Voci

da qui

Sento voci di cambiamento: niente comunione nelle mani, elevazione rivolta a oriente (spalle al popolo); un canonico ha parlato della possibilità di annullare il Vaticano II, se si dovesse stabilirne la discontinuità con la tradizione cristiana. M’interrogo sul senso di queste posizioni. Penso a Gesù, alla sua libertà di movimento, alla sorpresa dei suoi gesti quotidiani. Dovrei rassegnarmi a una forma che sembra prevalere sull’imprevedibile manifestarsi della vita? Dostoevskij provò a verificare l’attualità della fede nella Leggenda del grande inquisitore. Ci provo anch’io: se Gesù tornasse oggi, la sua vicenda avrebbe un esito diverso. Allora venne giustiziato con un processo sommario. Ora incorrerebbe in un destino più crudele: la totale indifferenza. Nessuno spazio nei mezzi di comunicazione più potenti, nessuna carriera in alcuna istituzione. Sarebbe un pesce fuor d’acqua, un utopista schedato dalla polizia. Lo arresterebbero di tanto in tanto, per convincerlo a non dare fastidio. Ma lui continuerebbe a fissarci negli occhi. A mettere il pane nelle nostre mani, al tramonto di un giorno faticoso.

Quella sera

pane

Chiedono ai credenti spiegazioni e ragioni sugli argomenti più sottili: sarà che ho il mal di testa, ma vedo le cose in altro modo. Forse è la sofferenza che segna ogni giorno la mia vita, quella che sento in me e leggo nelle facce della gente che ha bisogno. E’ da un po’ che digerisco a fatica la teoria e mi aggrappo all’essenziale, che per me, curato di campagna, è questo: portare amore dove non c’è, mettere il bene dove è assente. Gesù è stato avaro di teorie; ha parlato di pecore e campi, semi e figli scapestrati, fame e sete, persecuzioni e afflizioni. Il cristianesimo non ha bisogno di molto di più. L’abbraccio del padre misericordioso basta e avanza per spiegare la fede; mi è sufficiente la faccia dura che fa Gesù quando è messo alle strette ed è il momento di dare la vita, di andare dritto verso la città che uccide i suoi profeti. Finché non si fa la stessa faccia, la fede, semplicemente, non esiste. Voglio lasciarmi convincere dallo straniero che incontro sulla strada per Emmaus, stupirmi di fronte al gesto decisivo dello spezzare il pane; aprire gli occhi sull’unica necessità pensabile: offrire la vita, lasciare che l’altro cresca grazie a questa offerta e accogliere l’offerta che viene fatta a me. Una teoria sola mi interessa, quella della trinità: il Padre è la meta; e arrivo a lui attraverso lo Spirito del Figlio. La trinità articola la fede in un’idea comunitaria, esclude in anticipo qualsiasi pretesto per la solitudine. Nella stanza di Loreto, col mal di testa che non passa, mi chiedo a chi possa servire la mia vita, se continua così. Eppure la fede mi fa dire: continua a dare, il senso della vita è in quest’offerta sbilenca, nel gesto incerto sempre sul punto di spezzarsi, come il pane di Emmaus, quella sera.

Credo

sepolcro

C’è ancora chi crede al peccato della improbabile coppia di progenitori, col serpente, la mela e tutto il resto.
In questi termini letterali, naturalmente non ci credo. Non credo a una perfezione originaria, da cui sarebbe scaturita la caduta. Non credo che la morte fisica sia stata generata dal peccato. Credo piuttosto che Dio abbia dato impulso all’universo, o agli universi, e che tutto si sia dipanato in modo imperfetto in quanto creaturale. Il male non nasconde alcun mistero: esiste perché esiste l’imperfetto, e può essere vinto solo a poco a poco, assecondando la tensione verso il bene che alberga in ogni uomo e in ogni donna. Credo che nelle religioni ci siano valori che potremmo condividere, ed è un dovere la solidarietà di chi persegue ideali almeno in parte equivalenti. Le guerre sante non sono che un assurdo logico. Siamo noi a dare un senso all’universo. Ogni atto di bene è una luce che si accende nella tenebra del caos originario. Collaboriamo a un’opera preziosa: perché perdere tempo? Il peccato è negare che, gesto dopo gesto, possiamo costruire il paradiso che vedevamo all’inizio della storia, ma che ora scorgiamo profilarsi all’estremo limite di essa, come sbocco finale di una tensione verso ciò che non è più imperfetto. Amo questo mondo che ha fatto di me una persona responsabile. Amo chi mi ha graziato con offerte di vita, rendendomi persona libera. Libero è solo chi ha ricevuto doni, senza che si chiedesse un contraccambio. Libero è chi lascia spazio al Bello, al Bene, al Vero. Così, passo dopo passo, mi dirigo al giardino accanto alla città, dove c’è un sepolcro nuovo che mi attende, un giovane dalla veste bianca, una pietra rotolata sul passato, la prima lama di luce del futuro.

(fonte immagine)