Giorgio Galli, “Le morti felici”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore, 2018

Una serie di variazioni, modulate come riflessioni filosofico-narrative, sul tema della morte, del suo approssimarsi e del suo senso. Questa l’essenza de Le morti felici di Giorgio Galli, scrittore colto e raffinato, che abbiamo già conosciuto con La parte muta del canto (ed. Joker, 2016).

Che si tratti di un compositore lungamente dimenticato, come il ceco Leoš Janáček, che si dice essere morto in un letto d’ospedale mentre era insieme a una donna che amava, o di Igor Stravinsky, deceduto con la consapevolezza di essere vissuto nell’epoca sbagliata, o ancora del grande Franz Kafka, trapassato con l’amarezza di non aver raggiunto la felicità, ma con la serenità di esservisi adoperato al massimo, la morte, in questi brevi ma intensi ritratti, viene dipinta come una presenza perturbante, capace di condizionare negativamente l’agire umano ma, paradossalmente, di sprigionare, nel suo compiersi, il senso di un’intera esistenza. Continua a leggere

Nella tormenta morale di Vladimir Sorokin

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Garin Platon Il’ic è un medico. Ha un compito importante da portare a termine; dovrebbe essere un eroe, come nella migliore tradizione romantica, un eroe carico di un imperativo etico. È diretto a Dolgoe, dove è scoppiata un’epidemia, la boliviana nera. Il dottor Zil’berštejn è già in loco, ha inoculato il vaccino-1, mentre lui deve portare il vaccino-2, assolutamente indispensabile.

Ma come in ogni missione che si rispetti Garin, partito alla mattina da Repišnaja, incontra degli ostacoli – ostacoli, si noti fin da ora, generati delle proprie errate decisioni. Ormai è tardi, la strada normale non è stata percorsa, la cittadina di Zaprudnyj non è stata toccata, e adesso si ritrova in un posto da lupi, nella stazione di posta accanto al villaggio di Dolbešino, “una frazione di dieci case disseminate lontane le une dalle altre”. Un bel guaio perché lì, a causa dell’abbondante neve, il mastro di posta dice che di cavalli statali pronti a partire non ce ne sono. L’unica soluzione è andare a cercare il trasportapane Raspino che con quel tempaccio “sarà rimasto coricato sulla stufa” (come il mitologico eroe Il’ja Muromec che, accovacciato nella sua isba, ci stette per trentatré anni). Continua a leggere

Nonameplace recensisce Effekappa [Zona]

Ho conosciuto Franz Krauspenhaar all’epoca della stesura del suo romanzo “Era mio padre”. Ricordo che durante uno di quei primi incontri parlammo anche di poesia, ma non della mia, più che misconosciuta, né della sua che in quel periodo, dopo alcune raccolte pubblicate on –line, era in una fase di stand-by. Parlammo di Mark Strand, o meglio io parlai ( credo anche per darmi un tono) di Strand che in quei giorni era fra i miei poeti preferiti, e intorno a lui e alla sua poesia mi aggiravo, e ne narravo ogni volta che se ne presentava l’occasione, in una sorta d’incantamento. Con me, immancabile, avevo perciò uno dei suoi libri. Lo mostrai a Franz che iniziò a sfogliarlo soffermandosi sull’una e l’altra poesia, dapprincipio distrattamente, forse solo per cortesia, poi sempre con maggiore interesse fino ad astrarsi quasi completamente dimenticandosi, mi parve, per lunghissimi istanti anche della mia presenza. Continua a leggere

Processo a Kafka

di Marisa Cecchetti

Fare un processo a Kafka oggi e scriverci un romanzo – tre sono le autrici- è un’impresa quantomai originale, quasi surreale,  se il capo d’accusa è la follia e la pericolosità sociale di Kafka. E soprattutto  se si vuol processare un morto, quando ci sarebbe tanto da fare nei confronti dei vivi, oggi. In realtà questo processo  è uno strumento, tra le altre cose,  per parlare della mala gestione del potere, del mancato funzionamento della legge, dell’impotenza dell’uomo di fronte ad un sistema che schiaccia. Continua a leggere

Kafka e l’esigenza dell’opera

di Michele Lupo

Molti anni fa, ne Lo spazio letterario, il critico e teorico della letteratura Maurice Blanchot, sottesa l’equivalenza di arte e immaginario, o meglio, assunto il secondo come il luogo in cui, soltanto, l’arte è possibile, e opponendolo alla realtà irriducibile delle ‘cose’, mostrava come un singolare percorso di allontanamento da essa, ed esperienza creativa dell’immaginario insieme, si compisse in modo esemplare nell’ opera di Franz Kafka. Continua a leggere

Non siamo gli ultimi, di Massimo Rizzante

di Antonio Sparzani

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Si tratta di un libretto di 122 pagine di testo, verrebbe voglia di dire la frase di circostanza “si legge in fretta, d’un fiato” questo saggio di Rizzante, ma invece no, non è affatto vero, non si legge in fretta, io ci ho messo giorni e giorni, certo non a tempo pieno, ma il fatto è che quando ne hai letto un paragrafo, tre o quattro pagine, hai già materiale da rimuginare nella testa, scartabellando in biblioteca e nei tuoi vaghi ricordi per un bel po’. Continua a leggere