Archivi tag: Franz Liszt

Già il dolore

Da qui

Che cos’hai – mi domandi -, sembri strano:
c’è qualcosa che non va, me ne accorgo
dalle parole rade, dalle frasi
lasciate a metà. Sì, sono felice
che questa sofferenza non sia invano,
che tutto questo nostro abbandonarci
a un Progetto più grande ci permetta
d’indovinarci dentro, di sentire
un cambio di respiro, un solo battito
anomalo del cuore. Fosse questo
soltanto il risultato, già il dolore
si calmerebbe presto, consolato.

5. Bistecche

da qui

Lo spazio è vita, è il luogo dove prendi forma ed entri in contatto con la gente e con le cose; ma rischia di chiudersi in una morsa senza scampo, specialmente su di te, bambino introverso e sognatore che preferisce stare in casa a organizzare partite di calcio coi soldatini della Airfix. Continua a leggere

48. Qui dentro

da qui

Perché ti ostini? Lo capisci che è una guerra persa in partenza? Ti faranno fuori. Vuoi dire come l’altro? Non ho detto niente; hai mischiato le carte, non potranno perdonartelo. Il ventilatore fatica a sputare quattro fili d’aria. Lela gioca con Liubìsa, sollevando polvere secca. Continua a leggere

44. L’appeso

da qui

Ti chiedi se un romanzo possa servire mai a qualcuno. Ti senti stupido, nella stanza con quaranta gradi, le pale del ventilatore sempre sul punto di cadere in pezzi, il poster di Taormina a ricordarti di uno spazio e un tempo in cui hai creduto di essere felice. Oggi metti tutto in discussione, dopo l’ennesima giornata storta: sei un illuso con la gente, immagini ancora che il vangelo possa cambiare la vita alle persone. A cosa serviranno le righe nere che tessi ormai a fatica, col mal di testa che ti opprime, le dita in cui pare condensarsi la pesantezza insostenibile di un agosto che non vuol finire? Salva L’Anima: ci credi ancora nel titolo che si è quasi imposto nel momento in cui hai pensato che il destino dell’amico, immobile nel letto, potesse rivelarsi il tuo? Non sarebbe più bello Chiaraluna, il filo fragile di una speranza che non accetta di morire? Pensi che il romanzo sia oscillare tra una morte e l’altra, il guizzo di vitalità minacciato dal caldo, le contrarietà, la malattia. Forse la felicità è il respiro rotto di un istante, in bilico tra un passato che non torna e un futuro che senti sfuggirti tra le mani. Guardi la Piazza dei Miracoli, il poster appiccicato con lo scotch tra Isolabella e la copia di Van Gogh: il miracolo è sedersi ancora qui, con la bottiglia d’acqua diventata calda, il pacchetto di Winston pronto a consolarti per un attimo e a rovinarti per sempre la salute, il quaderno degli appunti dove segni, passo dopo passo, le scene e i personaggi, e ogni tanto lo riapri e ti ricordi di Savin nella cella di Rebibbia – che fine avrà fatto? saprà che le hai provate tutte per parlarci? -, Anita, l’editore, che ti chiede a che punto sei arrivato – a buon punto, abbi pazienza, con tutto quello che ho da fare -, Arturo, costretto a ripetere le analisi – la vita è un esame ininterrotto? verrà mai il momento in cui ti puoi fermare, riposarti, sicuro di qualcosa? Tenti di riportare alla memoria la musica che ti cantava dentro, camminando lungo il viale mentre lui parlava, parlava, e ti si allargavano i polmoni, e vedevi i colori per la prima volta, e ti chiedevi che ho fatto fino a ora, per quale maleficio sono stato tenuto prigioniero? Prendi in mano il biglietto, lo leggi e lo rileggi: che la felicità sia trovare ogni volta le parole Flaminia, a te lascio in eredità il cuore del mio cuore, lo pongo nel tuo cuore, per sempre? Il romanzo esiste solo al contatto incandescente con la riga e mezzo di caratteri neri su un foglio di colore rosa, è il filo agganciato all’ultima chance a cui hai appeso la tua vita, sapendo che se dovesse spezzarsi pure questo non avresti più la forza di rialzarti. Rimane il poster di Van Gogh e l’ultimo dei dubbi: che a tagliarti le gambe sia la mania di star fuori dagli schemi, che la scelta giusta sia quella di Francesco, concentrato sui trucchi delle scuole di scrittura, che il mondo sia dei furbi, di coloro che si piegano ai gusti della gente, che sfornano prodotti prevedibili, pronti a soddisfare il palato di lettori-automi telecomandati. Il cuore del mio cuore: ti vedi ancora nella baia di scogli bassi, scendi con prudenza la scaletta in ferro, e lui ti dice buttati! e sorridi, appeso al baratro del tempo e dello spazio, con le pale del ventilatore che sputano l’ultimo sbuffo di aria calda, prima di riuscire a fermarsi e riposare.

68. Ti chiama

da qui

Quindi: rivali e compagni di strada, nello stesso tempo.
La scena iniziale: case diroccate, un negozio con la saracinesca chiusa e una tenda logora, piena di rattoppi.
Di che colore è la rivolta? Hai mai pensato di dare un timbro, una forma, una bandiera – un segnalino, un segnalibro – a quello che ti accade intorno?
Lui viaggiò molto, come me: cercò alleati contro quello che chiamava l’unico nemico: l’imperialismo americano.
Sulla sinistra, un ombrellone: un residuo del bar, un posto per fumare e chiacchierare, dimenticando per un attimo la vita? Continua a leggere