“In gran segreto”: Ferrara invasa dai versi

Era alla poesia che tiravi a quella

con tanto di P maiuscola ed a lei

soltanto.

La tua vita? Quella là te la sei

anche tu bevuta.

Giorgio Bassani

Si è pensato di coprire le pareti della città di poesie. Sono i versi degli undici autori che parteciperanno agli incontri della Rassegna In gran segreto, che trae il nome dall’eponimo di una famosa raccolta di Giorgio Bassani edita da Mondadori nel 1978. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.83: Storiella omosessuale. Franco Buffoni, “Zamel”

Storiella omosessuale. Franco Buffoni, Zamel, Milano, Marcos y Marcos, 2009

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di Giuseppe Panella*


Zamel è un insulto. Vuol dire omosessuale solo passivo (per usare una terminologia neutra e gentile al riguardo ma i termini in italiano sarebbero altri). Aldo, un gay maturo e trasferito da tempo in Tunisia, usa questo termine per interpellare Nabil, un giovane che frequenta ormai da tempo e con il quale ha avuto nutriti rapporti sessuali. Per tutta risposta, il giovane lo uccide e infierisce sul suo corpo, lasciandolo senza vita nella vasca da bagno della casa, poi simula una rapina e fugge. Catturato dopo poco tempo, sarà condannato a vent’anni di carcere per omicidio conseguente a un furto e non per aver ucciso perché è stato provocato. Il tunisino preferisce così perché aver commesso un furto non è disonorevole come aver compiuto atti contro natura con un uomo. Edo, più giovane e disinibito omosessuale militante “liberato”, abita nella casa di Aldo durante il processo a Nabil, ne scrutina i libri, ne commenta i gusti letterari. Il morto, infatti, appartiene a un’altra generazione di omosessuali – quelli che amano definirsi al femminile e rifiutano l’idea di rapporti con loro altri simili piuttosto che con “uomini veri”.

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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 16 FRANCO BUFFONI

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
Me lo fa fare la voglia di non fare le altre cose. Resta la scrittura.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
Gli amori li coltivo: da quelli più antichi – Lucrezio, Marsilio da Padova, Lorenzo Valla, Leopardi, Keats, Auden, Sereni – a quelli più recenti: “La ragazza col turbante” (il racconto) di Morazzoni, le prime 60 pagine del Seminario di Busi, il racconto “I palloni del sig. Kurtz” di Mari, e molto recentemente le prime 50 pp di Riportando tutto a casa del mio amico Nicola La Gioia. Sulle antipatie defunte – da Virgilio a Dante a Manzoni a T.S. Eliot (pur ammirandone l’estrema bravura) a Luzi (che possiede comunque il miglior enjambement del Novecento italiano: supera Montale) – ho già scritto molto. I viventi che non mi piacciono? Li apro e richiudo subito. Che bisogno avrei di odiare?

Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.
Non mi sono mai fatto molte illusioni sulle mie capacità: sono della scuola “dei miei soli mezzi” della lettera di Sereni a Char. Però sono anche un anceschiano prima maniera: credo fermamente nei concetti di “poetica” e di “progetto”. So di avere davvero qualcosa da dire. Lavoro molto sul frammento. La mia scrittura in versi consiste di frammenti poetici che continuo a produrre. Come un flusso di lava più o meno forte, ma costante. Poi i frammenti si compongono divenendo le tessere di un mosaico, e io stesso stento a capacitarmi della precisione con cui esse finiscono col combaciare. Col tempo mi sono convinto che il collante misterioso – la forza unificante – che mi permette di inanellare i frammenti (o gli intermezzi, come li definiva Schumann) e quindi di scrivere dei libri in poesia – è la mia “poetica”. Come diceva Pasolini del film montato e finito: solo allora quella storia diventa morale. Solo quando i frammenti naturalmente si compongono mi rendo conto dell’estrema pertinenza per me della definizione anceschiana di poetica (“la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul loro fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità e gli ideali”) e dell’importanza del concetto anceschiano di “progetto”. Continua a leggere

10 poesie per 9 nodi – di Aldo Riboni

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Aldo e io non ci conosciamo. Siamo stati nella stessa stanza, nelle stesse stanze, *insieme* un giorno a Firenze, a dicembre. Quanto era umida l’aria quel giorno, sembrava di respirare l’Arno. Ho camminato fino a Porta Romana e lì ho comprato dei tulipani. Incartati nel foglio di giornale se ne stavano un po’ miseri, ma poi la mia amica li ha sistemati in un vasetto che aveva proprio quel rosa e quel bianco e tutto è sembrato perfetto. Continua a leggere