E dicono

da qui

E dicono che non esiste, quando
il sole sorge senza giudicare
i buoni ed i cattivi, quando il campo,
arido d’estate, bagna la pioggia,
riempiendolo di fiori, quando il vecchio
questuante col bastone ti sorride,
chiedendo come stai. E ancora vanno
dicendo che non c’è, sebbene il mondo
seguiti a girare come se niente
fosse, come se il potente cessasse
di prevaricare, come se l’alto
non schiacciasse il basso, l’uomo la donna,
il ricco il povero. Ancora dicono
che non esisti, nella frenesia
di fare e di comprare, ma sei lì,
come la pioggia e il sole, lì, poesia.

Se potessi

da qui

Se potessi, sai, scriverei di Dio.
Sarebbero parole come rami
d’albero, come le nuvole basse
che in agosto coprono a fatica
uno spicchio d’azzurro. Avrei soltanto
lo spazio d’un momento per fermare
l’emozione di udire la sua voce
sicura, quell’accento di rabbino
premuroso, contento di parlarti.
Da così tanto tempo ti aspettava
che non gli sembra vero. Come a te,
che scrivi, scrivi, del ramo di pioppo,
della nuvola bassa, in mezzo al cielo.

64. Una notte di pioggia e di paura

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E’ tornata. Quanto tempo è passato? Ma poi: il tempo passa? O è una bolla che galleggia nel vuoto, in attesa di scoppiare? Gli occhi nerissimi sono ancora accesi: sì è convinta che puoi cambiare idea? Nelle nuvole si specchia il campo, dove le scarpe s’infangano e il tappeto d’erbacce è una palude piena di zanzare. Continua a leggere

94. Sul muretto

da qui

Forse è l’ultima volta che vieni qui a cercare ispirazione. Ne hai fatta di strada. Qualcosa hai capito, dopotutto. La città è un mistero che si rivela a poco a poco. Vedi il fiume che si allunga all’orizzonte, come una vena, un serpente, un braccio che stringe le case e i monumenti, le vie con i negozi, gli oggetti che ricordano, che cosa?
Sono felice.
Anch’io.
Parlami di te. Continua a leggere

81. Quella voce

da qui

Hai saputo che ogni tanto viene. Potrebbe darti una dritta? Hai la nausea di tutto.
Desidera?
La ragazza è giovane e grassoccia, un sorriso aperto che scioglierebbe il marmo.
Una birra.
Dove l’hai vista? Cominci a invecchiare, soffri di amnesie. Continua a leggere

84. Al petto della notte

da qui

Vengono qui quando c’è qualcosa d’importante, e ora c’è qualcosa d’importante: gliel’ha detto, vorrei parlarti, e lui l’ha guardata, ci vediamo domani e domani eccolo qui.
La ragazza vola a braccia aperte, circondata da gabbiani.
Vengono qui perché è il tramonto, c’è il sole che esplode, un forno acceso o un tuorlo d’uovo, cosa pensi quando vedi questo, Magdalenne? Continua a leggere

10. Reti

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Dalla barca si comprende bene la complessità del mondo: lo stato liquido, la fluidità di pensieri e sentimenti cullati nel ritmo ipnotico della risacca, ma anche le tempeste improvvise e imprevedibili, che spazzano all’istante la costruzione paziente di una vita. Poi, la spiaggia umida, protetta da muretti in pietra per difendersi dalla rabbia delle onde; la sabbia scivola inesorabilmente tra le mani: sono le relazioni frettolose, interessate, i piaceri effimeri le cui tracce si perdono nel nulla; gli amici trascurati, i libri mai letti, l’amante di una notte. Più in là, una cintura di palme e sicomori, le case dalle serrande verdi e le pareti bianche, il cane che abbaia al nemico invisibile per il suo padrone: è la fascia delle cose a cui teniamo, assicurate dall’avidità e dall’invadenza, coltivate con l’attenzione scrupolosa di muratori e giardinieri. Sullo sfondo, infine, la montagna brulla, picchiettata di rocce e di cespugli, ultimo confine tra la terra e il cielo, fra Dio e l’uomo: è la struttura che regge tutto il resto, contemplando dall’alto il fluire dell’acqua, il franare della sabbia, l’ondeggiare delle foglie e il crepitare impercettibile dei muri. Yaacov e Yoh’anan, Andreas e Shime’on sono nel cuore liquido del mondo, ancora disponibili ad accogliere il messaggio nascosto in ogni strato della vita; ora scendono nell’acqua che li raggiunge alla cintola e cominciano a tirare con forza la rete pesante come mai. Alzano gli occhi in direzione della sabbia, degli alberi, della montagna brulla sullo sfondo: sotto una palma c’è un uomo coi capelli lunghi che calano in disordine, il pizzo rado, le labbra aperte come se pronunciasse una parola.

67. Canzone

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Brice Cento è un sorvegliato speciale nel romanzo a cui molti ormai mettono mano: sarà perché dà il titolo al libro, perché nasconde un mistero che nessuno riesce a decifrare, col suo doppio lavoro di manager e scrittore, o perché Cloe, prima di morire, ha colto nel suo sguardo qualcosa a cui forse non ha retto, e per questo si è lanciata nella curva a gomito, sapendo che il Tir sarebbe apparso come il mostro delle favole, frantumando la chiave per comprendere Brice, il romanzo, l’universo intero. Continua a leggere

35. Nuvole

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Nel cielo azzurro le nuvole tracciano disegni delicati: una coppa di gelato al limone, un elicottero dalle eliche leggere, una figura verticale a metà fra l’antenna e lo spiedino. Sul faro bianco è appollaiata un’aquila reale orgogliosa di guardare oltre, mentre all’orizzonte i cumulonembi formano barriere insormontabili di ovatta, o di panna montata. La casa ha un tetto spiovente a tegole rosse e una facciata bianca in cui si specchia il mare. Continua a leggere

73. L’orologio

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A Maria viene il dubbio di aver lasciato il cellulare acceso: immediatamente, infila la mano destra nella tasca e s’imbatte in una catena sottile, di quelle usate per appendere al collo monili di una certa dimensione. Prova a tirare, ma è difficile, perché ci sono oggetti antagonisti: un accendino che porta sempre con sé, anche se ha smesso di fumare; una chiavetta per collegarsi in rete, le chiavi dell’automobile e di casa, il cellulare stesso, che all’improvviso ha perso d’interesse. Continua a leggere

Muli di montagna

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Se ci guardiamo allo specchio – quello dell’anima, naturalmente – di difetti ne troviamo tanti. E’ come quando osservi un’auto e poi la guidi: salta fuori la rigidità dei pedali, la legnosità dello sterzo – non vi dico quello della vecchia Micra -, l’angustia di certi abitacoli. Così, a stare dentro se stessi, ci si accorge di ciò che è impossibile notare dall’esterno, ma di cui ci si sobbarca come bestie da soma, muli di montagna. Il segreto lo conosciamo tutti: accettare le mancanze, accogliere le deficienze, amare l’imperfezione che è la pasta stessa della vita. Il male vero è il giudizio, sia nostro sia degli altri, l’occhio cattivo, impietoso, insofferente. Se il mondo precipita nel caos, invece di evolvere in fraternità, è a causa di uno sguardo di traverso, incapace di cogliere il bello della debolezza, la grazia struggente della fragilità.