Il segreto

Siamo chiamati a una vita a due: Lui e io. È la divinità che dà una direzione, un senso alla nostra avventura sulla terra. Per questo il segreto è quello che ha insegnato don Mario: io credo, io spero, io amo. È il modo per attaccarsi a Dio, come il tralcio alla vite. È l’unico modo per vivere davvero. 

Capire la vita

Fai vivere la tua fede, fai sperare la tua speranza, dice il Cristo alla Bossis. Non è così difficile avere il cielo nel cuore. Dev’essere l’unico pensiero, quello che mette in fila tutti gli altri. Solo se si ama Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze si capisce qualcosa della vita. 

In direzione ostinata e contraria

Io sono lo stesso Cristo che è in cielo, cerca di essere la stessa che sarai più tardi, dice Gesù a Gabrielle. Qui ci sono segreti decisivi. Dobbiamo credere, anche se tutto dice contro. Dobbiamo pensare alle cose di lassù, alla beatitudine che attende. Dobbiamo, come Abramo, sperare contro ogni speranza. Viaggiare, insomma, sempre e comunque, in direzione ostinata e contraria. 

Vedere

Vorremmo vedere Gesù, condividere il privilegio degli apostoli, dei primi discepoli, dei peccatori e dei malati, che fecero l’esperienza anche fisica della presenza del Cristo. Ma Lui dice a Gabrielle: se tu Mi vedessi, non avresti alcun merito nell’amarmi. Godiamoci così la nostra fede.

Soli

A volte ci sentiamo soli. È un ritornello che il prete sente spesso, a cui si può rispondere in un modo suggerito dal Vangelo: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Così l’evangelista Matteo conclude il suo racconto. In realtà, è un punto di partenza: sapere che non basta aprire gli occhi, la mattina; bisogna accorgersi dello straniero che ci cammina accanto, come a Emmaus.

La nostra fede

Immaginare l’amore, il Padre, nelle sue infinite sfumature, che sono trapelate tramite suo Figlio; scoprire nel volto di Gesù quella bontà incommensurabile, pregare perché le anime possano approdarvi, tendere sempre a quel modello, somigliare a Dio, essere uno coi fratelli e le sorelle: questa è la nostra fede. Che ti sembra?

Tutto è collegato

Crescere è avvicinarsi a Me, dice il Cristo alla Bossis: guardare le cose coi suoi occhi, avere la certezza della sua presenza, anche quando si nasconde, perché lo desideriamo maggiormente. Fare esercizi di fede vuol dire credere che Lui è vicino a noi, anche e soprattutto quando sembra lontano. E se aumenta questa fede, crescono anche speranza e carità. Nell’amore, diceva Solov’ev, tutto è collegato.

Chi servire


Siamo chiamati a raccogliere tutta la potenza del nostro credere, sperare e amare: Gesù la prenderà e ne farà un altare di propiziazione per il mondo. Possiamo essere soli come Noè, ma Cristo sarà l’Arca che unirà cielo e terra. Il rischio è la tiepidezza nel pregare: ci vuole zelo nel mettere gli occhi nei Suoi occhi, consci della propria miseria. Solo allora non serviremo più noi stessi, ma Gesù, e a Lui saremo uniti da un amore sponsale.

Passiamo all’altra riva


Passiamo all’altra riva: Gesù lo dice spesso, nel Vangelo. È un simbolo pregnante del noto cammino dall’io al tu, del percorso bello e faticoso dell’amore. Ma uno sguardo più acuto permette di capire che è anche il simbolo del passaggio ultimo, dell’approdo finale della vita: l’incontro con Cristo, che sarà tutto in tutti. Lo desideriamo? Saltelliamo di gioia, al pensiero, come l’agnello nella valle? Questa è la fede, la fiducia di chi attende un Bene senza pari.

Saldi di fine stagione


Espiare è una parola che non piace, soprattutto oggi, che una fede all’acqua di rose fa passare tutto e sorvola su tutto. C’è una sorta di euforia buonista che non vede più il peccato, che nega il male, nascondendolo sotto il tappeto di false sicurezze. Ma il peccato rimane, e va espiato. Se lo facciamo sulla terra, aderendo alle sofferenze di Gesù, è ancora più gradito a Dio, essendo un atto libero. In purgatorio sarà un atto necessario. Pensieri simili sembrano affondare in un medioevo morto e sepolto, e invece risplendono nel presente eterno di Dio, dove la verità se la ride delle riviste teologiche à la page.

Sinergia


Parliamoci chiaro: la vita di fede non è semplice. Il motivo è che non si fa da soli, per cui tutto va bene. Si è in due. E l’altro è Dio. La questione è spinosa, e le domande sorgono spontanee: cosa tocca a me e cosa a Lui? Come armonizzare i ruoli? Come essere sicuri che non entrino in conflitto, che non si contraddicano a vicenda? Ci si potrebbe scoraggiare, al punto da tornare alla casella di partenza: fare da soli.
Ma il Signore chiede solo la buona volontà di fare quello che possiamo; al resto pensa Lui. E il resto, neanche a dirlo, è quasi tutto.

La sostenibile leggerezza


Fatichiamo a capire i livelli della fede: esterno e interno, rito e sentimento, contemplazione e azione. Da una parte siamo chiamati a percepire, a lasciarci coinvolgere, dall’altra recitiamo formule, compiamo gesti che sembrano meccanici, ripetitivi. Il segreto, invece, è proprio qui: un piano aiuta l’altro, la preghiera vocale succede alla contemplazione, la voce al silenzio, il movimento alla stasi. È questo andirivieni che rende possibile la leggerezza, che ci fa volare.

Quando verrà


Quella con Dio è una strana relazione: gli facciamo richieste, ma dubitiamo che ci possa esaudire; continuiamo a domandare, in una specie di rito infinito, al limite con la superstizione. Se fossimo coscienti del fatto che Gesù ci ascolta e che vuole appagare il nostro desiderio più profondo, non ci sarebbero ostacoli. Ma la fiducia è una cosa precisa, che il Cristo ha provato a spiegarci in tutti i modi. Il senso è sempre lo stesso: il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

Atto di fede


Quando pigiamo il bottone della macchina, non dubitiamo che esca il caffè; se apriamo l’ombrello, siamo sicuri che ripari dalla pioggia; se giriamo la chiave nel cruscotto, l’automobile si mette in moto. Durante la giornata, compiamo atti di fede a non finire: se facessimo attenzione, ci stupiremmo di affidarci tanto.
Invece, quando preghiamo Dio, perdiamo colpi: mi esaudirà? Sarò degno di chiedere? Dovrei avere, almeno, la stessa certezza che ripongo nella macchina, nell’efficienza del telefono, in qualsiasi altro moto di fiducia. Manchiamo sul più bello, proprio là dove potremmo averne un grande beneficio. Per questo il dubbio ci arrovella, e finisce per guastare anche l’ombrello, il distributore, l’automobile.

Come minimo


Dio, per molti, è un feticcio, Cristo una statua. Quella del Sacro Cuore, per esempio, che campeggia all’ospedale dell’Addolorata. Delle statue si diffida sempre un po’: sono immobili, mute, ma potrebbero portare bene o male. La religione, spesso, è una forma di superstizione inconfessata, e inconfessabile. Nessuno va dal prete dicendo: padre, oggi ho lanciato un’occhiata a San Giuseppe; sa, per tenere lontana la sfortuna. Eppure, quante volte è così. Difficile immaginare che Gesù voglia parlarti, che desideri sentirti.
Perché non ti fermi, davanti al Cristo dell’Addolorata, o di qualsiasi altro posto, non lo guardi negli occhi e non gli dici, che so, come stai? Con Dio, da cosa nasce cosa. E poi, se credi che una persona esista, come minimo le rivolgi la parola.