Ilaria Palomba, “Disturbi di luminosità”

Da Disturbi di luminosità, di Ilaria Palomba. Gaffi Editore, 2018

Ascolto i rumori della strada, invadono. Mi lascio invadere, senza tuttavia lasciarmi scalfire. Fuori ci sono gli zingari, un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto.

Arriva una voce di donna, il rombo di un’auto, c’è il vento. Poggio le mani sul vetro, lascio i segni. Disegno serpenti con le dita, le porto a me, stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria.

Immaginami sul divano, i piedi scalzi, laidi, il vestito nero arricciato sulle cosce, i capelli scarmigliati e il cuore che batte a centottanta bpm.

Non c’è nulla che somigli a un attacco di panico, l’ansia è fisica, quello che io provo ha a che fare con il pensiero. Anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero, io li vivo dissociati. Di fondo anche il mio corpo non sta bene. La mia testa è piena di rimbombi. Ma sono le cose che penso a gettarmi di faccia in un baratro. È l’eterno ritorno dell’identico, da questo non si può guarire, non si può guarire da sé stessi. Posso soltanto tapparmi le orecchie. Sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e non posso fingere di non vedere.

Dicevo: Non sono sicura che questa realtà sia vera. Continua a leggere

“Le monetine del Raphaël”, di Franz Krauspenhaar

Recensione di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Le monetine del Raphaël di Franz Krauspenhaar (Gaffi Editore in Roma) è un libro speciale. Il romanzo di una vita, quella di Fabio Bucchi, pittore tormentato e giunto al successo per vie tortuose, trainato da un talento fuori del comune ma anche da pelose aderenze col sistema di potere orbitante attorno a Bettino Craxi, il “Capo”, di cui viene evocata la caduta politica e giudiziaria e l’inizio dell’esilio volontario, nel 1993.

Fabio Bucchi è un uomo giunto al capolinea, in fondo da molto prima che una malattia lo condannasse senza appello. È un artista viscerale, che ad ogni rabbiosa pennellata, così come ad ogni animalesco amplesso (con donne in fondo mai veramente amate, tranne forse l’ultima, Angela, che lo assiste fino alla fine, e un’altra, evocata in qualche momento della storia e però perduta), grida contro il vuoto da cui si sente accerchiato, minacciato e, in fondo, sedotto.

La sua esistenza rievocata e compressa come nel tourbillon che dicono accompagni gli ultimi momenti, diventa pretesto e insieme contrappunto di un quadro storico-sociale che abbraccia un’Italia divelta, sventrata, dalle bombe nere degli anni ’70 e ’80 al ritorno di fiamma del benessere, frammisto alla corruzione dell’era craxiana e del suo corollario berlusconiano. Continua a leggere

Quegli anni maledetti – Franz Krauspenhaar Le monetine del Raphael, Gaffi editore.

di Giorgio Simoni

Franz Krauspenhaar è un toro da monta letteraria. Queste sono le parole che mi sono rimbalzate nella testa durante la lettura di Le monetine del Raphaël, ultima fatica dello scrittore pubblicata da Gaffi editore. Kraupenhaar snocciola frasi che colpiscono come una gragnola del Carlos Monzon dei bei tempi; toglie il fiato, gonfia gli occhi di stupore e rabbia, fa vibrare i polsi: insomma c’è poco da fare i damerini, le pagine del romanzo grondano letteratura, signori. Di quella sopraffina, che ti sbatte sotto gli occhi tanto le scopate furibonde quanto le peggiori stragi dei nostri anni plumbei, che al Robert Palmer cantore plastificato e patinato, sbronzo sboccante come un beone all’ultimo stadio nella ramazzottiana Milano da bere, affianca la scelta irreversibile, per certi versi drammatica, del protagonista – Fabio Bucchi – di lasciare il suo comodo posto impiegatizio in una ‟fabbrichetta” dell’hinterland per votarsi definitivamente all’Arte, quella con la A maiuscola. Continua a leggere

Valter Binaghi recensisce Le monetine del Raphael sul suo blog (29.5.2012)

E’ troppo vicina nel tempo (era il 30 aprile 1993) perchè qualcuno non ricordi la scena: Bettino Craxi, il leader indiscusso di un partito di governo e di un’intero decennio della storia italiana, veniva accolto all’uscita dell’Hotel Raphael da una furibonda manifestazione di indignazione popolare con relativo lancio di monetine, dopo che la Camera dei Deputati aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Era l’apice di “Tangentopoli” e nello stesso tempo la fine del sogno italiano, un sogno che durava dall’epoca del boom economico degli anni Sessanta, quello di fare dell’Italia un paese moderno e civile. Che importa se appena un anno dopo uno degli uomini più vicini a Craxi, Silvio Berlusconi, provava a riproporre l’epica del “miracolo italiano” con un partito di plastica e nuovo di zecca, popolato da suoi dipendenti, avvocati e commercialisti? Berlusconi era evidentemente fasullo: la simulazione elevata alla seconda potenza, nessuno poteva credere all’innocenza di quell’immaginario, così smaccatamente cialtrone da apparire ai suoi stessi sostenitori la satira e agli altri la caricatura della politica tradizionalmente intesa. No, l’Italia era finita prima, il resto era solo conseguenza: per questo Franz Krauspenhaar, che di questo interminabile Basso Impero è un cantore spietatamente sincero, ha scelto quell’episodio come acme della vicenda che ha per protagonista uno dei suoi personaggi senza spada e senza corona. Dopo la furiosa tenerezza filiale del narratore di “Era mio padre” (Fazi 2008), ecco la parabola amara di un pittore che alla corte di nani e ballerine dell’ultimo vero satrapo italiano, ha raggiunto il successo di critica e di pubblico (per una volta non disgiunto da autentico talento), ha consumato i suoi proventi nella sfrenata disperazione dell’orgia, fino ad assistere, insieme a quello del Capo, al proprio declino fisico ed esistenziale, servendosi di tutto e di tutti (politica, amicizie, donne, sentimenti) per sacrificare all’unico idolo indiscusso: l’arte, la ricerca indefessa della forma e della sua dissoluzione, unico stile e ragione di vita possibile. Continua a leggere

Daniela Matronola recensisce Le monetine del Raphael su Alias de Il Manifesto.

06/05/2012 ALIAS

Il rosso del sangue e del bordello. E poi tutti questi interni. Difficile trovare un vero esterno, riconoscibile come tale. Anche quando (Bacon) dipinge Soho e un’automobile, sembra di stare in uno studio. Così Franz Krauspenhaar (autore milanese di padre tedesco e lontane origini olandesi) nel suo Un viaggio con Francis Bacon (Zona, 2010), personal essay e in effetti vera guida alla lettura di Le monetine del Raphaël, appena edito da Gaffi nella collana Godot diretta da Andrea Carraro. Un romanzo dopotutto da camera, o da studio appunto: il pittore Fabio Bucchi, vorace e onnivoro escursionista di almeno cinque decenni italiani (dai ’60 al 2010), vi è relegato, morente, accudito da Angela, giovane allieva/infermiera/badante, e vi riattraversa la politica lo stragismo il socialismo con l’epopea della sua auge infame nel decennio Ottanta e la caduta dei suoi dèi di cartone subito sostituiti da dèi supplenti fin più sguaiati e arcigni. Ne diventa metafora efficace, sintesi dolente e sfrenata, il sesso delle orge, il potere esercitato come eros e dominazione, a emblema della storia del nostro dopoguerra che, dopo l’immediata innocenza creaturale, la più che decente, decorosa, volontà di rinascita della nazione, è esplosa in voracità famelica, in sporcizia politica da rivoltapastrani, in trasformismo che smettendo e indossando casacche ha fatto scorribande per l’intero arco costituzionale. Continua a leggere

ANDREA CARRARO: da “Il sorcio” a “Il gioco della verità”

Andrea Carraro è uno scrittore che apprezzo particolarmente. La sua più recente fatica letteraria si intitola “Il gioco della verità” (14 euro, 215 pagg.), una raccolta di racconti pubblicata da Hacca Edizioni. Come ha opportunamente evidenziato Andrea Di Consoli, questi racconti “ci dicono qualcosa di definitivo sul male oscuro della piccola-borghesia italiana, incarcerata in reticenze e rabbie covate troppo a lungo, e in tristi ritualità di un benessere di facciata (…). Con Carraro, proprio nel mentre i suoi uomini crollano a terra, la vita diventa ancora sopportabile, perché la grigia esistenza viene d’improvviso illuminata dall’apertura – a ventaglio, come uno squarcio di luce – della verità della scrittura. Proprio quest’assenza di infingimenti, questa lingua grigia e solida come il ferro, questo sguardo impudico e fermo, rendono ancora chiare e possibili, nell’opera di Carraro, parole difficili come realtà e verità”.
Le parole di Di Consoli mi confermano le ottime impressioni derivanti dalla lettura della precedente pubblicazione di Carraro: “Il sorcio” (Gaffi), romanzo che – a sua volta – ha preceduto opere di buon pregio come “Il branco” (Theoria, Gaffi), “La lucertola” e “Non c’è più tempo” (Rizzoli). Continua a leggere

Cagnanza e padronanza

Quel che accomuna i racconti di Fiore in questa sua seconda raccolta è l’atmosfera. Un’atmosfera da cemento incandescente nelle periferie romane le domeniche d’agosto. Da scantinato, da muro scorticato, muffa e puzza di formaggio, luce obliqua che intrappola le cose. Quel che li accomuna sono i personaggi, quasi sempre una coppia – uomini, donne, fratelli, amici – dove l’equilibrio è una corda tesa pronta a sfilacciarsi, a strapparsi, a strozzare. La loro evoluzione, e la narrazione stessa, è in questa linea retta fra due elementi, in questa impossibile chiusura. A volte entra in gioco un terzo, o un quarto, come nel bel Forme di vita su un pianeta, ma fa in fretta a svaporare e lasciare la fessura insuturabile. Continua a leggere