non è più imperfetto. Amo questo mondo che ha fatto di me una persona responsabile. Amo chi mi ha graziato con offerte di vita, rendendomi persona libera. Libero è solo chi ha ricevuto doni, senza che si chiedesse un contraccambio. Libero è chi lascia spazio al Bello, al Bene, al Vero. Così, passo dopo passo, mi dirigo al giardino accanto alla città, dove c’è un sepolcro nuovo che mi attende, un giovane dalla veste bianca, una pietra rotolata sul passato, la prima lama di luce del futuro.

(fonte immagine)