L’importante è arrivarci

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Si parla spesso di vita spirituale, ma raramente si comprende cosa sia. Tante persone vivono un senso di profonda frustrazione: pregano, pregano, e non ottengono nulla; non solo, ma ogni volta l’amarezza aumenta, perché sembra di sbattere sempre contro il muro e che ogni strada sia un vicolo cieco. La religione, allora, diventa un’abitudine stanca e trascinata, fatta di vuote devozioni, di riti che non dicono più nulla. E’ come un matrimonio fallito, in cui si continua a convivere, ma senza più gioie o motivazioni. La fede degenera in superstizione, si riduce a una scommessa pascaliana, a un “io speriamo che me la cavo” che smarrisce anche il minimo aggancio con lo spirito.
La Tradizione dei Padri ci porge una sapienza secolare, da noi spesso – e purtroppo – ignorata. Gregorio Palamas, per esempio, ha scritto due scarne paginette (Tre capitoli sulla preghiera e la purezza del cuore) in cui c’è una sintesi perfetta della vita spirituale, tutto ciò che bisogna sapere per non incorrere nella delusione dei nostri maldestri tentativi. Lui parla di tre passi indivisibili: l’uomo contempla, è contemplato e ascende a Dio. Tradotto: l’uomo guarda, insieme con Dio, dentro se stesso; riconosciuto il suo peccato e pentitosi di esso, si rivolge al Signore in una preghiera libera e sincera.
Ci voleva tanto? Sì, occorrono anni per capirlo e, soprattutto, viverlo. L’importante è arrivarci.

I muscoli del capitano

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Oggi vince chi urla di più. Lo sappiamo bene: è lo stile televisivo sdoganato da spettacoli di second’ordine spacciati per intellettuali, mentre l’unico oggetto certamente smarrito è il ben dell’intelletto. E’ una gara a chi la spara più grossa, in un mondo che si lascia convincere solo dai muscoli del capitano, per dirla con Francesco De Gregori. Continua a leggere

Naturalmente, Sirolo

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Tra il cielo e il mare, qui, non c’è nessuna
differenza: le stesse pieghe morbide
d’azzurro, lo stesso intarsio di chiari e
scuri, proprio come la vita, dirai:
come l’incanto che diventa presto
nostalgia di te, dello squillo acuto
della sedia a rotelle, il gesto svelto
di chi ha deciso che per ora può
bastare. A me non basta mai restare
qui, dove il silenzio lo rompevo io
per dire stupidaggini del tipo:
guarda che bello, immagina abitare
nella casa laggiù, a picco sul golfo.
Tu sorridevi dei miei sogni inutili;
ma il miracolo era che anche loro
si abbracciavano stretti alla realtà;
come tra cielo e mare,
non c’era più nessuna differenza.

6. Otello

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Più procedi, più comprendi che il tempo e lo spazio sono fili che s’intrecciano in modo inestricabile: è impossibile tracciare confini ragionevoli tra il qui e il là, tra il prima e il dopo. Ora, per esempio, ti tornano in mente le immagini di te, tuo fratello e Ferruccio Ferranti che scorrazzate in Viale Europa, in attesa del colpo che sognate da tanto e avete preparato nei minimi dettagli. Continua a leggere

2. Odori

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Basta girare l’angolo per avere ricordi più precisi. E’ Viale Europa, dominata dalla chiesa che sporge come un cubo di calce sopra la collina; un’immagine che ti ha sempre messo in soggezione, come se l’angoscia, la paura del buio, i sensi di colpa si concentrassero esclusivamente tra gli spigoli delle mura bianche e il grigio della cupola, che col corpo squadrato ha tutta l’aria di un osservatorio che snobba le stelle e si dirige su di te. Continua a leggere

81. Rigido e bianco

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Ti senti soffocare, in questa sala: il colletto romano è un cappio al collo di cui vorresti sbarazzarti, non ne capisci il senso. Un papa non può capire tutto. Non comprendi nemmeno il gruppo di persone intonacate che ti guarda a muso duro, come volessero linciarti. Continua a leggere

74. Dita

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Lo cerchi dappertutto, nei cassetti ammuffiti, sul ripiano dell’armadio, tra la rete del letto e il materasso. Ti sembra impossibile che non sia qui, da qualche parte. Il computer l’hanno sequestrato, come avviene spesso, in questi casi. Continua a leggere

23. Ai confini del paradiso

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Vi state guardando: siete imbarazzati. Vi chiedete come sia possibile che i racconti nascano dal nulla, in un viaggio a Parigi dove pare di trovare una risposta, perché la vita è una domanda e a un certo punto s’intuisce un segno, un’indicazione misteriosa che viene nel sonno, cadute le difese che impediscono d’identificarti nelle storie altrui, come quando lo scrittore è davanti alla pagina e sente che le parole arrivano, da dove non si sa, le annota in fretta, perché se gli sfuggissero finirebbe tutto, e basta niente per distrarlo: un rumore, il chiacchiericcio delle donne che preparano il pranzo per la pasqua, mentre lui trasforma desideri e incubi nelle file uguali delle lettere, incompreso, perché nessuno può capire chi capisce tutti, chi è in attesa di uno sguardo, un gesto sottratto all’attenzione, un ti amo sussurrato nel buio galeotto di una sala; mentre gli altri si agitano sul palcoscenico, lui origlia alle porte, capta i segnali, coglie al volo gli oggetti che a un altro non direbbero nulla, ma a lui dicono tutto: Continua a leggere

22. Capire cosa

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Sei bella, Ester.
Grazie.
Pensi che vada tutto bene?
Che intendi?
Se mi fermo un attimo, vedo un sacco di cose che non quadrano.
Per esempio?
A volte mi viene da pensare alla vita come a un purgatorio. Continua a leggere

21. La lettera

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Gilda, parliamoci chiaro: di questo Arturo non mi frega niente.
La cosa mi dovrebbe far piacere.
Voglio confidarmi, con qualcuno bisogna pur parlare: amo un uomo che si chiama Fausto. E’ sposato, e presidente di una casa editrice che sforna un bestsellers dopo l’altro.
Che strano, potrebbe essere l’incontro ideale per Arturo: ha tutti i romanzi sepolti nel cassetto. Continua a leggere

20. Suo marito

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Hai presente quando piove troppo? Sì, uno dei temporali che vorresti stare a casa a vedere che succede: l’albero che si piega per il vento, lo spessore dell’acqua che cresce fino a formare una specie di fiume senza pesci né piante, ma sempre fiume, come chiamiamo amore molte cose, anche quelle che non lo sono affatto. E’ per questo che sono a casa sua? Continua a leggere

18. Albe

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Cos’ha più di me? E’ persino più vecchia. Esercizio di ottimismo: l’alba, il tramonto, il mio sorriso aperto, i ricci a cui l’uomo non resiste, ora glielo chiedo, cos’hai più di me? Gilda, credici: lei potrebbe amare qualcun altro e lo scrittore sarebbe solamente tuo, te lo immagini? Seduti al ristorante, lui ti porge la mano e gliela stringi, Arturo, è bello stare qua.
E lei chi è? Continua a leggere

113. Incantato

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E’ la prima volta che guardiamo l’alba.
Che ne pensi?
Nel punto della fondazione c’è qualcuno che prega.
Penso che l’emozione più grande sia veder nascere la luce.
Molti confondono la luce con la ragione fredda, la mentalità calcolatrice.
Il Santo fa paura: non puoi fissarlo mai direttamente. Continua a leggere

52. Date loro

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Da questa prospettiva si vede tutta la città: le mura chiazzate come un formaggio andato a male, le case ammucchiate le une sulle altre come frammenti di un grande minestrone, la bottiglia di vino del campanile bianco, il gelato al limone della moschea di Omar.
E’ la prima volta che leggo qualcosa dal quaderno, una frase colta per caso, mi si è inchiodata nella mente. Continua a leggere

41. Chi cerca

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Un rabbino avanza lentamente sotto l’ombra degli alberi, con una busta in mano; tre giovani con la camicia bianca camminano appaiati, passando davanti a un tabaccaio con la scritta Cuban cigars; una signora bionda in tuta guarda verso l’alto, forse in direzione dei piani alti di un palazzo o addirittura in cielo.
Una dimostrazione di potenza, non c’è dubbio.
Liberarlo così, in un momento, con un semplice moto della folla.
E nessuno che abbia trovato da ridire.
Quell’uomo può fare grandi cose.
Il problema è che non dà mai il colpo di grazia.
In che senso? Continua a leggere

Quel giorno

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Non ricordo che occasione fosse: una delle adunate colossali che allora andavano di moda. Ci eravamo preparati in grande anticipo, prevedendo gli ostacoli, le difficoltà di movimento e l’orario del pasto che richiedeva l’iniezione di insulina. L’attesa divenne interminabile: sul palco si succedevano singoli e gruppi adatti ai giovani, protagonisti della manifestazione. Come al solito, consultavo l’orologio e regolavo gli incastri fra resistenza fisica ed esigenze varie, che sfuggivano alle maglie di un programma. Quando Dio volle, ci chiamarono. Il papa lo vide, si rivolse a uno degli organizzatori, o forse al cerimoniere pontificio, pronunciando chiaramente le parole: E questo chi é? Ricordo la delusione lancinante: ma come, lo sapevano tutti, era appena uscito dalla convalescenza, l’eroe dell’anno, aveva perdonato il suo aggressore, un calvario infinito che lo conduceva fino al palco della piazza romana per antonomasia, per sentirsi interpellato da quella domanda imbarazzante? Wojtyla fu informato: si abbassò, gli pose una mano sulla fronte, lo salutò pregando, come sapeva fare solo lui, assorto in un’altra dimensione, al cospetto di Dio. Quel giorno, conobbi una persona cui non si poteva fare a meno di perdonare tutto.

Rivelazioni

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Quando confesso, sto seduto in una delle due cappelle in fondo alla chiesa, quella dedicata alla Madonna. Era il posto di don Mario: si piazzava accanto al confessionale con la sedia a motore e aspettava i penitenti, che arrivavano a frotte. Fa uno strano effetto osservare tutto da questa prospettiva, soprattutto per me, che da prete guardo in faccia i fedeli, celebrando. Manca qualcosa, i segnali trasmessi dal volto con lo sguardo, le labbra, la posizione delle sopracciglia. Eppure avverto che da qui si coglie l’anima, l’altra faccia del mondo, il rovescio delle cose. Gesù non era sacerdote, non stava sull’altare: era questa la sua ottica, per quanto si dica che il prete celebri in persona Christi. Ma non sono soddisfatto. C’è un pensiero che preme e fatica a farsi strada. Ecco, riesco a intercettarlo: la visuale del maestro è un’altra ancora, all’esterno della chiesa, dove si mettono a sedere i mendicanti, sul muretto a ridosso dell’ingresso. Come ho fatto a non pensarci prima? Gesù sta lì, Dio sta lì: vede tutto con gli occhi degli esclusi dalla nostra prospettiva di vincenti. E’ il punto in cui il mondo, con le sue illusioni irriducibili, finalmente si rivela.

La mano

La mano, la mano, la ricordo come fosse ora la sua mano, mezza in ombra e mezzo colpita dalla luce, una mano che indicava proprio me, al punto che sollevai la mia, quasi senz’accorgermene e l’appoggiai sul petto, in un gesto di domanda, dici a me, ma tu non sai chi sono, che ho fatto nella vita, cosa si nasconde dietro questa barba, sipario chiuso sul cuore incapace di donarsi, perfino il mio giubbetto nero è una barriera insormontabile, un rifiuto di lasciar penetrare chicchessia, forse chiami un altro, il giovane che conta il denaro, tutto preso dal suo gesto economico, innocente, nel suo ridurre il mondo alla circonferenza di un pugno di monete, o il vecchio che si china a fatica, in un ultimo sforzo, prima di arrendersi al tempo che corrompe, o forse il fanciullo, colpito in pieno volto dalla luce più chiara, lui, il puro, vicino a noi perduti pubblicani, sordi a ogni appello che non sia quello delle tenebre, o l’ultima possibilità, l’uomo proteso verso te in un gesto inconscio di stupore, quasi abbandonato a un sentimento incontrollabile, no, stai indicando me, chiami proprio me, con la mano, quella mano che ricordo come fosse ora, mezza in ombra e mezzo colpita dalla luce, proprio verso me che non so più chi sono. Continua a leggere