Fiuto

da qui

Metànoia, diceva, non significa
cambiare, bensì spingere più in là
lo sguardo, decifrare la realtà
profonda di ogni cosa. Per esempio,
l’andirivieni di formiche rosse
sul bordo del terrazzo, l’esplorare
con pazienza il terreno, sasso dopo
sasso, monitorare un buco, un angolo,
dove si annida la mollica, il torsolo
di mela da spolpare. Anch’io ricerco
in te la piega giusta, il punto dove
fiuto la traccia di fiducia, il ponte
d’aghi di pino, aereo, che ci allaccia.

38. Viaggi e miraggi

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Torni da un altro viaggio, stressato come sempre: non le reggi più le signore brontolone che hanno sempre qualcosa da ridire, come se vivere fosse concentrarsi sull’unico punto nero nel foglio bianco del mondo. C’è mancato poco che ce le mandassi, ma non puoi cambiare ditta ogni tre giorni. Continua a leggere

33. Avanti un altro

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Oltre la ringhiera grigia si vedono le mura, il minareto, le auto che scendono lungo il serpente asfaltato della strada. Un uomo dai capelli bianchi, seduto su una panchina in ferro, s’incanta sognando un senso nell’immobilità e nel movimento delle cose, nelle chiome di quercia agitate dal vento e la porosità di pietre che difendono memorie consegnate stancamente dalla storia. Continua a leggere

17. Pensioni

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La Beretta sul petto di Simone Vangelis gli ricaccia dentro la rabbia contro Brice. I due si fissano, cercando l’uno nell’altro le ragioni che sentono mancare, perché chi ha la certezza di non essere nel torto? Simone è il primo a parlare, con un filo di voce per la sorpresa e la paura: Continua a leggere

64. Saint Quen

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Maria è al mercato delle pulci di Saint Quen. L’onda umana la sospinge tra i gazebo quasi contro la sua volontà, mentre gli alberi allungano rami sottilissimi come volessero toccarla. Non sa dove dirigere lo sguardo: se sui vestiti a fasce colorate cuciti lì per lì da giovani africani o su file di valigie a carrello tra cui potrebbe scegliere la sostituta del suo cimelio d’altri tempi, o sugli ammennicoli orientali che sembrano dolci siciliani, da lontano, e sono invece monili dalle fogge infinite su cui l’attenzione si frantuma in schegge impossibili da ricomporre; la calca procede a ritmo uguale e lei fa appena in tempo a vedere i giubbotti appesi ai ganci, gli arazzi e i teli pieni di strane geometrie, le cinte, i soprabiti, le scarpe; o i dolciumi, le borse, i portachiavi. Continua a leggere

18. Una domanda

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– Ascolta, Leopoldo.
Ha cominciato a parlare all’improvviso, emergendo da un raccoglimento intenso.
So bene che stai cercando una risposta alla domanda sul romanzo: è possibile, oggi, perpetuare un genere minacciato dalla polverizzazione della società e della persona, per cui lo schema obiettivo-ostacolo-traguardo non convince più nessuno, a meno che non porti i segni della lacerazione dell’esperienza umana dal Novecento in poi? Non considero nemmeno i libri commerciali, prodotti con un target elaborato nelle officine infallibili del marketing, specchietti per le allodole che rimpinguano le casse di editori-imprenditori. Può chiamarsi romanzo la replica di forme svuotate di ogni traccia vitale? Perfino una pubblicità istantanea può suscitare interesse per lo scioglimento di un nodo, il raggiungimento di una meta, tanto la narrazione è iscritta nel codice genetico dell’umanità; ma è triste approfittare di un bisogno psicologico per propinare al pubblico qualunque spazzatura. Bisogna riconoscere la colpa d’origine, la sentenza di condanna che pesa sul capo di noi tutti; solo da quel punto si può partire alla ricerca di una via d’uscita, nonostante il fallimento prevedibile, lo scacco doloroso. S’interpella, almeno, la verità della nostra condizione, sospesa tra anarchia distruttiva e dittatura soffocante. Dobbiamo confessarci a vicenda le ossessioni che ingolfano i sensi e l’intelletto: solo allora si potrà sapere se c’è un varco destinato a interrompere la solitudine.
E’ tornato il silenzio; l’uomo vestito di grigio è immobile, a braccia conserte, con l’enorme colletto inamidato. Leopoldo ragiona tra sé e sé: non potrebbe strappargli una spiegazione ragionevole di ciò che li ha portati in quella stanza? E’ forse il sogno che permette a chiunque di identificarsi nel personaggio o nella trama, come se il minimo dettaglio si rivelasse una proiezione in scala di una sorte universale? E’ il labirinto che, dopo un’infinità di percorsi e giravolte, ti riporta nello stesso punto, di fronte a un altro che si rivela immancabilmente estraneo?
Suona il campanello. D’istinto, Leopoldo si precipita alla porta e la spalanca con un gesto liberatorio e disperato nello stesso tempo. Nel vano appare una figura femminile, con uno sguardo pensieroso e preoccupato.
Maria!